Ultimo Aggiornamento:
28 ottobre 2020
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La riforma elettorale

Luca Tentoni - 10.10.2020
riforma legge elettorale 2020

L'ipotesi che, fra le riforme in discussione, venga approvata dal Parlamento una legge elettorale proporzionale con preferenze e soglia d'accesso al 5% è finora remota. Le intenzioni del Pd sembrano un po' diverse da quelle del M5S e di Leu, mentre è ancora da capire se Forza Italia avrà il coraggio - sul Mes sanitario e sulla legge elettorale - di fornire alla maggioranza i voti necessari per compensare quelli eventualmente mancanti a causa di scissioni o defezioni sui singoli provvedimenti. Dando però per scontato ciò che non è, ovvero che la riforma elettorale alla fine sia quella voluta da Zingaretti, resta da domandarsi quali interpreti avremo sulla scena nel 2022 o 2023 quando si voterà. Con la soglia al 5%, la sinistra dovrà provare a costruire un patto col Pd (di confluenza nelle liste, magari accompagnato da una distinzione politica, un po' come fecero un tempo i radicali che si candidarono con i Democratici) mentre Italia viva e i centristi dovranno trovare una collocazione; il tutto, mentre Berlusconi si avvierà a superare gli 85 anni e ad affrontare un'eventuale competizione elettorale guidando Forza Italia (con la prossima legislatura che scadrà nel 2027 o 2028, cioè quando il Cavaliere avrà superato la novantina). A destra, Lega e Fratelli d'Italia resteranno come sono, anche perché appaiono i favoriti (almeno oggi: fra due o tre anni, chissà), però dovranno riposizionarsi sul piano europeo. La Meloni lo ha già fatto, si attende Salvini (che nel Ppe non vuole entrare, ma forse finirà per trovare qualche forma di cooperazione): non è un fatto di poco conto, perché i due partiti più antieuropeisti potrebbero finire in formazioni molto meglio disposte verso l'Ue e l'euro. In pratica, se nel 2018 avevamo due o tre forze politiche pronte - al bisogno - a scaricare l'Europa e la moneta unica (Lega, M5s e forse FdI), domani potremmo non averne neanche una (il che, forse, renderebbe un po' più salda la collocazione internazionale dell'Italia e un po' meno avventurosa la futura politica economica di un non improbabile governo di destra). Molto dipende anche dalla rielezione o meno di Trump: senza la sponda americana resterebbe al populismo sovranista quella russa, che però è meno forte e meno spendibile, in un quadro nel quale - alla lunga - gli stessi conservatori britannici potrebbero trovarsi a pagar dazio per i numerosi e gravi errori di Johnson. Insomma, fare una legge elettorale oggi per il sistema politico che avremo fra due o tre anni appare come un atto di fede e di speranza, però forse risponde alla necessità di cambiare le regole nel "velo di incertezza" che dovrebbe sempre essere presente (per evitare che il nuovo sistema sia ritagliato ad hoc per favorire qualcuno o sfavorire altri, al contrario di ciò che invece sembra ora). La grande incognita di tutto il gioco è rappresentata dai Cinquestelle. Non si è mai visto un sistema politico che resta in piedi se un partito che ha preso il 32% dei voti alle precedenti elezioni subisce un processo di liquefazione nelle urne, seguito da un'eventuale scissione. Oggi, se andassimo a votare con la proporzionale e la soglia al 5%, avremmo da una parte il Pd con circa il 20% e il M5s al 18% e dall'altra parte Lega e FdI complessivamente al 40% (23-25 più 15-17%); in mezzo, Forza Italia col suo 6-7% farebbe da pivot, mentre gli altri scomparirebbero. Questo sistema a cinque darebbe a Berlusconi la chiave di ogni combinazione governativa, ma cosa accadrebbe se invece i Cinquestelle si dividessero fra una parte (maggioritaria) tendenzialmente di sinistra e una (Di Battista) rivolta a destra? Il pivot diverrebbe il partitino neo-pentastellato filo-Salvini. Ma potrebbe anche accadere altro: la confluenza tattica di Leu, Italia viva, Più Europa e Calenda in un listone che porterebbe il Pd intorno al 25%, cioè in una posizione tale da poter tentare di rifare un governo giallorosa, magari con qualche tinta di azzurro-Arcore. Nulla è scontato, insomma. Tantomeno la scelta del prossimo Capo dello Stato, che potrà seguire probabilmente solo due vie: l'accordo pressoché unanime su un nome (che porterebbe Draghi al Quirinale alla prima votazione) oppure una candidatura giallorosa che rischierebbe di essere impallinata e di dar vita a una ventina di votazioni a vuoto, per poi tornare da Mattarella e chiedergli di fare il bis, come accadde nel 2013 con Napolitano. In altre parole, approvare oggi la legge elettorale garantisce più chi non vuole le elezioni anticipate (che finirebbero con un nulla di fatto come nel 2013 e nel 2018), ma non precostituisce uno scenario per il 2022-2023, che invece è tutto da definire.