Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2020
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Argomenti

Senza visione

Paolo Pombeni - 21.10.2020

L’emergenza contagi è preoccupante, non sarebbe più tempo di attese per vedere come si evolverà, ma di azioni per metterla sotto controllo e possibilmente bloccarla. Il governo ricorre al solito sistema dei DPCM con la solita scusa che occorre fare presto. Peccato che poi i testi escano a sprazzi e bocconi, rivisti più volte, ed entrino in vigore almeno per varie norme dopo un qualche lasso di tempo. L’interlocuzione poi è solo con il Comitato Tecnico Scientifico, non esattamente un organismo di assoluta autorevolezza, visto che siamo invasi da opinioni le più varie e contrastanti di virologi e assimilati che vantano, almeno in non pochi casi, altrettanta se non maggiore autorevolezza scientifica dei membri del Cts.

Con le opposizioni non c’è uno straccio di confronto, neppure per snidarle dai loro numerosi e in parte assurdi preconcetti. Eppure il primo dovere della politica sarebbe in questo momento lavorare alla costruzione di un consenso nazionale, senza il quale difficilmente si potrà ottenere dalla popolazione una cooperazione convinta alla lotta contro il virus. Ci sono cose anche banali che un governo potrebbe fare: per esempio costruire un forum che coinvolga tutti i virologi e assimilati che sono presenti nel dibattito pubblico per costringerli a confrontarsi leggi tutto

Politica, società e "seconda ondata"

Luca Tentoni - 17.10.2020

Se appare verosimile che la gestione delle fasi uno e due (soprattutto la prima) della pandemia abbia portato consensi alla maggioranza di governo e ai presidenti delle regioni (escluso quello lombardo, visti i risultati del centrodestra alle comunali), è però altrettanto probabile che un eventuale nuovo periodo di chiusura e confinamento possa produrre effetti politici (non solo sociali ed economici) dirompenti. In questo momento, infatti, è la memoria a pesare: quando fummo tutti costretti dai fatti al "lockdown" non c'erano precedenti e soprattutto non era stato possibile avere tempo - prima del virus - per approntare difese e contromisure adatte. Ora, invece, sarebbe illusorio ripartire psicologicamente da capo con la stessa speranza di marzo-aprile e con la stessa coesione di allora. Anche la gestione dell'emergenza è diventata, una volta finita la prima fase, un tema di dibattito politico ed è improbabile che, una volta aperto il vaso di Pandora, un nuovo confinamento generale della popolazione non susciti proteste alimentate anche dai partiti di opposizione (in particolare da quelli di destra sovranista). C'è poi, ora la questione di come e da chi far gestire l'enorme flusso di denaro di Next generation EU: le ricette della maggioranza e delle minoranze parlamentari divergono molto, in tal senso. leggi tutto

Cavalcare un futuro di incognite

Paolo Pombeni - 14.10.2020

L’impennata dei contagi che per ora non accenna a spegnersi ha messo in stand by la politica, quella vera naturalmente, perché il piccolo cabotaggio continua. Di esso fanno parte i tormenti, chiamiamoli così, per organizzare la prossima tornata di elezioni comunali che vedono in lizza città molto simboliche a partire da Roma, Milano e Torino, a cui si aggiungono però Bologna, Firenze, Napoli e Trieste.

Non è che di per sé la scelta del sindaco di una grande città sia una faccenda irrilevante, ma quando si tratta di scelte che verranno fatte fra 7-8 mesi, c’è da chiedersi se i partiti si rendano conto che come sarà allora la situazione del paese è una grossa incognita. Per la verità i partiti lo sanno benissimo, solo che scaramanticamente evitano di porsi sino in fondo il problema, proprio perché non hanno elementi per immaginarsi come andrà a finire con questa pandemia che squassa non solo il nostro paese, ma l’intera Europa (e questo non è senza importanza, visto che è sui soldi di Bruxelles che si sta puntando tutto).

Così, verrebbe da dire tanto per ingannare il tempo, le varie forze politiche corrono alla ricerca non del candidato più adatto a gestire una fase difficile, ma di leggi tutto

La riforma elettorale

Luca Tentoni - 10.10.2020

L'ipotesi che, fra le riforme in discussione, venga approvata dal Parlamento una legge elettorale proporzionale con preferenze e soglia d'accesso al 5% è finora remota. Le intenzioni del Pd sembrano un po' diverse da quelle del M5S e di Leu, mentre è ancora da capire se Forza Italia avrà il coraggio - sul Mes sanitario e sulla legge elettorale - di fornire alla maggioranza i voti necessari per compensare quelli eventualmente mancanti a causa di scissioni o defezioni sui singoli provvedimenti. Dando però per scontato ciò che non è, ovvero che la riforma elettorale alla fine sia quella voluta da Zingaretti, resta da domandarsi quali interpreti avremo sulla scena nel 2022 o 2023 quando si voterà. Con la soglia al 5%, la sinistra dovrà provare a costruire un patto col Pd (di confluenza nelle liste, magari accompagnato da una distinzione politica, un po' come fecero un tempo i radicali che si candidarono con i Democratici) mentre Italia viva e i centristi dovranno trovare una collocazione; il tutto, mentre Berlusconi si avvierà a superare gli 85 anni e ad affrontare un'eventuale competizione elettorale guidando Forza Italia (con la prossima legislatura che scadrà nel 2027 o 2028, cioè quando il Cavaliere avrà superato la novantina). A destra, Lega e Fratelli d'Italia resteranno come sono, leggi tutto

Una proposta che merita attenzione

Paolo Pombeni - 07.10.2020

Probabilmente finirà in nulla, come tante altre iniziative del genere. Ci riferiamo alla bozza del disegno di legge costituzionale predisposta dal PD e presentata con una certa solennità la settimana scorsa per poi finire subito nel disinteresse generale. Era il mantenimento della promessa di affiancare il sì al referendum grillino con una proposta di sistemazione di alcune debolezze del nostro sistema parlamentare.

Anche se finirà parcheggiata nei cassetti dei progetti di legge senza sviluppo, visto che al momento nessun partito l’ha degnata di attenzione (poca anche dal PD), la proposta elaborata dal gruppo composto dai parlamentari Ceccanti e Parrini nonché da Luciano Violante e con un contributo esterno del prof. Enzo Cheli merita di essere presa in considerazione perché se fosse approvata rimodellerebbe notevolmente il nostro sistema costituzionale.

Intendiamoci: non c’è nessuna vera rivoluzione, ma solo una razionalizzazione meditata dei nodi che sono presenti nel nostro sistema attuale. Partiamo da un dato che è stato molto pubblicizzato, ma in modo approssimativo: non c’è una vera sistemazione del problema del bicameralismo, ma semplicemente il passaggio ad un monocameralismo articolato.

Al contrario di quanto speravano una parte almeno dei nostri costituenti, non abbiamo mai veramente avuto due Camere che rappresentassero due filiere diverse leggi tutto

Nonostante il voto, i problemi del Pd restano

Luca Tentoni - 03.10.2020

Nonostante il buon risultato delle regionali del 20 e 21 settembre (un pareggio: più un viatico che un trionfo) il centrosinistra ha ancora parecchi problemi e nodi da sciogliere. Il Nord gli è ostile: Piemonte, Lombardia, Liguria e Veneto sono state confermate al centrodestra, nel 2018-'20, così come sempre in passato (per i casi lombardo e veneto) o dal 2013-'15 (per gli altri due). Nelle quattro regioni, i candidati presidenti del centrosinistra hanno avuto il 28% contro il 56% di quelli di centrodestra (la metà esatta). Non solo: il vantaggio di leghisti e alleati al Nord su Pd e altri, alle europee e alle regionali, è di circa 20 punti e tende a restare largo (per non parlare del Veneto: 50 punti). Grazie alle vittorie in Emilia-Romagna e Toscana le sconfitte in Umbria e Marche sono state compensate (e il vantaggio dei candidati presidenti delle quattro regioni è stato del 2,8%); nel Lazio Zingaretti, nel 2018, si è imposto di misura, confermando che una certa competitività del centrosinistra resiste, con vistose smagliature, almeno nella parte centrale della Penisola. Ma al Sud, dove pure i candidati presidenti di centrosinistra hanno ottenuto, fra il 2018 e il 2020, il 50,9% dei voti contro il 33,7% di quelli del centrodestra, la realtà non è quella che appare: su sei regioni, il Pd leggi tutto

Arriva il Conte due e mezzo?

Paolo Pombeni - 30.09.2020

Dopo un lungo periodo di stallo il premier Conte accelera. Lo fa a modo suo, puntando sulla comunicazione personale con interventi spot a iniziative varie, snobbando le sedi istituzionali (consiglio dei ministri, parlamento, vertici dei partiti). A quale fine? Vuol davvero rispondere al perentorio invito del PD a cambiare passo? In qualche modo certamente, ma, a nostro avviso, soprattutto come strategia per evitare che il suo governo possa andare a gambe all’aria e lui con esso.

Dubbioso che se il Conte due dovesse cadere si potrebbe passare ad un Conte tre, così come sarebbe anche nel caso di un rimpasto, si è messo a varare quello che scherzosamente potremmo chiamare il Conte due e mezzo: un esecutivo che non tocchi composizione ed equilibri attuali, ma che dia l’impressione di avere svoltato pagina rispetto al passato.

Da bravo organizzatore della scena, il premier lancia così tre operazioni con forte contenuto emblematico: riforma dei decreti sicurezza, superamento di quota 100 nel sistema pensionistico, revisione decisa del reddito di cittadinanza. Prova così a sottolineare la rottura col Conte 1 a cui risalgono tutti e tre i provvedimenti, picchiando più forte, almeno a parole, su quelli cari a Salvini e potendo sfruttare un bel po’ di ambiguità

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Bilancio del voto regionale

Luca Tentoni - 26.09.2020

Col voto del 20-21 settembre, tutte le quindici regioni a statuto ordinario hanno concluso il rinnovo di presidenti di giunta e Consigli, in ben otto appuntamenti elettorali iniziati con quello in Lombardia e Lazio del marzo 2018. Il riepilogo di tanti turni e di votazioni svolte in circostanze politiche diverse può essere in parte fuorviante, ma a nostro giudizio è ancora utile per delineare delle tendenze generali. A destra, la Lega passa dall'8,7% (più il 4,5% delle liste Maroni e Zaia) del 2013-'15 al 21,4% (più il 4,3% delle liste Fontana e Zaia) del 2018-'20, guadagnando il 12,7% (a livello nazionale, nel 2018, la Lega ebbe il 17,3%, dunque, proiettando - sia pur impropriamente - il dato delle regionali su quello delle politiche arriviamo intorno al 30%, cioè alla media dei sondaggi del triennio, che hanno visto prima il partito di Salvini al 33-35%, ora verso il 25-27%); il dato relativo alle sei regioni al voto domenica scorsa è invece del 24,1% (Lega più Zaia) contro il 14,5% del 2015: un progresso del 9,6% che, proiettato sul nazionale, farebbe arrivare Salvini al 27% circa (realistico). Fratelli d'Italia balza dal 3,6% all'8%, però il dato relativo alle sole sei regioni nelle quali si è votato il 20-21 settembre attribuisce al partito di Giorgia Meloni il 10,6% (quindi almeno l'11-12% su scala nazionale). Forza Italia, invece, perde il 5,6% leggi tutto

Né spallata, né stabilizzazione

Paolo Pombeni - 23.09.2020

E’ sicuro che la spallata preconizzata da Salvini non c’è stata: è la seconda o la terza volta che il Capitano si fa travolgere dal suo entusiasmo. Se ne deve dedurre che una volta di più registriamo una stabilizzazione del sistema, che Conte e il suo governo hanno davanti mesi tranquilli?  E’ possibile, ma non ne saremmo così certi.

I risultati della tornata elettorale del 20-21 settembre non si prestano ad una lettura in bianco e nero: tizio ha vinto, caio ha perso. Sono piuttosto un ennesimo passo in direzione della ridefinizione del nostro sistema politico e non sappiamo ancora dove realmente andremo a finire.

Partiamo pure dai risultati del referendum costituzionale: il sostanziale 70 a 30 per il sì non segna esattamente il trionfo dei Cinque Stelle. E’ semplicemente la registrazione di un certo distacco del paese dalla questione che riguarda i meccanismi di rappresentanza. C’è una larga sfiducia che il parlamento sia un baluardo della volontà di partecipazione dei cittadini, tanto è vero che quasi la metà degli elettori non si è neppure presa la briga di andare a votare e che la riduzione dei parlamentari è stata approvata sull’onda della tesi che un bel taglio nel numero dei parlamentari non avrebbe cambiato nulla leggi tutto

L'eterna protagonista è la mobilità elettorale

Luca Tentoni - 19.09.2020

Non è difficile prevedere che nel voto di domani e lunedì la mobilità elettorale possa risultare elevata. Rispetto al 2015 molte cose sono cambiate, così come rispetto alle politiche del 2018 e a quelle del 2019. Perciò, è forse opportuno, nell'attesa dei risultati, riflettere su quella che da almeno sette anni è diventata una costante della nostra dinamica politico-elettorale: lo spostamento di consensi verso altri partiti e verso (e dal) non voto. Venute meno le appartenenze ideologiche di un tempo, affievoliti persino certi legami apparentemente indissolubili fra territorio e voto (il caso dell'Umbria passata dal centrosinistra al centrodestra alle scorse regionali è emblematico), si è visto che anche la "Repubblica delle leadership" è ormai in crisi. Dal 2012 in poi Monti, Bossi, Grillo, Renzi, Di Maio, Berlusconi hanno patito sconfitte elettorali tanto eclatanti quanto eccezionale era stata l'ascesa del consenso alle singole personalità. Un ruolo importante, in tutto questo massiccio disincanto - una sorta di definitiva "laicizzazione" del voto - è stato svolto dalla crisi economica di dieci anni fa, che ha messo in moto - grazie anche ad un'efficacissima campagna contro la "Casta" - un processo di destrutturazione dei poli tradizionali (che non interscambiavano voti fra loro, salvo quote marginali). Lo "scongelamento" di centrodestra e centrosinistra ha permesso il deflusso verso il M5s - prima leggi tutto