Ultimo Aggiornamento:
13 giugno 2026
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Alla fine dei conti

Paolo Pombeni - 12.11.2025
Libri Gorrieri

La stucchevole polemica per il referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario non conosce soste nei talk e meno intensamente sulla stampa, ma al momento non sembra appassionare l’opinione pubblica. La stessa politica, lasciato quell’argomento per lo più ai vari personaggi-spettacolo, al momento si concentra su altro, cioè sulla legge di bilancio che deve essere approvata entro fine anno.

Il rituale è più o meno il solito: in vista di un piccolo, ma non del tutto insignificante spazio di dibattito parlamentare in cui qualche limatura si potrà avere, intanto ci si prepara con attacchi di diverso genere: abbastanza scomposti e populisti da parte dell’opposizione, più settoriali e talora subdoli da parte di categorie più vicine alla maggioranza.

Il nocciolo della questione è che siamo di fronte al fare parti uguali fra disuguali: la celebre frase di don Lorenzo Milani, divenuta titolo di un importante libro di Ermanno Gorrieri uscito dal Mulino nel 2002, ed ora oggetto di un bel docu-film liberamente visibile in rete. Oltre a questo sarebbe da citare un altro bel libro di Gorrieri, “la giungla retributiva” (1972), perché coglieva, mezzo secolo fa, il tema che è al centro dell’attuale diatriba.

Tutto infatti si impernia, in ultima istanza, sul problema di chi e come debba rispondere ad una congiuntura economica non felice, seppure, andrebbe detto, neppure drammaticamente catastrofica come certuni vogliono dipingerla. La gente percepisce che le capacità di spesa degli individui e delle famiglie si sono ristrette, per le fasce più svantaggiate in modo davvero drammatico, per altre in modo più sopportabile, ma certo al prezzo di dover rinunciare a quote di “benessere” che erano divenute normalità, una sorta di diritto acquisito. Di qui la ricerca di individuare il soggetto che possa rimettere in sesto la situazione.

Poiché, come sempre accade, nelle fasi di disequilibrio c’è chi ci guadagna, anche in forma esagerata, ecco che si ripresenta la richiesta di far pagare loro in forma punitiva il costo del riequilibrio. Lo sciocco slogan “anche i ricchi piangano” è l’espressione di questa psicologia a buon mercato ed oggi viene rilanciato attingendo ad un altro mito, “la patrimoniale” sulle grandi ricchezze accumulate. Che tutti gli economisti degni di questo nome avvertano che non sono quelle le strade per cavare il famoso ragno dall’altrettanto famoso buco conta poco: di fronte ad un mondo che affronta lo sconvolgimento di tutta una rete di punti di riferimento, in politica internazionale, come in politica sociale e culturale, ci sono da attendersi quelle che si definiscono reazioni di pancia.

Ma la politica non dovrebbe farsi ingabbiare nel loro inseguimento, vuoi erigendosi a vendicatori di chi sopporta il disagio del momento, vuoi inventandosi tutori di chi stando almeno benino teme venga messa in discussione la sua posizione (e aggiungiamoci pure gli egoismi di quelli che stanno benissimo). Il fatto è che in questo momento le capacità creative delle nostre classi dirigenti sono piuttosto limitate.

Come ha detto la Banca d’Italia nell’audizione in commissione bilancio è difficile risolvere il problema della erosione del potere di spesa di salari e stipendi semplicemente facendo leva sul meccanismo della tassazione. Per come è costruito, proprio perché deve di necessità fare regole generali valide per tutti (dunque parti uguali fra disuguali), alla fine chi sta meglio guadagna di più di chi sta peggio. Nel caso specifico della legge di bilancio in via di valutazione è ridicolo dire che essa premia “i ricchi” solo perché, se tagli percentualmente le tasse, a chi ha di più resta per forza di cose di più rispetto a chi partiva da una base più bassa (senza contare che considerare ricco chi ha un reddito annuo lordo di 50mila euro non può che apparire quantomeno bizzarro…).

Non si è tenuto alcun conto della seconda parte dell’osservazione della Banca d’Italia che invitava a considerare che gli incrementi di entrate andavano ottenuti con un adeguamento dei salari da parte di imprese che hanno guadagnato molto e che dovrebbero mettere in conto di far partecipare a quei frutti anche i lavoratori (ed è questo il terreno di lotta dei sindacati). Solo che qui entra in campo un altro fattore: le imprese sono restie ad accettare incrementi salariali per i propri dipendenti perché non si fidano del futuro. In un contesto in cui tutto si muove, il quadro internazionale è turbolento, le guerre commerciali sono in corso, la Cina cerca espansioni sui mercati europei per reagire alle chiusure del mercato americano, gli imprenditori non investono nel costo della manodopera timorosi che quel che si concederebbe non possa reggere la situazione futura dei mercati.

Siamo così al classico del gatto che si morde la coda senza sapere che la coda è sua: non si vede soluzione se non nel ricorso alla “mano pubblica”, che però è condizionata da una sovranità sempre più limitata dal suo inserimento nel quadro europeo e internazionale, per cui deve piegarsi a tenere i conti in ordine ed a muoversi con estrema circospezione. Si potrebbe fare di più? Certamente, se si accettasse di mettere mano a quella giungla retributiva indiretta che sono le esenzioni, i privilegi, i bonus, i sussidi e finanziamenti, e via elencando che si sono accumulati e che costituiscono la palla al piede del nostro debito pubblico. Ma toccare quelli significa mettere i piedi su delle mine che poi scoppieranno a cascata. Detto chiaramente si tratta di un’operazione assolutamente necessaria, ma che si potrà fare solo in un contesto di qualche forma di solidarietà trasversale fra tutte le forze politiche, perché solo così si potrà uscire vincenti dal vortice del corporativismo che se non riesce proprio a trascinarci a fondo, comunque non ci fa avanzare.

Perché alla fine dei conti i conti si devono pur fare. E su questo ha le sue ragioni il Giorgietti San Sebastiano di questi giorni.