Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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Una simulazione sulla Camera dei deputati "ritagliata"

Luca Tentoni - 01.08.2020
Taglio parlamentari

L'esito del referendum elettorale potrebbe cambiare notevolmente la rappresentanza in Parlamento delle singole forze politiche, ben al di là delle attuali variazioni di consenso registrate dai sondaggi. Il mutamento non avverrebbe solo in proporzione ai voti, ma soprattutto in termini reali, cioè di posti disponibili per ciascun gruppo parlamentare. Un conto è avere 201 seggi e ritrovarsi ad averne 80 (cosa che avverrebbe al M5s se vincessero i "no" e se non avesse luogo alcuna riforma del sistema elettorale), un altro è passare a 50-51 deputati (al massimo 70, con un meccanismo proporzionale per tutti i seggi in palio, quindi simile alla proposta sostenuta da Pd e pentastellati). Il problema numerico può diventare politico, come nel caso dei Cinquestelle, ma anche di Forza Italia (che sta subendo qualche defezione in Senato) e di Italia viva. Questi tre gruppi, oggi, hanno rispettivamente 201, 95 e 31 deputati, per un totale di 326 (addirittura la maggioranza assoluta, a Montecitorio), ma, secondo una nostra simulazione condotta partendo dai dati di un sondaggio Euromedia Research sulla Stampa del 22 luglio scorso, passerebbero ad avere rispettivamente (col Rosatellum e il "sì" alla riforma costituzionale) 51, 30 e 13 seggi (totale 94 su 400) oppure 70, 27 e 15 (con un sistema proporzionale e soglia al 3%; in totale, dunque, 112 posti). La possibilità che il M5s e FI possano far rieleggere al massimo solo uno su tre o uno su quattro degli attuali deputati e che la perdita di posti disponibili oscilli fra il 52 e il 58% per Italia viva è una questione che le forze politiche interessate non potranno eludere facilmente. Ad essere avvantaggiati in termini di seggi assoluti, a Montecitorio sarebbero Fratelli d'Italia (in tutti i casi) e in misura molto minore la Lega. Infatti, se il partito di Giorgia Meloni ha oggi 35 deputati (su 630) e ne avrebbe fra 60 e 70 (su 400) a seconda del sistema elettorale utilizzato, il gruppo parlamentare di Matteo Salvini oscillerebbe fra i 116 e i 132 seggi (su 400) contro gli attuali 125 (su 630). È però evidente che entrambi i partiti godrebbero di un notevole potenziale attrattivo sia verso i transfughi di altri gruppi, sia verso eventuali nuovi candidati al Parlamento, perché avrebbero parecchi posti liberi. Questo accadrebbe per meriti elettorali (la Lega ha oggi il 9% dei voti in più che nel 2018, così come FdI) che non solo vanificherebbero il taglio dei seggi di Montecitorio, ma aumenterebbero quelli a disposizione dei due soggetti politici. Per il Pd, invece, non ci sarebbero grosse variazioni: oggi ha 90 deputati, ma col taglio ne avrebbe 80-82 col Rosatellum e 91-93 con una legge proporzionale e soglia al 3%. Nel compiere la nostra simulazione abbiamo ipotizzato - per il Rosatellum - che la coalizione di centrodestra vinca nel 70% dei collegi uninominali, mentre il restante 30% sarebbe diviso fra centrosinistra (25%) e M5S (5%). Del resto, la coalizione Berlusconi-Salvini-Meloni è accreditata del 46% dei voti, contro il 15,8% del M5s; una grande aggregazione che andasse da Azione, Italia viva e Più Europa a Leu, passando per Pd e Verdi, si fermerebbe al 32,7%; la ripartizione dei seggi uninominali (70-25-5) ci sembra dunque congrua. In sintesi, la situazione sarebbe la seguente: oggi il centrodestra FI-Lega-FdI ha 255 deputati, il Pd, Leu, Iv e Più Europa 135, il M5s 201. Col Rosatellum i raggruppamenti avrebbero (senza taglio dei seggi) rispettivamente 364, 180 e 80 deputati oppure (col "sì" alla riforma costituzionale) 230, 112 e 51. in sintesi, per centrodestra e centrosinistra cambierebbe poco (con FI e Iv, però, a farne le spese) mentre i Cinquestelle ne uscirebbero male comunque. Nel caso di una riforma elettorale con sbarramento al 3% (non al 5% come attualmente ipotizzato) avremmo: senza taglio, centrodestra 320, centrosinistra 193, M5S 110; col taglio, centrodestra 203, centrosinistra 122, M5S 69. Se vincessero i "sì", dunque, Salvini e Meloni farebbero di tutto per incassare il dividendo, cercando di provocare la fine del governo e della legislatura, ma è verosimile che il M5s, parte del centrosinistra ma anche Forza Italia cercherebbero di arrivare non solo all'elezione del successore di Mattarella (2022) ma alla scadenza naturale delle Camere (2023). Paradossalmente, la vittoria dei "sì" (con tanto di ridisegno dei collegi ed eventuale riforma elettorale) sarebbe vantaggiosa per Conte o almeno per la maggioranza giallorosa (che potrebbe persino cominciare ad avere striature d'azzurro). Altrettanto paradossalmente, è chiaro che a moltissime forze politiche (comprese Lega e FdI) la vittoria dei "no" darebbe molti posti a disposizione per mantenere le proprie "truppe" o accrescerle, mentre il taglio avvantaggerebbe pochi e non in modo eccessivo.