Ultimo Aggiornamento:
28 ottobre 2020
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L'eterna protagonista è la mobilità elettorale

Luca Tentoni - 19.09.2020
referendum 2020

Non è difficile prevedere che nel voto di domani e lunedì la mobilità elettorale possa risultare elevata. Rispetto al 2015 molte cose sono cambiate, così come rispetto alle politiche del 2018 e a quelle del 2019. Perciò, è forse opportuno, nell'attesa dei risultati, riflettere su quella che da almeno sette anni è diventata una costante della nostra dinamica politico-elettorale: lo spostamento di consensi verso altri partiti e verso (e dal) non voto. Venute meno le appartenenze ideologiche di un tempo, affievoliti persino certi legami apparentemente indissolubili fra territorio e voto (il caso dell'Umbria passata dal centrosinistra al centrodestra alle scorse regionali è emblematico), si è visto che anche la "Repubblica delle leadership" è ormai in crisi. Dal 2012 in poi Monti, Bossi, Grillo, Renzi, Di Maio, Berlusconi hanno patito sconfitte elettorali tanto eclatanti quanto eccezionale era stata l'ascesa del consenso alle singole personalità. Un ruolo importante, in tutto questo massiccio disincanto - una sorta di definitiva "laicizzazione" del voto - è stato svolto dalla crisi economica di dieci anni fa, che ha messo in moto - grazie anche ad un'efficacissima campagna contro la "Casta" - un processo di destrutturazione dei poli tradizionali (che non interscambiavano voti fra loro, salvo quote marginali). Lo "scongelamento" di centrodestra e centrosinistra ha permesso il deflusso verso il M5s - prima degli elettori della sinistra, poi dei delusi della Cdl - così permettendo al gigantesco "partito della protesta" di trovare un contenitore comune, che all'inizio non ha assunto responsabilità di governo ma si è limitato a promuovere e ad alimentare il dissenso verso la classe politica. Con l'inizio dell'attuale legislatura, quasi per nemesi, il M5s è passato dall'indisponibilità a governare con altri alla disponibilità a governare con molti: prima con la Lega, poi con Pd, Iv, Leu. Questa nuova situazione ha "scongelato" anche quei voti dei Cinquestelle che nel 2019 - per la parte di destra, ormai conquistata dall'allora alleato Salvini - sono tornati nell'alveo naturale e hanno scelto la Lega. Il rimescolamento, che più in generale ha sempre coinvolto almeno un quinto dell'elettorato ad ogni tornata elettorale, è stato tale da spingere leader e soggetti politici a adottare tattiche di corto respiro, buone per vincere le elezioni successive ma non per costruire prospettive di medio termine. L'emergenza imposta dal Covid 19 ha cambiato solo in parte la situazione, ma se può eventualmente aver influenzato in qualche modo (vedremo prestissimo quanto e come) l'esito delle regionali di domani, non sembra affatto aver inciso sulla mobilità elettorale, che di sicuro - data la lontananza dei precedenti con i quali fare raffronti - disegnerà panorami in parte o in tutto diversi da quelli delle ultime consultazioni, con un passaggio di voti fra i partiti e fra questi e l'astensione. C'è, inoltre, il referendum costituzionale, il cui esito - soprattutto in termini di affluenza complessiva - resta un'incognita. L'unica cosa certa, in questo panorama, è che gli elettori non si fermano mai: i partiti possono inseguirli, assecondarli, attenderli, ma non precederli. La stessa tattica adottata da Salvini in Toscana è parsa molto diversa da quella scelta a suo tempo per l'Emilia-Romagna: il risultato sarà uguale a quello o cambierà? Basta attendere il pomeriggio del 21 e sapremo tutto.