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15 luglio 2026
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La politica dell’estate

Paolo Pombeni - 02.07.2025
Rearm Europe

È un po’ presto per parlare già di politica estiva (quella che, nel disinteresse vacanziero, mena un po’ il can per l’aia), ma l’ondata di caldo eccezionale ha forse anticipato il consueto timing. Non certo perché il mondo si sia acquietato, anzi al contrario, ma forse proprio perché il continuo incalzare di notizie drammatiche le rende, purtroppo, routine che viene accettata.

Così le quotidiane intemerate di Trump vengono accolte come prevedibile espressione di un politico sui generis, anche perché non è semplice capire se siano alzate d’ingegno ad uso della comunicazione o se nascondano qualche tattica, se non proprio strategia per venire a capo di quello che l’inquilino della Casa Bianca valuta a suo modo un tornante storico.

Se dovessimo giudicare da tre reazioni importanti, diremmo che al momento la situazione per lo più non accenna ad evoluzioni. Sul delicato fronte ucraino Putin prosegue nella politica di ricerca dell’annientamento del suo nemico puntando sul brutale e cinico calcolo che ormai sia una questione di quantità di risorse da spendere. La Russia ha un’economia di guerra che sforna missili e droni in quantità impressionante, ha una cospicua riserva d’uomini che ritiene di poter sacrificare (adesso rinforzata dalla carne da cannone che gli fornisce la Corea del Nord), e pensa che l’Europa con qualche suo alleato non abbia altrettante risorse da mettere a disposizione di Kiev, per cui prima o poi gli ucraini dovranno cedere per sfinimento visto che gli USA di Trump non li coprono più. Non è del tutto così certo e così semplice, ma Putin e i suoi lo credono e sbeffeggiano l’Europa che mette le sanzioni.

Sul fronte della guerra di Gaza per adesso tutto continua nella linea scelta da Netanyahu col sostegno più che evidente di Trump che vorrebbe coprirlo anche sul piano giudiziario. Può darsi che si arrivi ad un qualche accordo per la liberazione degli ostaggi e per un qualche cessate il fuoco (problematico), ma il nodo della questione, se si vuole almeno una lunga tregua duratura, è affrontare la sistemazione dei palestinesi, il che significa stroncare il messianesimo fasullo dei coloni israeliani estremisti e consentire la formazione di un sostenibile “focolare” per i palestinesi (usiamo una espressione vaga, perché non è semplice arrivare rapidamente alla soluzione dei due stati).

Finché non si avvierà un iter di sistemazione del conflitto storico che interessa il Medioriente, quell’area rimarrà instabile e, giuste considerazioni umanitarie e morali a parte, avremo sempre una situazione esplosiva alle porte dell’Europa. In questo quadro anche la situazione dell’Iran non è tale da indurre buone aspettative. Se il regime degli ayatollah e il suo sistema di “proxy” ha ricevuto un duro colpo nelle sue ambizioni imperial-religiose, è tutt’altro che in crisi, almeno per ora, come dimostra l’ondata selvaggia di repressione, con impiccagioni, torture e incarcerazioni senza processo, che sta scatenando al proprio interno. È anche in discussione che le ambizioni “atomiche” dell’Iran siano state effettivamente debellate, mentre si registrano offerte negoziali verso quel regime per convincerlo a starsene buono per un poco. Una politica i cui rischi non andrebbero sottovalutati.

In questo quadro che si fa nella politica estiva italiana, ma anche per tanti aspetti europea? Ci si balocca sulla questione delle spese per mettere in piedi un buon sistema di difesa nel momento in cui l’idea di appaltarlo come in passato agli USA non regge più: dunque vogliamo o possiamo spendere in dieci anni un 5% del PIL (in realtà il 3,5%) per un non ben chiaro piano di riarmo della Nato (che non sappiamo se e quanto coincida con il piano “Rearm Europe”)? In Italia secondo le rilevazioni demoscopiche è maggioritaria la pulsione che si potrebbe definire “pacifista”, ma che più propriamente è semplicemente neutralista nell’illusione che la crisi internazionale sia una specie di leggenda/complotto orchestrata da oscuri poteri che puntano ad arricchire sé stessi. È un vecchio copione, che semplicemente deriva dalla comprensibile scarsa propensione della gente ad accettare che si possa vivere in una situazione di rischio per affrontare la quale sarebbe necessario accettare dei sacrifici: in termini di benessere diffuso, ma potenzialmente non solo.

Non siamo certo soli per la presenza di questi sentimenti, perché in Europa il tema è tutt’altro che largamente condiviso, ma certo nel nostro caso è significativo che sia diffusa in un ampio spettro di forze, non solo di destra e di sinistra, ma anche attive tanto nel governo, quanto nell’opposizione. L’essere in fase di ingresso nella cosiddetta pausa estiva consente a tutti di fare un po’ di propaganda (e di demagogia) senza spingere più di tanto a fondo in attesa di vedere come evolverà la situazione internazionale. Un serio discorso sulla situazione del nostro sistema di difesa non lo fa quasi nessuno: un po’ per scaramanzia, cioè per non ammettere che se dovessimo fronteggiare una sfida militare le nostre coperture non sono tanto buone (ma si dice che questo pericolo non ci sia…), un po’ perché ci si può cullare in illusioni su futuri sistemi difensivi comuni europei, per cui all’Italia sarebbe risparmiato di dover affrontare il tema in proprio (una prospettiva al momento più che evanescente).

Allora avanti con la politica per i dibattiti da ombrellone, peraltro ormai riservati a cerchie ristrette di affezionati, perché la gran parte del pubblico al massimo si fa coinvolgere in qualche battuta e subito passa a parlare d’altro.