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13 giugno 2026
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Un referendum per spaccare il paese

Paolo Pombeni - 05.11.2025
Separazione carriere

In politica la radicalizzazione esasperata degli scontri è una brutta bestia. Lo sanno tutti, ma è come per il vizio: ben pochi lo difendono, moltissimi ci cascano e lo praticano. È quel che purtroppo ci attende con l’apertura della campagna per il referendum confermativo della riforma che passa sotto il nome di separazione delle carriere.

Ragionarci con distacco è impresa ardua, ma noi, nel nostro piccolissimo, ci proviamo. Il punto di partenza è che si discute di due temi che a rigore non dovrebbero essere neppure strettamente connessi (ma, lo vedremo, lo sono): l’organizzazione delle funzioni dal momento che si è deciso di passare nel processo penale al sistema accusatorio (riforma Vassalli: 1988!!); l’autogoverno corporativo dei magistrati.

In sé nel momento in cui si era passati al nuovo regime (quello “all’americana”, che gli anziani come chi scrive avevano appreso in TV nei telefilm di Perry Mason) avrebbe dovuto essere inevitabile una specializzazione del ruolo del P.M. che si diversificava da quello del giudice. Si poteva trattare di adeguare il nostro ordinamento a quel che è in vigore in quasi tutti gli stati democratici che hanno il sistema accusatorio, e infatti abbiamo dagli anni Ottanta del secolo scorso in avanti molteplici proposte di agire in quella direzione, proposte che sono venute da diverse parti sia politiche che tecniche.

La magistratura organizzata non ha mai visto di buon occhio la ridefinizione delle due posizioni, un po’ per conservatorismo, un po’ perché ovviamente si sarebbero ristrette le possibilità di movimento dei magistrati. Di qui una lotta sorda e intricata fra sostenitori di una razionalizzazione del sistema adeguandolo al nuovo contesto e difensori di un autogoverno corporativo degli stessi magistrati che non voleva interferenze dall’esterno: ecco dove si saldano i due problemi.

In mezzo ci si è messa la crisi politica della prima repubblica. Da un lato essa ha scoperchiato la profonda corruzione, non solo nel senso banale del termine, che aveva compromesso la credibilità del sistema dei partiti e di quote non piccole delle sue classi dirigenti. Questo aveva dato spazio di intervento alla magistratura che iniziando, doverosamente, dall’intervenire su alcuni specifici reati corruttivi si è vista travolgere da un enorme consenso popolare che ha spinto una parte di essa ad autoassegnarsi il compito neo giacobino di moralizzatori del sistema (con relativo taglio di teste all’ingrosso, per fortuna, visti i tempi, non più sanguinario, seppure in vari casi piuttosto cruento).

Dal lato opposto la magistratura organizzata ha progressivamente bruciato il suo ruolo di autogoverno, per la semplice ragione che è stata del tutto incapace sia di sanzionare gli errori, talora clamorosi, in cui alcuni erano incorsi (adesso giustamente si ricorda il caso del giudice che arrestò e spedì in galera l’innocente Enzo Tortora, ma non è che un caso), sia di esercitare una azione educativa sull’uso, chiamiamolo così, disinvolto, dei poteri della pubblica accusa. Per di più era divenuto evidente che l’autogoverno, istituito a tutela dell’indipendenza dell’organo giudiziario, aveva finito per essere terreno per una organizzazione di correnti per la gestione delle carriere e per la prevalente difesa dei vantaggi corporativi. Questo ha rovesciato il favore con cui molta parte dell’opinione pubblica aveva salutato il neo giacobinismo giudiziario (fenomeno che non risulta nuovo a chi ha studiato la storia delle rivoluzioni).

È con questa vicenda alle spalle che siamo arrivati alla prova di forza che è terminata (forse) con l’approvazione della riforma costituzionale promossa dal governo di destra-centro. L’obiettivo di questa non è tanto sistemare in maniera razionale il meccanismo del sistema penale accusatorio (e qui si scontrano molti interessi, compresi quelli degli avvocati…), quanto sfidare la torsione del neo giacobinismo corporativo che ha trasformato quello che nella teoria costituzionale classica doveva essere un “potere neutro” (Montesquieu) in un “potere di controllo” (non previsto) sugli altri poteri, ovviamente sovraordinato e superiore altrimenti non che controllo è.

Il cuore della riforma è lo smantellamento del CSM come ganglio del potere corporativo governato dalla organizzazione dei magistrati in correnti: la divisione in due, uno per i giudicanti e uno per i PM, è solo un omaggio formale al quadro accusatorio, perché il nucleo è la formazione di quei corpi per sorteggio e in parallelo la sottrazione ad essi del potere disciplinare affidato invece ad un organo in teoria non corporativo (peraltro questa dovrebbe essere la normalità: non è sano che la valutazione delle eventuali deviazioni sia fatta “internamente” ad una corporazione).

La riforma non è stata scritta da menti giuridicamente molto illuminate, ma le opposizioni alla sua formulazione sono venute da sponde ancor meno capaci di volare alto. Adesso siamo al festival degli opposti slogan, delle argomentazioni sofistiche fatte per eccitare pregiudizi di vario tipo, dei “testimonial” scelti strumentalmente fra i personaggi che possono fare scena in una delle direzioni che si contrappongono. Dubitiamo che il referendum si svolgerà come un confronto sufficientemente controllato su temi di fondo.

Le incognite sono molte. Prima di tutto quanti elettori andranno a votare. Non c’è necessità di quorum, ma ovviamente se la partecipazione fosse bassa sarà un argomento per delegittimare il risultato qualunque esso sia (ancor più se lo scarto fra i sì e i no fosse non grande). In secondo luogo con un paese spaccato da una lunga campagna referendaria, che sarà inevitabilmente al calor bianco perché gli estremisti non demorderanno e costringeranno gli altri ad adeguarsi a quei toni, comunque andasse a finire ci saranno pesanti ricadute. Se vincessero i “no” perché si chiederà la caduta del governo e soprattutto perché le correnti più neo giacobine della magistratura si sentiranno incentivate a procedere sulla loro strada. Se vincessero i “sì” perché la maggioranza di destra-centro vorrà riscuotere il successo probabilmente con l’affrettare la scadenza elettorale nazionale (circostanze internazionali permettendolo) e perché l’applicazione concreta della riforma non è detto venga fatta con la necessaria attenzione soprattutto in presenza di reazioni bloccarde da parte degli sconfitti.

Temiamo che gli elettori nella loro scelta siano davvero davanti a qualcosa di simile all’alternativa del diavolo.