Ultimo Aggiornamento:
14 dicembre 2019
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Rapporto Istat 2019: culle vuote e paese invecchiato

Francesco Provinciali * - 26.06.2019
Culle vuote

Il Rapporto annuale dell’ISTAT fa il paio, da qualche tempo e in modo sempre più marcato, con le macroanalisi sociologiche descritte dal Rapporto del Censis. Sembra che tra l’Istituto presieduto dal demografo Prof. Giancarlo Blangiardo e quello fondato e diretto dal Prof. Giuseppe De Rita ci sia da tempo una sintonia di vedute: dagli ambiti di osservazione, ai temi posti in evidenza, alle valutazioni sullo stato della situazione del sistema-Italia e sulle sue proiezioni, il quadro d’insieme che esce dall’una e dall’altra fonte risulta per certi aspetti sovrapponibile.

Tenendo conto che l’ISTAT considera per statuto e mission istituzionale i dati statistici , demografici e quanti-qualitativi che offrono elementi descrittivi per considerazioni ad essi correlati e consequenziali mentre il CENSIS approfondisce per vocazione e tradizione chiavi di lettura più marcatamente interpretative, partendo pur sempre da una lettura sullo stato del Paese e cogliendone i fenomeni più rilevanti ed emergenti sotto il profilo del costume sociale, dei sentimenti prevalenti e degli stili di vita più radicati .

Entrambi risultano fondamentali per fare il punto della situazione, cogliere derive regressive, tendenze evolutive, ipotizzare scenari futuri con un occhio di riguardo agli scostamenti statistici e macro sociali rispetto al precedente anno di osservazione, studio e valutazione, descrivendo in una prospettiva multidimensionale attualità, transizioni e percorsi, prospettive del Paese.

Per questo motivo- tra le tante letture in circolazione – i Rapporti dei due Istituti dovrebbero ricevere la considerazione che meritano, ad esempio nelle scuole superiori e nelle Università come supporti ermeneutici agli studi tradizionali, presso le associazioni culturali per far crescere nei cittadini la consapevolezza sulle condizioni di salute dell’Italia, per correggere e modificare – dove possibile – tendenze negative negli stili di vita individuali e sociali ma anche per offrire al Parlamento e al Governo delle chiavi di accesso alla realtà e alle sue dinamiche, utili per impostare un progetto politico di crescita e di sviluppo del Paese, sia nel suo complesso ma anche – nell’ampiezza dell’analisi esperita e nell’offerta di elementi conoscitivi essenziali – rispetto a più dettagliati ambiti di considerazione.

Entrando nello specifico del Rapporto ISTAT illustrato a Montecitorio il 20 giugno dal Prof. Blangiardo si possono cogliere alcune evidenze interessanti, proprio partendo dalle slides riassuntive per aree tematiche da lui presentate. Il PIL risulta cresciuto dal 2017 al 2018 di uno 0,9 %, con un rallentamento rispetto al dato 2016/2017 che si attestava su un +1,7%: tra le concause la frenata dell’economia internazionale, la guerra dei dazi e commerciale USA-CINA, lo stallo della Brexit, la difficoltà dell’industria tedesca e l’aumento del costo del petrolio. In Italia si è assistito nel 2018 ad un calo sensibile dei consumi e ad una decrescita della domanda estera. In sostanza il contributo dei consumi sul PIL si è dimezzato rispetto al 2017. L’indebitamento netto rispetto al PIL è sceso di uno 0,3% ma il rapporto debito/PIL è aumentato fino al 132,2%.

Il tasso di disoccupazione scende dall’11,2% del 2017 al 10,6 del 2018, sempre al di sopra della media U.E.

Sempre in tema di PIL la prevista, moderata lievitazione dei consumi potrà prevedibilmente produrre una crescita dello 0,3% nel 2019.

A fronte di una popolazione totale di 60,4 milioni di abitanti nel 2019 si prevede un calo a 58,2 milioni nel 2050: il dato è vistoso poiché riguarda il tendenziale invecchiamento della popolazione che inciderebbe su lavoro, crescita, consumi e welfare.

Diminuisce di un 3,4% il numero delle imprese attive nel periodo 2011/2016: limiti strutturali, capitale umano poco qualificato (si veda il rapporto OCSE 2019 sull’esodo delle alte professioni), frammentazione e insufficienti livelli di sistematicità le cause evidenziate.

Cruciale risulta la correlazione tra crescita/sviluppo e sostenibilità ambientale, inclusione sociale e diffusione del benessere: sono questi gli obiettivi che il sistema Italia deve perseguire per mettersi al pari degli standard UE. Il turismo si rivela sempre un settore trainante con il record storico di 428 milioni di presenze nel 2018. Ma il tasto dolente si tocca con la decrescita demografica: 577 mila nascite nel 2008 e 439 mila nel 2018. L’Italia si avvia ad essere un Paese con le culle vuote, l’apporto demografico sulle nascite viene dato dalle famiglie provenienti da altri Paesi e stanziali in Italia.

Questa evidenza ci spiega di una crisi della famiglia in Italia, considerando quelle formate dai matrimoni ma anche quelle basate sulle cd. unioni civili.  Il trend è sempre sul segno meno: gli italiani fanno sempre meno figli. Di converso aumentano gli anziani (o tardo-adulti, come definiti nel Rapporto): sono 168,9 ogni 100 giovani, l’età media delle donne si stima ad 85,2 anni contro un 80,8 degli uomini.

Ne consegue che l’aumento della popolazione negli ultimi 20 anni è dovuta unicamente all’immigrazione dall’estero, anche se in fase di lieve calo per le cd. “seconde generazioni”.

I giovani tra i 20 e i 34 anni sono 9 milioni e 630 mila, pari al 16 % della popolazione e sono diminuiti di 1 milione e 230 mila unità negli ultimi 10 anni. Ad essi si aggiungono circa 200 mila giovani emigrati all’estero dal 2008 ad oggi, per studio o lavoro (cfr. ancora Rapporto OCSE sulla fuga dei talenti).

Impressionante il numero dei giovani 20/34 anni che vivono ancora in casa di un genitore: sono ben il 56,7% del totale.

Aumenta il numero degli occupati ma si divarica la forbice nord-sud: +2.3 % nel centro-nord e meno 4% al sud. I punti deboli del nostro mercato del lavoro sono: i lavori a termine, il part-time involontario e la perdita di ore lavorate, soprattutto tra i giovani, le donne e gli stranieri.

Il mismatch tra i laureati rispetto a domanda/offerta di lavoro cresce al 42,1%: i giovani studiano di più ma poi lavorano in minor numero. Il BES (benessere equo e sostenibile) nuovo parametro di valutazione dell’indice di soddisfazione personale vede luci ed ombre. Tuttavia cresce il numero degli indici per valutarlo fino a un più 60% nel periodo 2008/2018 (territorio, casa, famiglia, aspirazioni individuali sono parametri che incidono nella valutazione della percezione di benessere).

In conclusione l’ISTAT rileva nel rapporto crescita/sostenibilità il focus su cui dovranno concentrarsi coloro che hanno responsabilità gestionali nella politica, nelle aziende e imprese, nel welfare sociale.

Una sfida che non è solo italiana vista l’interconnessione a livello mondiale che lega economia, uso delle tecnologie, considerazione del fattore umano e delle risorse disponibili a fronte di una più avvertita sensibilità verso il rispetto e la tutela dell’ambiente e la promozione di stili di vita sani.

 

 

 

 

* Ex dirigente ispettivo MIUR