Ultimo Aggiornamento:
15 maggio 2021
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Argomenti

Letta non fare l’Enrico

Paolo Pombeni - 24.03.2021

Qualcuno all’interno del PD si è compiaciuto perché Letta si chiama Enrico e questo potrebbe rimandare ad Enrico Berlinguer e far risorgere la sua proposta politica. Francamente speriamo che il nuovo segretario non cada in questa trappola, perché non è proprio il caso. Non tanto perché la situazione attuale è ben diversa da quella degli anni Ottanta del secolo scorso, ma perché il modello Berlinguer è purtroppo quello in cui vorrebbero incappucciarlo persone che non crediamo siano suoi amici. Eppure qualche mossa iniziale dell’Enrico Elle un po’ scivola sulla china che non portò bene all’Enrico Bi.

Il segretario del PCI, sull’onda di quel che sosteneva all’epoca la stampa “amica”, si fece intrappolare ad avviare il suo partito verso quella trasmissione che alcuni, Ermanno Gorrieri fra questi, definirono un “partito radicale di massa” (alla Pannella). Era la resa ai miti del momento, a quegli idola tribus che sembravano portare il PCI alla futura guida dell’alternanza: l’austerità, la diversità, la presunzione di essere fuori dai “vizi” del sistema politico italiano. In realtà portò i suoi successori (perché non sappiamo ovviamente cosa sarebbe accaduto se Berlinguer non fosse morto prematuramente nel 1984) all’affermazione sulla scena di Berlusconi.

Oggi Letta sembra cedere ai nuovi idola tribus attuali per conquistare leggi tutto

Il paese dello zero virgola

Francesco Provinciali * - 20.03.2021

Valutando la gestione politica della pandemia, ad oltre un anno dalla sua genesi, il Presidente del CENSIS Giuseppe De Rita si è soffermato – in una recentissima intervista - su due elementi di criticità: la scelta di andare a rimorchio degli eventi, rincorrendoli e la carenza di un’ informazione adeguata, sostituita da una comunicazione dai toni emotivi e dalle ripercussioni ansiogene, sincopata, rapsodica, sistematicamente caduta dall’alto e all’ultimo minuto. Se la classe dirigente del Paese imbocca queste due strade dimostra di non possedere capacità di visione d’insieme, lungimiranza e coordinamento, creando le premesse per una sorta di psicosi collettiva da “sospensione”: di scelte, indirizzi, decisioni che sono elementi costitutivi del binomio competenza- responsabilità e che si riverberano sul piano sociale con comportamenti assoggettati a sentimenti di incertezza e insicurezza, vissuti emotivi di sconcerto. Quanto dura la chiusura delle scuole? Chi procura i tablet per la DAD? Quando arriva il mio turno per vaccinarmi? Aver imboccato la via dei DPCM a spron battuto ha generato la sensazione di vivere un lungo periodo di sbandamento generalizzato, con atteggiamenti collettivi condizionati dall’inevitabile sensazione di subire gli eventi, anche nelle polarizzazioni opposte delle chiusure e del liberi-tutti- la società ha metabolizzato un vuoto di gestione, foriero di contraddizioni e suggestioni tutt’affatto rassicuranti. leggi tutto

Il PD e la legge elettorale

Luca Tentoni - 17.03.2021

Nel suo discorso di investitura alla segreteria del Pd, Enrico Letta ha archiviato la stagione della "vocazione maggioritaria" per tornare ai tempi delle coalizioni prodiane, quelle che - come l'Unione - non puntavano ad escludere ma ad includere, stante anche la presenza (nel 1996 e nel 2001) di un sistema misto a prevalenza maggioritaria uninominale ad un turno come il "Mattarellum" (nel 2006 c'era il "Porcellum", che se dava un premio certo alla Camera, era una lotteria per i premi regionali del Senato, come Prodi purtroppo constatò a sue spese). Se Letta intende ripartire dal Mattarellum (che, come spiegava Sartori, non era certo il sistema migliore possibile) per andare oltre, guardando per esempio al doppio turno uninominale "alla francese" (in uso anche in gran parte del periodo dell'Italia liberale) la proposta è senza dubbio incoraggiante, perché costringe le forze politiche - soprattutto quelle pulviscolari del centro e della sinistra, cioè tutte tranne Pd e M5s - a compiere delle scelte precise: aderire ad una coalizione estesa, nella quale ognuno ha il suo spazio e la sua voce ma non il potere di ricatto, oppure restare fuori e scomparire. Il problema è che, col Mattarellum, chi resta fuori può sopravvivere, anzi può persino diventare determinante, perché la parte proporzionale e leggi tutto

IL DPCM 2 marzo 2021 fa retromarcia sulle tutele dei lavoratori fragili

Francesco Provinciali * - 13.03.2021

Ha avuto solo una parziale soluzione la questione dei "lavoratori fragili",  per i quali la legge di bilancio 2021 - n.° 178 del 30/12/2020 all'art. 481 prevedeva tutele sanitarie  estese fino al 28 febbraio 2021. 

Trattasi delle tutele a suo tempo stabilite dall'art 26 comma 2 e 2 bis del cd. "Decreto cura Italia", per le quali i lavoratori fragili erano in attesa di una proroga,  motivata dall'incremento  esponenziale dei contagi in atto, anche a causa delle numerose varianti del virus in circolazione.

Tuttavia il DPCM del 2 marzo 2021 all'art. 6 ha solo parzialmente rinnovato tali tutele, limitandole all'area del cd. "lavoro agile": con esclusione della previsione normativa più favorevole che equiparava la condizione dei cd. lavoratori fragili al ricovero ospedaliero. (codice INPS V07) al fine di sottrarli al  pericolo di contagio.

E' evidente che un utilizzo lavorativo in un contesto ove siano continuativamente presenti altre persone può favorire promiscuità e contatti fisici.

Ed è altrettanto evidente che una persona fragile per costituzione fisica necessiti del ventaglio più ampio di protezioni e tutele: un contagio potrebbe essere addirittura fatale.

Occorre intanto che sia chiarito il concetto stesso di "lavoro agile": infatti è stata usata nel DPCM questa dizione, anziché la più restrittiva e protettiva collocazione in "smart working".

“Lavoro agile” è una definizione che può leggi tutto

Antipolitica e politica dell’ “anti”

Paolo Pombeni - 10.03.2021

La crisi della politica meriterebbe riflessioni più serie della maggior parte di quelle in circolazione. E’ abbastanza significativo che anche l’ultima “grande” forza politica sopravvissuta alla consunzione della “repubblica dei partiti” sia finita per farsi omologare dagli eventi che hanno sconquassato la nostra vita pubblica. Ci riferiamo ovviamente al PD che è l’ultima continuazione storica di quella “forma” che ebbero i cosiddetti partiti di massa caratteristici della rivoluzione costituzionale del Novecento.

Non è questione solo del legame ideologico che quella formazione mantiene in parte con la storia e la vicenda del PCI, è proprio un problema di “forma”: è un partito che ha ancora le sezioni (un minimo vitali), una militanza ancora disposta a lavorare per il partito (per quanto sempre più fatta di “anziani”), una struttura con direzioni, assemblee, congressi che sono gestiti su base rappresentativa (non ci si fermi a possibili manipolazioni di essa: è un problema connaturato con quei tipi di organizzazione). La confluenza nel PD di un filone di professionismo politico proveniente dalla tradizione DC non ha fatto problema, perché si trattava di una tradizione omogenea come “forma”. Altre sparse membra confluite in esso sono state semplicemente amalgamate.

Il problema che si è posto sin dall’inizio del superamento del vecchio PCI è stato leggi tutto

E se il Covid avesse ucciso le Regioni?

Fulvio Cammarano * - 06.03.2021

Ci siamo accorti che le Regioni stanno perdendo rilievo nella cartina geografica della gestione del Covid? Con l’estendersi della complessità, aumentano i colori (adesso c’è anche l’arancione scuro) e con la nuova scala cromatica tramonta l’egemonia statica della Regione. Adesso l’analisi, finalmente, passa sempre più dalle province e dai comuni. Sono decine gli esempi. La Romagna si muove indipendentemente dall’Emilia e Forlì si muove indipendentemente dal resto della Romagna. Mentre Bologna e Modena diventano zone rosse, Reggio Emilia rimane arancione scuro. Tutti i comuni della provincia di Como passano in fascia arancione “rafforzata” ma questo vale solo per alcuni delle province di Cremona, Mantova, Milano e Pavia. Invece a Bollate e Viggiù si passa dal rosso all’arancione scuro mentre Valgoglio nel bergamasco rimane rosso. Nelle Marche, la sola provincia di Ancona è passata in zona rossa e così via.

E se è vero che il peggioramento dell’ondata epidemica sta portando a misure più restrittive che riguarderanno le intere regioni, non per questo deve venir meno la convinzione che la diversità delle condizioni all’interno del quadro geografico nazionale si rispecchia meglio in una tavolozza arcobaleno come si conviene ad un contesto così complesso di realtà comunali e provinciali.

La realtà di questo Paese, leggi tutto

Due enigmi: i Cinque Stelle e Conte

Paolo Pombeni - 03.03.2021

Lo scossone imposto dall’avvento di Draghi continua a riversarsi sui partiti politici. Che quello più colpito fossero i Cinque Stelle c’era da aspettarselo, ma non nelle modalità in cui sembra si stia verificando il cambiamento.

La trasformazione di un anti-partito in un partito di governo è già successa nella storia italiana. Si trattò del movimento fascista, che una volta arrivato in parlamento grazie alle elezioni del 1921 e poi al governo si trasformò nel Partito Nazionale Fascista (PNF) giurando naturalmente che nonostante il nome comune era cosa diversissima dalle vecchie camarille politiche. Si sbarazzò progressivamente del movimentismo squadrista di base, i suoi leader divennero uomini di governo (dittatoriale), il partito rinunciò a qualsiasi parvenza di democrazia interna dotandosi di un sistema di potere che vedeva un capo supremo (Mussolini) che però si teneva intorno, e sopra il partito, un consesso dei capi delle origini, il Gran Consiglio.

Non ricordiamo questo precedente per accusare M5S di fascismo (non c’entra nulla), ma semplicemente per ricordare che ci sono alcuni meccanismi che, in modi diversi e in contesti molto differenti (che contano: eccome!), si ripetono nell’organizzazione delle forme di partecipazione alla politica. I Cinque Stelle si sono accorti che l’età del “vaffa” era finita, anzi

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Gli spodestati, Draghi e l’opinione pubblica

Paolo Pombeni - 24.02.2021

I tempi sono difficili e non c’è da meravigliarsi se la partenza del governo Draghi avviene in salita. Nessuno si permette di dubitare sulle qualità eccezionali del premier, che al momento registra un consenso notevolissimo nei sondaggi, ma molti si lasciano andare a distinguo sulla qualità della squadra: anche in questo caso, nell’opinione pubblica sembra circolare un giudizio non proprio benevolo sulla composizione del nuovo esecutivo. Come è ovvio in presenza di una coalizione molto ampia, gli intervistati tendono a dare giudizi positivi sui ministri espressi dalla propria parte di riferimento ed a trovare poco accettabili gli altri.

Sin qui siamo però alla normale fisiologia della vita politica. Preoccupa un po’ di più l’attività, neppure troppo sotto banco, di coloro che essendosi identificati con il passato “modello Conte” lavorano adesso per costruire la narrazione che sia necessario sostenerne la continuità e favorire l’arrivo dell’ex premier alla testa dei Cinque Stelle in crisi. Si capisce che sono i fan per non dire la corte del sovrano deposto, quelli che si potrebbero chiamare gli spodestati. Sono loro che vogliono ad ogni costo tenere in vita la leggenda di un eccellente governo fatto cadere da un complotto di perfidi personaggi: devono ammettere che, per leggi tutto

Quel che resta delle parole

Francesco Provinciali * - 20.02.2021

Ci sono uomini che usano le parole all’unico scopo di nascondere i loro pensieri (Voltaire)

 

La metafora del viaggio, anche nella suggestione della rivisitazione intimista, ben si presta a concedere pause di stacco dalle assorbenti consuetudini ed è occasione di riflessione sulle cose della vita.

Qualcuno rammenterà come fosse ben descritta nel romanzo “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, dal quale prese spunto il regista James Ivory per un omonimo film che ci fece dono della magistrale interpretazione di Antony  Hopkins.

Ciascuno, a un bel punto della propria esistenza, ha modo di ripercorrere il senso delle cose fatte, delle occasioni mancate e delle opportunità realizzate.

E’un cammino a ritroso nel labirinto dei ricordi, un percorso introspettivo che rinnova memorie, rimpianti, soddisfazioni, fatti, parole e che traccia sempre provvisori bilanci.

L’allegoria del ricordo riaffiora nei chiaroscuri dei dubbi e delle improbabili identità del signor Onoff (un grandioso Gerard Depardieu) in un’altra celebre pellicola – “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore - e nel leit motiv della sua colonna sonora : “ricordare, ricordare è un po’ come morire….perchè tutto ritorna anche se non vuoi. E scordare, scordare è più difficile….se vuoi ricominciare. Ricordare, ricordare quel che c’è da cancellare”.

Quello che resta della nostra leggi tutto

I numeri del governo Draghi

Luca Tentoni - 17.02.2021

Il governo Draghi è il diciassettesimo della Seconda Repubblica (o il diciottesimo, se aggiungiamo il governo Ciampi del 1993-'94, di transizione). Rispetto ai governi della Prima Repubblica, quelli della Seconda sono stati molto più longevi: 542 giorni medi in carica più 34 circa per l'ordinaria amministrazione, per un totale di 576, contro i 313 più 33,5 della Prima (totale 346,5). In altre parole, se fino al 1992-'93 ogni presidente del Consiglio poteva ragionevolmente pensare di restare a Palazzo Chigi per non più di undici mesi e dieci giorni per volta, dal '94 in poi l'aspettativa di permanenza è salita a circa diciotto mesi. Inalterata, invece, la durata media delle crisi. Però, nella Seconda Repubblica, bisogna distinguere fra situazioni molto diverse fra loro: in quattro casi (1996, 2008, 2013, 2018) il nuovo governo si è insediato dopo una lunghissima transizione dovuta alle elezioni, quindi l'interregno medio è durato ben 107 giorni. Negli altri casi, la durata delle crisi è stata minima: da due a diciassette giorni (media: 10). In sintesi, la crisi che ha portato al governo Draghi è stata la più lunga di quelle "ordinarie" ma è durata la metà rispetto alla media della Seconda Repubblica (34,4) e addirittura i cinque sesti in meno delle quattro più lunghe (107). La portata della congiuntura politica e - per certi versi - anche istituzionale seguita alle dimissioni di Conte leggi tutto