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24 febbraio 2024
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La discriminante europea

Paolo Pombeni - 06.12.2023
Tajani e Meloni

Giorgia Meloni è sempre più attesa al varco delle elezioni europee: ci saranno fra sei mesi, ma la battaglia, come tutti ripetono, è già cominciata e non certo in sordina. Non è soltanto questione di sparate da comizianti, tipo quella organizzata da Matteo Salvini a Firenze domenica scorsa. Quella è roba per far un po’ di spettacolo televisivo, neppure riuscita veramente bene, visto che metteva insieme di tutto e di più: da partiti robusti, per quanto poco attraenti come quelli di Marine Le Pen e di Geert Wilders (per tacere della impresentabile tedesca AfD) a partitelli insignificanti che propugnavano teorie che non si sa definire folkloristiche o pazzoidi. Non è da ammucchiate di quel genere che ci si può aspettare una svolta in Europa.

Il tema chiave è il ruolo che il governo italiano e il suo vertice possono scegliere di giocare oggi in una Unione Europea percorsa da tensioni e fratture. Lo si vedrà ben prima della scadenza elettorale del giugno 2024, perché è in questi mesi che si affrontano alcuni nodi cruciali, il primo dei quali è indubbiamente la decisione sul sistema di bilancio che si sceglie per la UE post pandemia. Come si sa, il tema è molto dibattuto, perché non si trova l’accordo fra la difesa di interessi molto “nazionali”, la promozione di un equilibrio nei conti pubblici capace di frenare il ricorso al deficit spending, il permanere di vecchie ortodossie economiche che si fanno passare per liberali. In sostanza un bel caos.

Al momento sembrerebbero prevalere i compromessi fra la Germania che non rinuncia a certe sue fobie per i paesi considerati spendaccioni e la Francia che di ricorso al debito ha un certo bisogno, ma che vuol essere considerata cosa diversa dagli stati con un debito pubblico mostruoso. La Germania non potrebbe più di tanto fare la voce grossa, visti i pasticci di bilancio che ha combinato aggiustando dei conti poi bocciati dalla sua Corte Costituzionale, sicché adesso, le piaccia o meno, deve anch’essa “manovrare”. Tuttavia al suo mantra rigorista non vuol rinunciare temendo che vada troppo a vantaggio di certe “cicale” (in primis l’Italia) che con una buona libertà di spesa a fronte dei cospicui finanziamenti del PNRR potrebbe anche accrescere la sua capacità competitiva sul mercato dell’export (dove Berlino trova problemi).

Fino a che punto può arrivare la battaglia per la fissazione delle nuove regole di bilancio? Per rispondere a questa domanda è necessario ricordarsi la situazione né brillante, né tranquilla in cui versa il vertice europeo. La regola che impone l’unanimità per varare le nuove norme permette di suo all’Italia un potere di veto che però non si sa quanto le converrebbe esercitare: non tanto perché senza nuove regole si torna al vecchio limite del 3% del deficit sul PIL, cosa che già nel 2024 ci metterebbe fuori norma, ma perché non è interesse di nessuno aprire una partita che dia spazio ai diritti di veto di una minoranza (e già noi abbiamo il controverso del tema della mancata approvazione del MES, sebbene in materia sembra si stia arrivando ad una soluzione).

Si deve infatti tenere presente che l’Ungheria di Orban vuole usare il suo potere di veto per impedire la prosecuzione delle procedure per l’ingresso dell’Ucraina nella UE e di conseguenza per sabotare il sostegno economico-militare alla resistenza di Kiev all’invasione russa. Un blocco all’azione europea su questo terreno metterebbe in crisi la struttura dell’Unione e per evitarlo si era disposti a sbloccare dei cospicui finanziamenti a Budapest congelati per lo scarso rispetto, per non dire di peggio, che quel governo continua ad avere per i valori dello stato di diritto.

In questo orizzonte complesso Meloni e il ministro degli Esteri Tajani, nonché sul fronte economico Giorgetti, si muovono con cautela ed abilità, ma hanno la palla al piede di Salvini che non rinuncia al suo sogno di riguadagnare una centralità in politica interna in termini di ampio consenso elettorale. Fino ad un certo punto i partner europei possono chiudere un occhio derubricando le impennate retoriche a demagogia elettorale, ma ci sono non pochi interessi che possono spingere ad approfittare strumentalmente delle intemperanze del leader leghista in vista di diminuire gli spazi che la nostra premier sta guadagnando soprattutto in vista della costruzione di una futura maggioranza che possa consentire il secondo mandato di von der Leyen.

Non si sottovaluti il fatto che un rafforzamento della cosiddetta “coalizione Ursula” con una apertura ai conservatori diventa importante sia per impedire l’indebolimento delle sue attuali componenti sotto la spinta nelle diverse situazioni nazionali dei partiti demagogici, sia per gestire l’ulteriore fase di allargamento della UE (si prospetta di arrivare a 35 membri, sia pure in tempi non brevi, ma i negoziati avviati e da avviare sono già passaggi difficili), sia per confrontarsi con mutamenti possibili e preoccupanti sul piano internazionale (a partire da una eventuale vittoria di Trump nelle elezioni americane).

Siamo davanti ad un quadro che richiederebbe da parte di tutti i nostri partiti una oculata gestione della campagna per le elezioni europee in modo da puntare ad una rappresentanza italiana di alto livello nel nuovo parlamento. Puntare alla pura trasformazione delle urne di giugno in un sondaggio sul gradimento delle varie forze politiche in vista di stabilizzazioni o ribaltamenti del nostro quadro parlamentare sarebbe davvero la prova di una classe dirigente che sta perdendo ogni capacità di prospettiva.