Ultimo Aggiornamento:
28 marzo 2020
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Argomenti

La strada senza uscita

Luca Tentoni - 22.02.2020

Le fibrillazioni nella maggioranza, culminate con l’intervento di Renzi a “Porta a Porta” (con tanto di rilancio della Grande riforma costituzionale, in un Parlamento balcanizzato dove è già difficile trovare un’intesa sulle semplici leggi ordinarie) sono ancora oggetto di sorpresa e di dibattito, come se il quadro non fosse noto già dal momento dell'insediamento dell'Esecutivo, esattamente come avvenne con la coalizione gialloverde, anch'essa affetta fin dall'inizio da ciò che l'avrebbe portata alla dissoluzione. Per funzionare, una maggioranza deve essere coesa e protesa a limare le differenze, anziché accentuarle: in sintesi, tutti i componenti debbono accettare la convivenza come il presupposto per realizzare politiche di interesse generale (o, almeno, quelle comuni ai partiti alleati). Il calcio, che dall'avvento di Berlusconi ("Forza Italia!") è diventato la metafora principale della politica nazionale, ci insegna che una squadra può essere composta da grandi campioni, ma che se ognuno gioca solo per mettersi in mostra, senza sacrificarsi per il gruppo, non solo non si vince nulla, ma si va incontro a grandi disastri. La bravura di chi entra a far parte di una coalizione sta dunque nel saper cogliere ciò che unisce, senza naturalmente annullare la propria personalità ma senza metterla al di sopra di tutto il resto. leggi tutto

L’ora dei politicanti

Paolo Pombeni - 19.02.2020

Capirci qualcosa nell’attuale avvitarsi su sé stessa della nostra politica è impresa titanica. Naturalmente ognuno accusa gli altri di giocare allo sfascio, ma nessuno fa nulla per evitare che si arrivi a quel punto, a meno che non consideriamo impegni per uscire dal pantano le manovre messe in piedi da una classe politica vittima del suo autismo.

Apparentemente tutta la questione ruoterebbe intorno a Renzi e alla necessità di mettere fine alla sua guerra da corsa nel quadro di questa politica instabile. Difficile negare che il leader di Italia Viva sia una volta di più vittima del suo limite, che ci permettiamo di definire la sindrome di Napoleone. Come il grande Corso, Renzi è condizionato dalla sua storia di successi iniziali, quando, assai giovane, è riuscito a rovesciare avversari molto più agguerriti osando sfidarli in battaglie campali. Così pensa di non poter recedere da quello schema e lo ripropone in continuazione senza rendersi conto che così ha sperperato il capitale che aveva accumulato. In politica non basta infatti il fiuto di intestarsi battaglie di grande significato: bisogno sapere controllare l’uso della forza. Così Renzi ha buttato alle ortiche i successi del suo governo per una gestione dissennata della riforma costituzionale, ed ora si leggi tutto

Il referendum invisibile

Luca Tentoni - 15.02.2020

Manca solo un mese e mezzo al voto per il referendum costituzionale sulla diminuzione del numero dei parlamentari da 945 a 600, ma nessuno ne discute. Un po' perché la gran parte degli italiani è favorevole alla riforma, quindi - fra il sì e il no - non c'è partita. Un po' perché - al di là del merito e delle ragioni di sostenitori e oppositori, che rispettiamo ma che esulano da questa nota - il voto ha un valore politico prossimo allo zero. Forse neanche il M5s, che ha tanto voluto questa legge costituzionale, pensa che il referendum possa portargli un beneficio elettorale, perché la vera prova da superare è quella delle regionali di maggio. Il fatto è che intorno a questa micro-riforma istituzionale i giochi si sono già fatti: finora, l'unico merito (a seconda dei punti di vista, poi) che ha avuto sta nell'aver reso impossibile o almeno poco praticabile l'ipotesi di uno scioglimento delle Camere a fine gennaio. Senza la riforma, una vittoria di Salvini in Emilia-Romagna (che fino a poche ore prima del voto era giudicata probabile da quasi tutti gli analisti e da molti politici) avrebbe portato alla crisi di governo e alle elezioni anticipate in aprile. Invece, nonostante le bizze di alcune forze leggi tutto

Una maggioranza senza politica

Paolo Pombeni - 12.02.2020

Nel 1979 Federico Fellini girò quello che lui definì un filmetto. S’intitolava Prova d’orchestra e metteva alla gogna un’orchestra con i vari strumentisti incapaci di fare appunto il lavoro corale che veniva loro richiesto, bisticciandosi, astraendosi e evitando di seguire qualsiasi indicazione del direttore. Venne interpretato come un grido di allarme e di rigetto della politica italiana incapace di ritrovare il senso del suo stare insieme in uno stato di grave disgregazione (un anno prima era stato assassinato dalle BR Aldo Moro)..

E’ una pellicola che andrebbe riproposta alla più che confusa classe politica attuale. La vicenda della crisi intorno alla norma sulla riforma della prescrizione, frettolosamente introdotta ormai un anno fa da grillini alla ricerca del plauso dei loro fan club giacobini, mette in luce non modi diversi, magari opposti di intendere la soluzione degli impasse del sistema giudiziario italiano, ma un degrado complessivo della nostra cultura istituzionale.

Non è solo questione della valutazione in sé della norma, che è quasi certamente incostituzionale per ragioni che sono state ribadite più volte da autorevoli commentatori. Quel che è peggio è come si sta cercando di gestire il pastrocchio che ci si trova davanti.

Tutto è stato ridotto alla più trita lotta fra fazioni politiche, leggi tutto

Regionali: è la prossima la prova più dura per il M5s

Luca Tentoni - 08.02.2020

Nelle nove regioni a statuto ordinario nelle quali si è rinnovato il Consiglio, fra il 2018 e il gennaio scorso, il M5s ha ottenuto 2,139 milioni di voti contro i 4,636 delle politiche, perdendone il 53,9%. In percentuale assoluta è passato dal 28,3% del 2018 al 15,2%. Rispetto alle regionali precedenti, i pentastellati hanno raccolto addirittura 69mila voti in più. Tuttavia, il calo percentuale rispetto alle politiche è stato del 13,1%, mentre fra le regionali 2013-'15 e le politiche del 2013 era stato del 9,1%. In sintesi, le regionali hanno penalizzato anche stavolta i Cinquestelle, ma più che in passato, facendo perdere loro - come si accennava - 539 voti su mille delle politiche, mentre nel 2013-'15 il calo era stato leggermente minore (502 su mille). Una spiegazione può essere rintracciata nella maggiore o minore vicinanza fra il turno elettorale regionale e le elezioni politiche precedenti: nelle consultazioni locali svolte nel 2018, il M5s ha conservato il 66,9% dei voti delle elezioni generali (2013: 58,8%); tuttavia, nel 2019 è sceso al 36,4% (prec. 40,2%) e nel 2020 al 27,6% (prec. 35,8%). In pratica, più tempo passa dalle politiche, più i Cinquestelle perdono i loro elettori che li hanno scelti per la Camera e per il Senato. In questa occasione il calo è stato più marcato che nel passaggio 2013-'15 in cinque casi su nove (tre degli altri quattro sono relativi ad elezioni leggi tutto

L’instabilità del quadro politico italiano

Paolo Pombeni - 05.02.2020

Il quadro politico italiano rimane instabile, perché è privo di centri capaci di organizzarlo in maniera tanto accettabile, quanto adeguata alle sfide che sono sul tappeto. Parliamo di centri al plurale, perché continuiamo a credere che sia un falso problema quello della ricostruzione di un mitico “Centro” così come per un quarantennio sarebbe stata la Democrazia Cristiana.

Quel partito fu, almeno per una lunga fase, certamente tale per la sua contrapposizione alla “sinistra” identificata nell’alternativa del comunismo che pretendeva di egemonizzarla. Non lo fu in assoluto perché, anche qui per un tratto non breve, si considerò una componente essenziale del riformismo italiano. Come sempre nella storia si può discutere sulla tipologia di quel riformismo, ma è difficile negare che molte delle trasformazioni dell’Italia dal dopoguerra alla fine degli anni Settanta furono gestite dalla DC in rapporto, dialettico, ma fino ad un certo punto, col riformismo laico, prima dei repubblicani e presto, superati un po’ di muri ideologici, anche dei socialisti.

Certo il riformismo democristiano stava in un partito che teneva dentro anche una forte componente conservatrice (in alcune appendici assai contigua alla destra), ma ciò avveniva per l’imposizione da parte della Chiesa dell’unità politica dei cattolici. Vale invece maggiormente la pena di leggi tutto

Il negoziato Usa e UE orfani del multilateralismo

Gianpaolo Rossini - 01.02.2020

Dopo la chiusura del contenzioso commerciale con la Cina Trump mette mano al dossier Europa mantenendo un approccio bilaterale e relegando alla marginalità accordi – come quello di Parigi sul clima - e istituzioni multilaterali – come la WTO. Un atteggiamento che non è nuovo. Già nel 1999 emerge alla luce del sole quando i democratici di Bill Clinton e i sindacati avvallano violente manifestazioni a Seattle contro l’ultima istituzione multilaterale nata nel 1995, la WTO. Un ibrido figlia dello spirito multilaterale del secondo dopoguerra, ma con un sistema decisionale avversato dagli Usa perché basato su “un paese - un voto”. Per cui Washington conta come Malta. Ma non solo per questo alla fine del secolo scorso gli Usa abbandonano il multilateralismo. È cambiato il contesto internazionale diverso da quello in cui nascono le istituzioni multilaterali (FMI, Banca Mondiale etc.) geograficamente limitato (Europa occidentale, Nord America, Giappone e Australia) e che la guerra ha reso omogeneo dal punto di vista politico e militare. Uno scenario dove è possibile separare temi economici, strategici e militari affidandoli a specifiche istituzioni multilaterali (FMI, WB, GATT, NATO, OCSE) in cui Washington ha un ruolo dominante grazie a meccanismi di voto favorevoli (nel FMI gli Usa pesano per quasi 17% di tutti i voti). leggi tutto

Appunti sul voto di domenica scorsa

Luca Tentoni - 29.01.2020

È stato già scritto molto - quasi tutto - sul voto del 26 gennaio in Emilia-Romagna e Calabria. Ci limitiamo dunque, in questa sede, a sottolineare alcuni aspetti particolarmente significativi. Il primo è che il voto regionale non è necessariamente l'occasione per astenersi. Il fatto che nello stesso giorno in Calabria abbia votato il 42,5% (ricalcolato escludendo gli italiani all'estero: 52,3%) e in Emilia-Romagna il 67,7% (71,3%) non è affatto dovuto alla tradizione che vede il Sud più astensionista del Nord. Nel 2014, in Emilia-Romagna si votò meno che in Calabria. La differenza sta nelle motivazioni che spingono gli elettori a recarsi alle urne. Mentre per le politiche c'è un costante interesse generale, per altri tipi di consultazione bisogna tenere conto di tre fattori: 1) c'è una quota di elettori che vota sempre, indipendentemente da tutto; 2) c'è una fascia che vota se la competizione è in bilico o comunque aperta, cioè se il proprio voto conta e può decidere la gara; 3) se ci sono motivazioni mobilitanti (la nazionalizzazione della campagna, per esempio). In Calabria l'esito era scontato: lo si capiva leggendo delle vicende che avevano preceduto la presentazione delle candidature e l'evoluzione politica locale. Quindi, complice il fatto che la partita nazionale si giocava altrove e che la Calabria è una regione che "si può leggi tutto

L'ennesima riforma elettorale

Luca Tentoni - 25.01.2020

Il dibattito in corso sulla riforma della legge elettorale ripropone, come sempre, un dilemma: è opportuno scegliere una soluzione che serva a risolvere problemi politici contingenti oppure puntare - a costo di rimetterci - su un'impostazione che guardi di più al medio-lungo periodo (come il sistema francese, per esempio)? La proposta della maggioranza, che non può essere definita "alla tedesca" solo perché ha una soglia di sbarramento al 5% (il sistema per il Bundestag è ben più complesso e di certo meglio costruito di quello oggi in discussione in Italia) serve per impedire a Salvini e Meloni di vincere da soli le prossime elezioni politiche: lo scopo principale è questo, inutile negarlo. Così come la controproposta della Lega (il "Mattarellum") è un'opzione utile per chi l'ha formulata, che può essere facilmente contrastata con gli argomenti di chi - proprio nel centrodestra del 2005 - sostituì la legge che porta la firma dell'attuale Capo dello Stato con un meccanismo (il "Porcellum") fatto apposta per impedire a Prodi di vincere le elezioni del 2006. Se il dibattito sulla riforma delle leggi elettorali si deve sempre svolgere all'insegna della convenienza del momento, non ci si può meravigliare del fatto che il legislatore italiano ha prodotto, dal 1994 in poi, quattro meccanismi diversi (senza contare quelli leggi tutto

Manca davvero poco all’alba?

Paolo Pombeni - 22.01.2020

Tutti aspettano l’alba del 27 gennaio quando si conosceranno finalmente i responsi delle urne di Emilia Romagna e Calabria. La si vive come l’alba di un nuovo giorno, discutendo solo se lo sarà per la destra o per la sinistra. Se si invita a considerare con un po’ di freddezza quel che potranno dirci quei risultati, si passa o per furbini che non vogliono rischiare smentite o per cinici i quali pensano che comunque vada nulla cambia mai.

In realtà la situazione è davvero complicata. Da un lato questa lunga e defatigante campagna elettorale che si trascina da agosto ha mutato in maniera irreversibile il quadro politico italiano. Dall’altro ha finito per mettere in ombra i grandi problemi che il paese ha davanti, diffondendo l’illusione che prima si dovesse stabilire chi poteva detenere l’egemonia della politica italiana rinviando a dopo i conti con le nostre difficoltà.

Il mutamento del quadro politico ha visto l’affermarsi di una demagogia di destra che sembra avere il sostegno del 40% circa dell’elettorato. E’ un fatto nuovo. Berlusconi, con tutti i suoi numerosi difetti, non era espressione di questo tipo di cultura, né lo era Gianfranco Fini. Il loro tentativo di costruire un partito saldamente conservatore è miseramente fallito.

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