Ultimo Aggiornamento:
18 aprile 2026
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La grande transizione del capitalismo

Intervista a Giuseppe Sabella, direttore di Oikonova

Francesco Provinciali * - 25.03.2026
Giuseppe Sabella

Caro Direttore Dr. Sabella, nel linguaggio ricorrente e nell’immaginario collettivo il dibattito e l’attenzione si concentrano sul tema attuale della cd. “transizione”, considerata nei suoi aspetti più ricorrenti: digitale, energetica, ambientale e nei loro correlati antropologici. Nel Suo libro “La grande transizione del capitalismo” edito da Rubbettino Lei sposta invece il focus sul tema del “capitalismo”. Perché?

Nel dibattito pubblico la parola transizione è diventata quasi una formula magica: digitale, ecologica, energetica. Nel mio libro La grande transizione del capitalismo ho scelto di spostare il focus proprio su questo punto: non stiamo vivendo una transizione neutra, ma una trasformazione strutturale del capitalismo. Parlare solo di tecnologia significa eludere la questione centrale: chi decide, chi guadagna, chi perde. Siamo di fronte a una riorganizzazione profonda delle forme di accumulazione, dei rapporti di potere e dei meccanismi di legittimazione dell’economia globale. Il capitalismo non cambia per caso: cambia per continuare a riprodursi. Joseph Schumpeter lo aveva già colto descrivendolo come un sistema fondato sulla “distruzione creatrice”, in cui l’innovazione rompe equilibri, genera crescita ma anche instabilità. La trasformazione non è dunque un’anomalia, bensì la condizione normale di funzionamento del capitalismo. Negli ultimi decenni questa dinamica si è intensificata: alle grandi ondate di innovazione si sono accompagnate disuguaglianze crescenti, precarizzazione del lavoro e crisi ricorrenti. L’idea di una transizione indolore e governabile tecnicamente appare, alla luce di questa storia, ingenua. Anche l’ascesa della Cina ha infranto l’equazione tra capitalismo, libero mercato e democrazia liberale, mostrando l’esistenza di forme di capitalismo politico in cui potere economico e potere statale sono intrecciati. In questo senso, la transizione ecologica e digitale non rappresenta una rottura con il capitalismo, ma la sua più recente ristrutturazione storica, che ridefinisce priorità produttive, tecnologiche ed energetiche. Tuttavia, per capire davvero la transizione dobbiamo tornare a interrogare il capitalismo e porci la domanda più scomoda e necessaria: a vantaggio di chi si sta trasformando? La questione decisiva è se questa nuova fase produrrà benefici diffusi e inclusione sociale, oppure se finirà per accentuare ulteriormente le disuguaglianze: è su questo terreno che oggi si gioca il senso politico e sociale della transizione.

Ad un livello interpretativo ed euristico, secondo un’analisi economica ma anche socio-culturale, a quale arco temporale possiamo ascrivere questa decisa virata del capitalismo? Quali sono le sembianze caratterizzanti il capitalismo che lo rendono diverso e attuale? Quali sono gli assi portanti entro cui si va caratterizzando come aspetto prevalente della transizione globale?

La transizione attuale va letta come crisi e riconfigurazione della globalizzazione costruita sotto l’egemonia americana e rafforzata negli anni del neoliberismo. Per decenni il mercato globale ha garantito crescita e interdipendenza, ma con benefici profondamente asimmetrici. La rottura arriva nel 2008: Lehman Brothers segna la fine di un ciclo storico. Gli Stati Uniti non sono più il “compratore di ultima istanza”, il multilateralismo si incrina e la Cina diventa un competitor strategico. Non si tratta di una semplice frattura tra Occidente e Asia, ma della formazione di blocchi economici e geopolitici. La competizione tra Stati Uniti e Cina non riguarda solo commercio e tecnologia, ma due forme di capitalismo: uno liberale un po’ in difficoltà e uno politico che integra mercato e Stato, anch’esso alle prese con qualche problema (in particolare, sovrapproduzione merci). In questa tensione prende forma la nuova fase storica, in cui energia e tecnologia diventano inseparabili. Senza sicurezza energetica non esistono né autonomia tecnologica né sovranità strategica.

A proposito di energia e di transizione dall’oil and gas alle fonti alternative, come possiamo contemperare un incedere pervasivo del capitalismo 4.0 con il tema ecologico e della sostenibilità? In che misura la presenza organizzata dell’uomo nei contesti planetari va assumendo questa decisa caratterizzazione? Considerando anche i chiaroscuri di una visione planetaria in cui convivono espansione e ricchezza con sacche di emarginazione e povertà assoluta.

Quando un ciclo storico di accumulazione si esaurisce, il capitale tende a riorganizzarsi non solo sul piano produttivo, ma anche su quello simbolico e discorsivo. In questo senso, Jacques Lacan è illuminante. Per Lacan il discorso non è semplice comunicazione, ma è una struttura che organizza desideri, potere e legami sociali. Il cosiddetto “discorso del capitalista” descrive proprio la capacità del sistema di accelerare i processi di produzione e consumo, trasformando anche le crisi in nuove occasioni di funzionamento. È su questo piano che si colloca l’analisi di Luc Boltanski, quando mostra come il capitalismo sia in grado di assorbire le critiche che gli vengono rivolte, neutralizzarle e trasformarle in motore di nuovi cicli. In questa prospettiva, ecologia e sostenibilità diventano il nuovo linguaggio di legittimazione del capitalismo contemporaneo. Nel contesto post-2008, il grande capitale ha progressivamente incorporato l’istanza ecologica come terreno strategico per l’innovazione e per la costruzione di nuovi mercati. Questo non significa negare la realtà della crisi climatica, né il fatto che una transizione verso le fonti rinnovabili sia preferibile al modello fondato su oil and gas. Significa piuttosto riconoscere che il capitalismo tende a trasformare anche l’emergenza ecologica in uno spazio di riorganizzazione produttiva, proponendosi come agente “salvifico” attraverso tecnologie verdi e innovazione industriale.

Possiamo storicamente analizzare e descrivere le specificità delle precedenti fasi evolutive del capitalismo? In quella attuale possiamo considerare che tecnica e tecnologia, digitalizzazione ed informatica siano il volano di una evoluzione qualitativa?

Le transizioni storiche del capitalismo sono sempre state segnate da mutamenti tecnologici, sociali e geopolitici che hanno ridefinito le forme di accumulazione e le infrastrutture del potere. Come osservava Fernand Braudel, già nella fase del capitalismo mercantile si consolida un’economia-mondo europea fondata su circuiti commerciali e finanziari che prefigurano il capitalismo moderno. La Rivoluzione industriale segna il passaggio decisivo al capitalismo industriale di massa: la fabbrica diventa il centro dell’organizzazione economica e sociale, dando origine al mercato del lavoro ma anche a un conflitto strutturale tra logica produttiva e dignità della persona. Karl Polanyi ha colto questo snodo mostrando come l’economia di mercato tenda a separarsi dalla società, trasformando lavoro, terra e moneta in “merci fittizie” – quando invece sono la precondizione del mercato – con effetti socialmente destabilizzanti. Nel secondo dopoguerra, il capitalismo fordista e il compromesso tra capitale e lavoro producono la Golden Age, fondata su crescita e welfare. Questo equilibrio entra in crisi negli anni Settanta, aprendo la stagione neoliberale basata su deregolazione, finanziarizzazione e delocalizzazioni. La fase del capitalismo globale culmina tra il 1989 e il 2008, con l’integrazione multilaterale delle catene produttive e la centralità della Cina. La crisi finanziaria segna la fine di questo paradigma e l’avvio di una nuova transizione, in cui ecologia e sostenibilità diventano vincoli strutturali per la riproduzione del sistema. Tutte queste fasi mostrano che la tecnologia non è mai neutra. Max Horkheimer e la Scuola di Francoforte hanno evidenziato come la tecnica incorpori una razionalità strumentale funzionale al dominio: non è un caso che oggi si parli di capitalismo digitale, delle piattaforme o della sorveglianza, definizioni diverse che convergono nel descrivere un sistema fondato sul controllo dei dati e delle infrastrutture tecnologiche.

Secondo quali direttrici di marcia il capitalismo si sta organizzando e configurando su scala mondiale considerando i vettori del digitale, dell’intelligenza artificiale e dell’energia?

Il vero driver sistemico è l’energia. La transizione digitale e l’ascesa dell’intelligenza artificiale sono processi strutturalmente energivori: l’espansione delle capacità computazionali, delle infrastrutture digitali e dei data center rende la disponibilità di energia un prerequisito del primato tecnologico e geopolitico. L’autonomia energetica diventa così una dimensione decisiva della potenza, nel senso indicato da Susan Strange quando parla di structural power, ossia della capacità di uno Stato di definire le condizioni di funzionamento dell’economia globale. In questo senso, la Cina è cresciuta in modo molto rapido legando lo sviluppo tecnologico al controllo delle supply chain, in particolare delle risorse materiali necessarie alla produzione avanzata: le terre rare sono diventate un nodo strategico per elettronica, intelligenza artificiale e tecnologie verdi. Tale consapevolezza si iscrive in una logica che può essere letta attraverso l’approccio dei world-systems studies di Immanuel Wallerstein: la competizione tra centro e semi-periferia non riguarda soltanto la produzione industriale, ma soprattutto la possibilità di dominare le catene globali del valore e di spostare a proprio vantaggio le gerarchie dell’economia-mondo. Gli Stati Uniti mantengono un primato tecnologico grazie alle BigTech, ma hanno rafforzato ulteriormente la propria posizione attraverso la sovranità energetica conquistata con la shale revolution, che li ha trasformati in esportatori netti di energia. In una fase in cui energia e tecnologia sono sempre più inseparabili, questo conferisce a Washington un vantaggio strutturale.

In questo senso l’attuale alta conflittualità planetaria può essere ricondotta ad una fase transitoria del nuovo capitalismo che finisce per superare i vecchi discrimini ideologici del 900?

Sì, l’alta conflittualità planetaria può essere ricondotta alla transizione del capitalismo in atto. In questa fase storica il grande capitale — pur non essendo un attore unitario — concorre, insieme al potere politico, alla riconfigurazione dell’economia mondiale. È significativo che questa diagnosi provenga dal cuore della finanza globale: nella lettera agli azionisti del marzo 2022, Larry Fink, ceo di BlackRock, scrive che “la guerra in Ucraina segna un punto di svolta dell’ordine mondiale, delle tendenze macroeconomiche e dei mercati dei capitali”. Tuttavia, come ha osservato Giulio Tremonti, “non è la guerra a porre fine alla globalizzazione, ma è la fine della globalizzazione a produrre la guerra”. L’ordine internazionale era già indebolito dalla pandemia, che ha messo in crisi catene del valore, approvvigionamenti strategici e fiducia nel multilateralismo. La crisi del mercato globale implica così la nascita di un nuovo ordine fondato su blocchi economici e geopolitici. In questo contesto si colloca l’azione di potenze revisioniste come Russia e Cina, sostenute da una rete di alleati, tra cui l’Iran, accomunati dall’obiettivo di ridimensionare la primazia occidentale. I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente possono essere letti come espressioni convergenti di una stessa dinamica sistemica. Non mi pare, tuttavia, che questa fase segni un reale superamento dei discrimini ideologici del Novecento. Al contrario, il capitalismo appare oggi più vorace che mai: profitto ed efficienza restano i suoi fini dominanti.

A proposito del lavoro, il capitalismo degli interessi prevalenti e del dominio delle fonti energetiche del futuro sta espungendo i temi del lavoro e dei diritti dei lavoratori verso una fase di precarietà storica ed esistenziale. Quale tipo di incidenza possono rivendicare e gestire le organizzazioni sindacali in ogni Paese se la vera ricchezza si esprime nella concentrazione del potere? Esiste uno spazio di intermediazione politica e sociale all’interno dei grandi processi evolutivi del capitalismo attuale? E fino a che punto ciò potrà incidere – nel bene e nel male – rispetto alla resistenza delle moderne democrazie, se ha ancora un senso parlarne?

Nelle società occidentali, gli anni della globalizzazione hanno favorito la concentrazione della ricchezza e il potere del capitale. Parallelamente, si è progressivamente eroso il ceto medio, che per decenni aveva rappresentato l’architrave della stabilità sociale e politica delle democrazie occidentali. Si tratta dell’effetto concreto di trasformazioni strutturali che hanno inciso sul lavoro, sui redditi e sulle prospettive di mobilità sociale. Come osserva Branko Milanovic, la concentrazione della ricchezza nella “classe globale” di élite cosmopolite ha ridotto il potere effettivo dei cittadini, accrescendo l’influenza della grande finanza e delle multinazionali sui processi politici. In questo contesto, le comunità sociali si sono indebolite, la polarizzazione è aumentata e il discorso politico si è radicalizzato, mentre la precarietà materiale ha alimentato insicurezza e sfiducia. Il calo della natalità è uno degli indicatori più evidenti di questa crisi: quando viene meno la fiducia nel futuro, si interrompe anche la promessa implicita del progresso. Questa frattura sociale ha avuto effetti diretti sulla qualità della democrazia. In assenza di risposte politiche credibili, la domanda di protezione si è spesso tradotta in delegittimazione delle élite e crisi dei corpi intermedi. In questo vuoto è tornata a imporsi la geopolitica: quando le democrazie faticano a garantire coesione e legittimità sociale, come sostiene Wolfgang Streeck, la competizione tra potenze e la logica dei blocchi diventano strumenti di ricomposizione simbolica. Crisi della globalizzazione, crisi della democrazia rappresentativa e ritorno della geopolitica appaiono così come dimensioni interconnesse di una stessa transizione storica.

Possiamo provare, con la dovuta cautela, a immaginare un futuro dopo questo ritorno della geopolitica? E, in particolare, come si presentano Europa e Italia dinnanzi a questa transizione?

L’Europa sta affrontando questa fase con un riflesso prevalentemente tecnocratico. Regolazione, standard, vincoli ambientali: strumenti importanti, ma insufficienti. Manca una visione politica della potenza. Senza politica industriale, autonomia energetica e coesione sociale, l’Europa rischia di essere il regolatore morale di un mondo guidato da altri. In Italia la fragilità è ancora più evidente: crescita debole, demografia in declino, ceto medio in erosione. Una democrazia può restare formalmente stabile anche mentre si svuota di rappresentanza e prospettiva. È questo il rischio. La transizione non è una sequenza di adeguamenti tecnici. È una prova di maturità politica. O le società europee ricostruiscono un equilibrio tra competitività e coesione, oppure la trasformazione in atto produrrà efficienza economica ma impoverimento democratico.

Dott. Sabella se potesse spiegare in poche parole in cosa consiste la transizione capitalistica di questa epoca e descrivere dove potrà portare l’umanità, riuscirebbe a riassumere questa trasformazione rendendola comprensibile ad un vasto target di lettori tendenzialmente sfiduciati e disorientati?

Siamo all’inizio di un nuovo ciclo storico, in cui il grande capitale si sta riorganizzando. Questa riorganizzazione attraversa piani diversi — geopolitico, energetico, tecnologico, ambientale — ma il suo esito non si gioca soltanto su questi livelli. Ogni transizione capitalistica riesce davvero solo quando compie il salto decisivo sul piano politico e sociale. Il capitale è oggi il principale attore della scena globale, ma dipende esso stesso dall’esistenza di una società viva: senza lavoro dignitoso, salari adeguati e fiducia nel futuro, anche l’accumulazione entra in crisi. Per questo, la riuscita della transizione non può essere misurata solo in termini di efficienza o competitività, ma nella capacità di produrre benessere diffuso e coesione sociale. In Italia come in Europa, fare gli interessi generali significa oggi riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro, investire nella qualità dell’occupazione, nella formazione e nella tenuta del ceto medio. In assenza di questo riequilibrio, la transizione in corso rischia di ridursi a un’ennesima riconfigurazione del potere economico, capace di generare profitti ma non futuro. L’efficienza può produrre ricchezza, solo la giustizia sociale può produrre civiltà.