Ultimo Aggiornamento:
28 marzo 2020
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Argomenti

Divisi e senza meta

Paolo Pombeni - 04.12.2019

Come è uscita la maggioranza dalla corrida parlamentare sul Meccanismo Europeo di Stabilità? Come era da aspettarsi: divisa, senza una leadership riconosciuta, ma soprattutto senza una meta verso cui tendere sia pure muovendo lungo itinerari diversi. Del resto non c’era solo il MES come argomento di contrapposizione: la questione della prescrizione è un’altra non piccola pietra d’inciampo.

È poco utile ritornare su una valutazione appropriata del MES, che non è ovviamente un testo sacro, ma non è neppure quel meccanismo infernale immaginato per stritolare i risparmiatori italiani come vorrebbero far credere Salvini e Meloni. I temi da affrontare sono altri. Senz’altro quello, abbondantemente dibattuto sulla stampa e alla TV, di un provvedimento che è stato progettato quando al governo c’erano quelli che adesso gli sparano contro e che allora evidentemente si occupavano d’altro. Tuttavia va anche detto che gli stessi attuali sostenitori dell’impresa, a cominciare da Conte, non si può dire non abbiano avuto delle distrazioni nel lasciar passare qualche normativa ambigua.

Il fatto è che quando si negozia da posizioni di debolezza è difficile far ascoltare la propria voce: e quando il Conte 1 sedeva ai tavoli europei in cui si ragionava del “salva-stati”, i nostri rappresentanti non erano guardati con particolare considerazione positiva. leggi tutto

Il 26 gennaio cambierà qualcosa

Luca Tentoni - 30.11.2019

Dopo il voto sulla piattaforma Rousseau, il governo è un po' più debole. Le numerose tensioni nella maggioranza rischiano di acuirsi in caso di sconfitta del centrosinistra in Emilia-Romagna. Non sarebbe la prima volta che un governo cade per un voto regionale: accadde a D'Alema (che, nel 1998-2000, aveva guidato due Esecutivi di seguito) e a Berlusconi (dimissionario nel 2005 dopo la batosta subìta dal centrodestra, ma pronto a formare un nuovo governo). Stavolta il turno elettorale è limitato a due sole regioni (Calabria ed Emilia-Romagna), ma - proprio per questo - l'attenzione sulla sorte del Pd e del governatore Bonaccini è molto maggiore rispetto ad un test generale e ampio. La Calabria, infatti, è considerata marginale, sia perché centrodestra e centrosinistra si sono alternate alla guida della regione (quindi non si tratta di una roccaforte), sia perché il M5s (che pure aveva ottenuto percentuali di voto record alle politiche del 2018) è in declino, sia perché di fronte alla sfida fra Lega e Pd per il controllo del "fortino rosso" per eccellenza (l'Emilia-Romagna), la partita calabrese perde molto di significato. Il voto del 26 gennaio prossimo rischia di passare alla storia come quello del 1999 per il comune di Bologna (espugnato da Guazzaloca, che divenne sindaco per il centrodestra) e leggi tutto

Confusamente avanti?

Paolo Pombeni - 27.11.2019

Della politica italiana non si sa più cosa dire. La destra tira dritto per una strada di imposizione della sua presenza, ma senza capacità propositiva. Berlusconi è sparito, perché quello che appare ogni tanto per amore della presenza televisiva è un suo zombie e i suoi uomini e donne non riescono a guadagnarsi una qualche rilevanza. Nella Lega ogni spazio deve essere lasciato a Salvini. Anche chi come Giorgetti avrebbe cose sensate da dire è relegato ai margini. La Meloni cerca di ricavarsi qualche visibilità, guadagna consensi, ma non propone nulla. Se si guarda questo panorama viene da chiedersi come faccia la destra a conservare le sue posizioni nei sondaggi.

Il fatto è che non è la destra ad essere forte, ma sono le alternative ad essa che sono particolarmente deboli. Obiettivamente si fa fatica ad individuare una qualsiasi proposta di visione da parte di Salvini e compagni che non sia semplicemente l’affermazione che la sinistra e M5S fanno tutto male e che loro farebbero molto meglio. Non dicono come, non mettono in chiaro un disegno di gestione delle nostre difficoltà, si limitano a ripetere che l’attuale maggioranza di governo è solo capace di mandare a rotoli il paese. Chi però continua credere che arriverà il leggi tutto

Il lustro di Mattarella

Luca Tentoni - 23.11.2019

Durante la scorsa estate, nel corso della trattativa per risolvere la crisi di governo, si disse che uno dei punti essenziali per evitare lo scioglimento anticipato delle Camere era scongiurare che il nuovo Capo dello Stato fosse eletto da Salvini e Meloni. In effetti, anche se il governo gialloverde fosse riuscito a sopravvivere fino all'inizio del 2022, sarebbe stato il leader leghista a scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica, sia pure concordandolo (fatto non di poco conto, certo) col capo politico dei Cinquestelle Di Maio. Verosimilmente, come si diceva negli ambienti politici un anno fa, nel 2022 il "notaio del contratto", cioè il presidente del Consiglio Conte, sarebbe stato scelto da Lega e M5S per il Quirinale. Ora è la maggioranza giallorosa a poter eleggere il successore di Mattarella (Prodi? Draghi? Franceschini?) ma c'è un problema: il "Conte bis" deve durare ancora per circa 26 mesi. Un'impresa non facile, vista la partenza senza "luna di miele" e data la difficoltà di amalgamare soggetti politici molto eterogenei come quelli che sostengono il governo. Il fatto che la scadenza del mandato presidenziale ricorra spesso, ormai, nelle cronache e nei commenti politici ci ricorda che Mattarella è al Quirinale da quasi cinque anni. leggi tutto

Il PD va a sinistra?

Paolo Pombeni - 20.11.2019

Sembra che il risultato della kermesse di Bologna sia stato uno spostamento a sinistra dell’asse identitario del PD. In verità l’impressione è che si tratti più di slogan che di riflessioni, anche se ci sono stati tre giorni di dibattiti e di tavoli di lavoro, di cui però sulla stampa e più in generale sui media è arrivato molto poco, al massimo qualche citazione degli interventi dei big o presunti tali. Perciò si parla di una accentuazione della collocazione a sinistra, perché così suonano gli slogan, specie alcuni, e perché così sostengono i giornali. Cosa poi voglia dire si vedrà.

Chi studia storia non può fare a meno di rilevare che lo spostarsi dei partiti di sinistra più a sinistra quando sono in difficoltà è una specie di riflesso di Pavlov. Basterebbe rileggersi la storia del Labour Party in Gran Bretagna per rendersene conto, ma anche per constatare che così facendo quel partito non ristabiliva le proprie sorti. Anzi ritornava al potere quando c’erano personaggi come Wilson o Blair che lo riportavano verso posizioni centriste. L’attuale esperienza di Corbyn è per esempio emblematica: almeno a stare ai sondaggi nonostante abbia di fronte un avversario assai poco attraente come Boris Johnson è circa 14 punti dietro il leggi tutto

I nodi al pettine

Paolo Pombeni - 13.11.2019

L’ex sottosegretario Giorgietti ha notato sornione che adesso anche il PD avrebbe capito cosa significa governare coi Cinque Stelle. Difficile dargli torto visto come si sta sviluppando la vicenda dell’Ilva, anche se bisogna aggiungere che l’irresponsabilità non alberga solo nelle fila pentastellate. Sta di fatto che quella vicenda sarà inevitabilmente il banco di prova della tenuta del governo: inutile pensare che possa andare diversamente.

Se si studia bene la tematica, e per farlo basta leggere l’ampia riflessione che il segretario della FIM-CISL Marco Bentivogli ha pubblicato lunedì 11 sul “Foglio”, si capisce quanto tutto non solo derivi da improvvisazione e mancanza di capacità manageriale, ma sia stato complicato da una politica incapace di tenere sotto controllo una situazione cruciale per la nostra economia, ma complicata da gestire. Il dramma è che questa impreparazione continua e non solo nelle fila grilline, perché una cultura antindustriale e succube di tutte le leggende metropolitane diffuse da un ambientalismo di maniera prospera anche nelle fila della sinistra. Così abbiamo risentito i ministri Boccia (uomo del governatore Emiliano, che di guai ne ha combinati parecchi) e Speranza rilanciare la tesi della decarbonizzazione, quando basta leggere il saggio di Bentivogli per capire che il tipo più pregiato di

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Un paese in crisi profonda

Paolo Pombeni - 09.11.2019

Talora a mettere drammaticamente in chiaro situazioni ambigue intervengono fatti imprevisti: è esattamente quel che sta accadendo con la vicenda dell’Ilva. La disgraziata storia di questa grande fabbrica è stata ricostruita in abbondanza dai giornali e già nel ripercorrerla si legge il declino di un paese abituato a pasticciare coi problemi anziché ad affrontarli. Ma siccome il nostro motto nazionale è, come dice la canzone, “scurdammoce ‘o passato”, tutto si concentra sull’ultima puntata, cioè sulla decisione dell’ultimo prospettato compratore (per il momento affittuario), il colosso franco-indiano Arcelor-Mittal, di abbandonare il campo.

Si discute se la ragione addotta dall’azienda, la cancellazione del promesso “scudo legale” a tutela di chi farà l’azione di risanamento ambientale, sia davvero il motivo o sia una scusa per uscire da un’impresa che non si giudica più fattibile. Purtroppo sono vere entrambe le facce della medaglia, cioè da un lato è verosimile che Arcelor-Mittal abbia finito per giudicare quasi infattibile il recupero dell’Ilva, dall’altro lato a questa conclusione è giunta perché la vicenda dello scudo legale ha messo in luce tutti gli elementi che rendevano più che problematica la riconversione.

Giustamente è stato notato che ha complicato non poco il quadro la crisi indotta sul mercato internazionale dell’acciaio dalla guerra commerciale fra i leggi tutto

In ordine sparso

Paolo Pombeni - 06.11.2019

Dice l’on. Marattin, esperto economico di Renzi, di non capire tutto questo stupore per la intensa discussione sui provvedimenti da inserire nella manovra di bilancio: non è stato forse sempre così? A questa domanda, non sappiamo quanto ingenua, si possono dare due risposte banali, ma che non vanno nella direzione che l’esperto economico dei renziani sembra suggerire.

La prima è che effettivamente è da un pezzo che le leggi di bilancio si scrivono a colpi di sgambetti, interventi a favore di questa o quella lobby, inseguimento di questa o quella tendenza del dibattito sui media, peccato che i risultati che si sono accumulati manovra dopo manovra siano stati piuttosto deludenti, per non dire di peggio.

La seconda risposta è che c’è un tempo per ogni cosa e non tutti i tempi sono eguali. Quando le cose vanno bene, quando la maggioranza di governo è solida e ben guidata, le componenti della coalizione possono anche premettersi qualche scarto a lato, giusto per esibire con evidenza la propria presenza. Non ci sembra però che adesso il contorno sia quello appena descritto, sicché quando l’opposizione sembra avere buone chance di buttar giù il governo, i membri della coalizione al potere dovrebbero capire che hanno tutto l’interesse a serrare leggi tutto

Il ruolo di Fratelli d’Italia nel nuovo destra-centro

Luca Tentoni - 02.11.2019

Lentamente, ma inesorabilmente, il partito di Giorgia Meloni si fa strada nel Paese, conquistando il secondo posto all’interno del centrodestra (non solo nei sondaggi, ma anche alle elezioni regionali, come in Umbria). È un percorso, quello di Fratelli d’Italia, al quale non è mai stata rivolta grande attenzione perché i successi della Lega e la crisi di Forza Italia hanno occupato le pagine dei giornali dedicate all’ex Cdl. Eppure, quello che nel 2013 era un partitino postmissino destinato a venire assorbito dalla Lega o a restare marginale in quel che rimaneva del centrodestra, si è fatto strada. La Meloni ha ragione quando rivendica che FdI è l’unico partito a non aver governato dal 2012 in poi: non ha sostenuto Monti (appoggiato da Pd e Pdl-Fi), né Letta, né Renzi, né il Conte-uno (Lega-M5s) e neppure il Conte-due (Pd-M5s-Leu). Stare all’opposizione in tempi di crisi e di difficile governabilità conta e rende, in termini elettorali. Se poi consideriamo che – dopo l’uscita dalla maggioranza gialloverde – la Lega sembra rimasta sulle posizioni delle europee, mentre FI ha continuato a perdere voti e FdI ne ha guadagnati altri (in Umbria) il quadro è completo. Già nel 2018, ma ancor più alle europee 2019 e nel ciclo delle elezioni nelle regioni ordinarie iniziato lo leggi tutto

I nodi al pettine

Paolo Pombeni - 30.10.2019

Discutere se il voto in Umbria abbia o no valenza nazionale è una disputa accademica: non dipende da quel voto in sé, ma da quanto ne scaturirà. Il problema è la tenuta del quadro politico che si è tentato di costruire dopo il dissolversi dell’alleanza gialloverde: se questo riesce a ritrovare le ragioni del nuovo assetto e si consolida il voto umbro verrà considerato un segnale di pericolo a cui è eseguita una pronta reazione; se quel quadro va a pezzi lo si considererà il primo passo verso un nuovo assetto stabile della politica italiana.

Al di là di quel che viene detto a favore di telecamere e taccuini dei cronisti, più o meno tutti sono consapevoli di questa banale verità. Il dibattito che si svolge fuori della luce dei riflettori riguarda infatti il tema di come si deve andare avanti “dopo” quel che ha rilevato il voto regionale del 27 ottobre. Ne discutono tanto i perdenti, cioè M5S e per converso il PD, quanto i vincitori, cioè in primis Salvini, ma anche Berlusconi e la Meloni.

La debacle a Cinque Stelle che si è registrata mostra, se si vuole guardare le cose con un certo realismo, la crisi profonda in cui versa un agglomerato di leggi tutto