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Il gioco pericoloso con la questione europea

Paolo Pombeni - 20.09.2023
Migranti Lampedusa

Una volta di più la questione dei flussi migratori scuote la politica italiana e quella europea. C’è la solita guerra di numeri, in cui ciascuno gioca a dir poco disinvoltamente. Il ministro francese degli interni Darmanin (un giovane leone che sembra punti a correre alle prossime presidenziali per succedere a Macron) dice che la Francia non può farsi carico di parte degli sbarcati a Lampedusa perché ha già accolto più dell’Italia: secondo Eurostat 93mila persone contro le 62mila presenti in Italia. Prontamente si accodano Germania ed Austria, ma anche tutti gli altri stati che evitano però di dirlo.

Facciamo qualche piccolo raffronto semplicemente preso da Internet ed è quello delle dimensioni. L’Italia secondo i dati ufficiali 2021 ha un territorio di 302.068 kmq, e 59,11 milioni di abitanti; la Francia occupa 551.695 kmq ed ha 67,75 milioni di abitanti; la Germania 357.592 kmq e 83,2 milioni di abitanti. Dunque i problemi non sono quelli della capienza per l’accoglienza.

Il problema è chiaramente quello del rapporto che ogni paese ha con le proprie opinioni pubbliche interne che sono poco disponibili a vedere incrementi nel numero di immigrati sul loro territorio. Del resto il Front National in Francia è forte, in grande crescita AfD in Germania e via elencando. Per scaricarsi la coscienza adesso i paesi europei affermano di essere pronti ad impegnarsi direttamente con l’Italia per impedire gli sbarchi. Peccato che sia un’impresa difficilissima, tanto più oggi che i trafficanti non operano più con navi o barche stipate, ma con precari barchini con poche decine di persone ciascuno. Come si possano rimandare indietro questi piccoli natanti non è affatto chiaro (non si può certo affondarli se non obbediscono…).

Si dovrebbe premere duramente sui governi della sponda africana perché blocchino loro le partenze, però non solo questi non hanno un reale controllo su territori dove dominano corruzione ed economie malavitose, ma ancor più i paesi europei sono in qualche concorrenza tra loro nei rapporti con paesi che hanno risorse interessanti (si pensi al petrolio libico, tanto per fare un esempio noto a tutti) e c’è il problema di Russia e Cina pronte a presentarsi come interessate tutrici della loro sovranità nazionale.

Il governo italiano si muove in questo complicatissimo ginepraio, a sua volta pressato da esigenze elettorali che fra l’altro impediscono qualsiasi approccio di solidarietà nazionale a fronte di una situazione molto preoccupante (le opposizioni sono, ben che vada, iper ideologiche nell’affrontare il tema e quanto a populismo neppure loro scherzano). In più è indebolito nella sua azione a livello europeo da questioni non piccole. Abbiamo un deficit di bilancio molto alto, per cui deve combattere per evitare il ritorno alle regole di austerità che lo penalizzerebbero (e lo fa nel più sciocco dei modi, impuntandosi a non approvare il MES, cosa che, ammesso che porti a qualche risultato, ci verrà rinfacciata per anni). Siamo per forza di cose sotto esame per la nostra gestione dei fondi europei del PNRR e anche qui scontiamo che per questa ragione abbiamo dato al mondo la prova provata di avere un sistema amministrativo e politico più che scassato. Si è cercato di guadagnare uno spazio di protagonismo proponendosi come pivot per una politica africana di un certo spessore (il cosiddetto piano Mattei): operazione senz’altro intelligente, ma che non ha tenuto conto che i nostri partner l’avrebbero interpretata come un inserimento nei loro affari a nostro vantaggio, per cui non ci agevolano per dirla in maniera soft (del resto è quel che accadde a Mattei quando sfidò il potere delle grandi compagnie petrolifere aprendo ad accordi di compartecipazione coi paesi produttori).

Su questo quadro già complicatissimo di suo si inserisce l’insipienza politica di Salvini che per raccattare un possibile allargamento del suo consenso (a spese del partito della premier) cavalca l’antieuropeismo. Nella sua miopia politica pensa che tanto questa roba è demagogia elettorale, poi a livello di relazioni fra i governi ci si muoverà diversamente, o meglio Meloni potrà fare il suo gioco in qualche modo per tutta la destra. Non è proprio così. Delle polemiche elettorali poi ci si ricorda e nei rapporti inter-governativi se ne chiederà conto alla nostra premier (magari per ragioni strumentali, ma non importa) e lo si farà per tagliare le ali ad una politica che vorrebbe contare di più.

Adesso Meloni può vantare il buon rapporto con la von der Leyen, fingendo di non sapere che da parte della presidente della Commissione gioca la voglia di ottenere il maggior numero di sostegni possibili per una sua riconferma. Ma lei non è una personalità così forte da poter tenere a bada i leader dei paesi europei, anzi in questo momento non è neppure in grado di contrastare l’immobilismo e la palude che secondo più di un qualificato osservatore sta dominando nelle burocrazie di Bruxelles.

Insomma quel che vediamo in scena è il classico gioco proibito (e pericoloso) in atto in sistemi politici che non sono solidissimi e che si sentono insidiati dal vento del populismo reazionario in crescita. Non ci sono solo le di difficoltà del sistema italiano: la scena europea mostra che di leader in grado di imporsi contro le fibrillazioni attuali non è che ce ne siano molti. Delors in anni non semplici seppe mettere relativamente in angolo la Tatcher, oggi di gente così non ce n’è, almeno ai vertici decisionali della UE (qualcuno può sperare in Draghi, noi applaudiremmo, ma temiamo di essere pochi e privi di qualunque potere per supportare un’operazione del genere).