Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2020
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Ancora sulla riforma elettorale

Luca Tentoni - 25.07.2020
Mattarellum

La riforma elettorale attende di approdare in Aula, per essere esaminata ed eventualmente votata. Come sempre (volendo accantonare il precedente del 1953), a partire dal 2005 la riforma della legge elettorale è regolarmente progettata e compiuta per far vincere una determinata parte politica (l'Italicum) o per far perdere quelle avverse (il Porcellum, il Rosatellum, ora anche quella in discussione). È infatti evidente che oggi, anche se miracolosamente i Cinquestelle abbandonassero il loro anacronistico e improduttivo atteggiamento di chiusura verso le coalizioni elettorali (dopo che, peraltro, hanno sperimentato in Parlamento quasi tutte quelle praticabili, senza per questo scomporsi) un centrosinistra allargato, eterogeneo e plurale da Di Maio a Renzi e Calenda non solo non nascerebbe, ma non avrebbe la maggioranza di fronte ad un centrodestra che (nonostante le prese di posizione di Berlusconi, ben distanti dall'estremismo di destra dei neomissini di Giorgia Meloni e del sovranismo populista di Matteo Salvini) è ormai avviato a vincere le prossime elezioni politiche (sia che si tengano fra poche settimane, sia che slittino al 2023). Questo pessimo costume nazionale (che la Francia mutuò in una sola occasione, ai tempi di Mitterrand, per impedire - invano - la coabitazione con Chirac e comunque limitare la vittoria del centrodestra, nel 1986) è indice di un atteggiamento che non vede la legge elettorale come espressione di una filosofia (la maggior rappresentatività socio-politica e l'esaltazione del valore del pluralismo, legati alla proporzionale pura, in confronto alla possibile maggior facilità di vittoria di una coalizione omogenea o di un partito tipica del modello Westminster, in nome della governabilità) ma solo come strumento per raggiungere fini di breve o brevissimo periodo. Ci sono paesi, come la Gran Bretagna, la Germania, la Spagna e la Francia che non cambiano la loro formula di trasformazione di voti in seggi ad uso e consumo di ciò che serve a chi - pro tempore - governa, ma che conoscono il valore delle regole del gioco e nei quali (come il caso di Churchill nel 1945 insegna) si sa perdere anche quando forse si meriterebbe di vincere. Detto questo, si potrebbe argomentare che il ritorno all'uninominale a doppio turno, nel 1921, avrebbe forse spazzato via i fascisti sul nascere: ma Mussolini non avrebbe comunque usato le maniere forti per arrivare al potere? E, in ogni caso, anche il capo del fascismo si farà in seguito ritagliare da Acerbo, utilitaristicamente. una legge su misura per i bisogni del nascente regime, prima di passare attraverso prove elettorali plebiscitarie e drammaticamente farsesche, abolendo infine "i ludi cartacei". C'è infine da fare una postilla sulla legge maggioritaria del 1953: la storia insegna che fallì e che forse, ricontando alcune schede, i partiti di centro avrebbero conseguito il premio alla Camera (il meccanismo non riguardava il Senato). Ma, anche qui, c'è da chiedersi se - con un raggruppamento centrista più forte in Parlamento - non sarebbe stato più impervio il cammino di riavvicinamento del Psi al Psdi e, in definitiva, alla Dc. Con un premio costantemente assegnato a Dc, Pli, Psdi e Pri, il centrosinistra avrebbe avuto meno incentivi per nascere: non avrebbe forse visto la luce, nel 1963. Un sistema già bloccato per ragioni internazionali e per i ritardi del Pci (e in parte del Psi, per qualche anno) sarebbe stato imbalsamato, destinato a crollare forse già negli anni Settanta. Detto ciò, non si sta dicendo che l'intento di una legge proporzionale che eviti l'avvento al potere (non solo al governo, purtroppo) di forze di destra radicale pericolose, capaci di mettere a repentaglio la nostra collocazione in Europa e forse anche la stabilità economica (senza contare i risvolti conservatori o controriformisti sul piano sociale) non giustifichi qualche machiavellismo "à la Mitterrand". Introdurre un sistema elettorale proporzionale puro (con soglia di sbarramento al 5% o minore) potrebbe effettivamente costringere FdI e Lega a dover governare con Forza Italia: verosimilmente Berlusconi porrebbe condizioni molto pesanti (fra le quali l'ancoraggio all'Europa, anche perché - al di là delle idealità - il ritorno alla lira comporterebbe anche il disastro delle attività economiche, comprese quelle della famiglia del Cavaliere). In questo caso, ex malo bonum: ma l'accettazione di una riforma elettorale "immorale" (perché fatta su misura contro qualcuno) è un passo che può essere compiuto solo di fronte ad un'emergenza. Nel nostro dibattito politico, invece, la legge elettorale è un pezzo di plastilina col quale si gioca volentieri senza curarsi degli effetti. Così, ne nascono proposte al limite dell'esilarante (l'eterno ritorno del "sindaco d'Italia") o apertamente vantaggiose per chi le avanza (il ritorno al Mattarellum così come l'approdo ad un sistema simil 1948-1992). La legge elettorale - come la Costituzione, che infatti stiamo trasformando anch'essa in plastilina, col superfluo taglio dei seggi delle Camere - è una cosa seria, una regola immutabile di un gioco nel quale i giocatori non devono passare il tempo a preoccuparsi di cambiare i meccanismi, ma spendersi per migliorare la qualità dell'offerta politica, della classe dirigente e per elevare la moralità pubblica.