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13 giugno 2026
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Le incognite di Milano

Paolo Pombeni - 23.07.2025
Edilizia Milano

Mentre il ondo sembra continuare sulla via della pazzia (Putin programma l’offensiva brutale d’estate, Netanyahu continua nella politica annientatrice a Gaza, Trump si balocca coi dazi), la politica italiana è assorbita dalla questione di Milano. Ci si chiede se siamo davanti ad una ripresa della filosofia neo giacobina che portò al grande pasticcio di Tangentopoli (non esattamente un passo avanti che ha migliorato la nostra politica), o se davvero ci sia un “normale” intervento della magistratura inquirente per porre un argine ad un andazzo corruttivo nella politica urbanistica della grande città.

Certamente il contesto è molto diverso da quello che connotò Tangentopoli. Per fortuna non abbiamo ancora (e speriamo continui così) il movimento popular-giustizialista a sostegno dei magistrati elevati a vendicatori della moralità pubblica. Questo nonostante la prosa dei pubblici ministeri milanesi indulga al tono da… catilinarie, e accanto alla denuncia di atti che secondo gli inquirenti sono interpretabili come reati siano presenti attacchi moralistici tanto alle figure degli inquisiti quanto al cosiddetto “sistema Milano”. Non è un bel modo di esercitare un ruolo di pubblica accusa che dovrebbe mettere ogni attenzione ad esprimersi nella maniera più tecnica e asettica possibile.

Soprattutto siamo in un altro quadro complessivo rispetto alle vicende dei primi anni Novanta del secolo scorso. Allora c’era un sistema di partiti che vivevano di tangenti sulla spesa pubblica e la corruzione personale di chi gestiva le somme raccolte era circoscritta, in più di un caso assente. Si raccoglievano in modo illecito finanziamenti per l’attività politica, non per l’arricchimento dei vertici dei partiti. Le imprese che pagavano lo facevano più che altro perché quella era la prassi, più o meno nota a tutti e consolidata, non per privatizzare dei progetti generali, tanto è vero che la spartizione delle commesse avveniva con una pluralità abbastanza ampia di soggetti, sia per tipologia di interventi, sia per riferimenti politici.

Nel caso delle inchieste milanesi attuali il quadro, almeno per quel che se ne sa dai giornali (ma l’informazione è più che ampia), è totalmente diverso. Innanzitutto non risultano coinvolti come beneficiari della asserita corruzione partiti, né di maggioranza, né di opposizione. Non si tratta di un sistema generalizzato di gestione della spesa pubblica del Comune di Milano, ma di quello che avviene in un settore specifico: non tanto genericamente quello dell’urbanistica, quanto quello della “rigenerazione urbana”, cioè di un progetto molto specifico di riorganizzazione di una quota (ampia) di spazi urbani nell’ottica di sostenere lo sviluppo della città come grande centro economico di livello mondiale.

Ora il progetto è magniloquente, certamente discutibile come tutti i progetti che vogliono sfidare il futuro, forse anche eccessivamente faraonico, ma rientra in quel che più volte nella storia di tutti i tempi è stato tentato e magari anche realizzato. In sé non può però essere considerato come deviante rispetto alla legalità e infatti non è questa la materia del contendere sollevata dai PM. Ciò che viene imputato è che la realizzazione di questa “visione” si sia tradotta in atti che hanno violato le normative vigenti e che hanno prodotto arricchimenti indebiti in alcuni soggetti personali.

Sono tutte accuse che andranno provate e verificate nei procedimenti dialettici davanti alla magistratura giudicante, ma le prove non possono consistere né negli scambi di valutazioni e di pareri su questi progetti avvenuti fra la parte politica (il sindaco e un assessore) e chi aveva promosso quelle visioni (principalmente l’architetto Boeri), né nel semplice riscontro che la realizzazione di quei progetti ha generato guadagni per chi li ha messi in opera. Che nella realizzazione di qualsiasi progetto, anche non necessariamente “grande”, esistano sia percorsi per convincere della sua realizzabilità in cui si spendono argomenti anche con passione per le proprie idee, sia ritorni di vario genere a favore di chi ha promosso quelle “imprese”, fa parte della normalità delle esperienze storiche di investimento sullo sviluppo di un certo contesto.

È non solo legittimo, ma doveroso che su ogni progetto, specie se “grande”, si accenda una dialettica e si propongano alternative: deve essere un confronto sia tecnico di merito che politico di prospettiva, non ci sembra però che sia materia per indagini giudiziarie. Altra cosa è se si individuano, ma con certezza e non sulla base di “sensazioni” e “interpretazioni”, violazioni di norme esistenti per giungere a fare ciò che non si potrebbe fare, o sfruttamento di posizioni con potere decisionale per incrementare solo grazie a queste i propri redditi. Questa sarà la materia del contendere nelle aule giudiziarie, speriamo con posizioni di equilibrio fra accusa e difesa, non le fantasie sui “sistemi”, sulla bontà o meno dei progetti, sulla qualità morale di questo o di quello. Non che in quei campi non ci sia materia di discussione: ma si deve trattare di discussione politica e culturale, non giudiziaria.

Noi non facciamo di mestiere né gli inquisitori, né gli avvocati degli inquisiti, ma ci occupiamo di ragionare su come si deve tutelare il buon funzionamento di un sistema politico, che avrà sempre bisogno di progettualità. Per questo non ci devono essere né licenze di fare aggiustando senza controlli, né ossessioni per impedire ipotetiche malversazioni col risultato di rendere impossibile ogni sviluppo magari anche ardito.

Se una volta di più il caso Milano servisse ad emarginare le ricorrenti tentazioni neo giacobine tanto di una parte della magistratura, quanto di una parte della politica, ne trarremmo tutti grande beneficio.