Ultimo Aggiornamento:
20 aprile 2024
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Ballando sull’orlo del vulcano?

Paolo Pombeni - 06.03.2024
Guerre Ucraina e Palestina

Non è certo una osservazione originale ricordare che in Italia si fa della polemica spicciola e miope mentre il mondo affronta una tensione quale da tempo non si vedeva: lo vanno ripetendo tutti gli osservatori più qualificati. Non sembra però che questo faccia desistere i nostri politici, ma anche una parte degli opinionisti che muovono i sentimenti delle minoranze ideologizzate dal rincorrere i soliti ritornelli che ripropongono più o meno le liturgie dei passati scontri fra destra e sinistra.

La gravità della crisi in corso ha molti aspetti e non si limita solo al divampare di due guerre pur terribili come quelle che si svolgono in Ucraina e in Palestina. Di guerre che una volta venivano definite “regionali” ne abbiamo viste molte (e altre sono in corso pur nel disinteresse del mondo), ma in quei due casi c’è qualcosa di molto diverso. Non solo la Russia di Putin ha violato la regola del rispetto dei confini internazionali avviando l’invasione di uno stato confinante e lavorando alacremente per infliggergli una enorme mole di distruzioni con uccisioni di civili inermi (di passaggio: ma per questo abbiamo visto molto poche manifestazioni …). Si vede con estrema chiarezza che il nuovo zar moscovita cerca una vittoria imperiale e costantemente minaccia l’uso dell’arma atomica, il che lascia chiaramente intendere che il suo obiettivo non è la “liberazione” di qualche enclave filorussa, ma l’annientamento dell’Ucraina come premessa al ristabilimento almeno parziale del vecchio impero sovietico.

Anche la guerra fra Israele e Hamas è diversa dalle numerose guerre arabo-palestinesi che si sono avute in passato. Non solo è evidente ormai che Hamas ha pianificato le stragi del 7 ottobre per spingere il governo di Israele, in buona parte succube dell’estremismo dei sionisti religiosi, ad una reazione estrema, cioè a puntare all’annientamento del gruppo politico-terroristico. Ciò significa non solo dover ricorrere ad un uso spropositato della forza di reazione, ma scendere sul terreno del contro-terrorismo con una guerra totale incapace di distinguere fra civili e combattenti (cosa peraltro già di suo difficile quando non ci sono in campo forze regolari, ma gruppi apparentemente informali che vivono e agiscono mescolati alla normale popolazione).

Questa impostazione ha creato una situazione in cui nessuno dei due contendenti riesce a trovare una soluzione, perché tutto è visto dagli uni come cedimento e dunque vittoria degli altri, cioè come una premessa al proprio annientamento. Per questo le parti “esterne” allo scontro non riescono a condizionare ed a riportare alla ragione i vertici dei due campi.

Ciò significa che siamo di fronte ad un contesto che va verso il precipizio, perché né si riuscirà a convincere Putin a desistere dai suoi sogni imperiali, né si riuscirà a costringere sia Hamas che Israele a venire ad una sistemazione del conflitto. La diplomazia è impotente: chi pensa che da lì possa venire una soluzione ha una cieca fiducia nei miracoli.

Nel contesto dunque di tensioni che sono destinate a protrarsi, significa che le cose andranno a deteriorarsi ulteriormente, anche perché ci sono molti attori che godono di questa prospettiva: l’Iran è chiaramente uno di questi (e lo spingono anche le sue difficoltà interne divenute evidenti con il flop delle recenti elezioni farsa), ma pure la Cina è interessata a questa instabilità che probabilmente pensa le darebbe spazio per i suoi sogni di espansionismo asiatico, ma che comunque deve affrontare una flessione nella sua crescita economica con qualche difficoltà che ciò comporta.

L’Europa avrebbe tutto l’interesse a, anzi il dovere di, prendere atto di un contesto così difficile, mentre si va verso un confronto elettorale alle presidenziali americane che non ci lascia certo tranquilli. L’Italia non è una componente marginale di questo quadro e sarebbe bene trovasse modo di mostrare che ne è consapevole. Cosa difficile se siamo divisi fra i favorevoli all’Ucraina e quelli che tutto sommato sono disposti a dar credito a Putin, se ci dividiamo fra chi sostiene Israele e chi i palestinesi e di conseguenza Hamas, se ci sono forti tendenze a fuggire in un pacifismo utopistico che oggettivamente rafforza solo la radicalizzazione delle guerre, se non riusciamo a produrre una visione abbastanza comune circa le modalità di rimettere ordine nel nostro sistema pubblico e nella nostra economia.

Piantare qualche bandierina in questa o in quella regione, magari prevalendo per un migliaio di voti, in questo o in quel comune non fa della nostra classe politica un protagonista nella elaborazione e ricerca di strategie per rispondere al rischio di implosione delle relazioni internazionali. I nostri partner così come i nostri avversari sanno bene in che acque stiamo navigando. Certo, come è normale, tengono i migliori rapporti possibili col vertice del governo in carica, che poi fa di tutto per farsi accettare nel club: lo ha fatto Conte a suo tempo, adesso lo fa Meloni, il primo in modo più dilettantesco perché ai suoi tempi il contesto era meno chiaro, la seconda mostrando più senso delle opportunità, ma senza ancora aver dato prova del colpo d’ala necessario.

Tuttavia il punto essenziale è arrivare all’elaborazione di una linea di azione che almeno in termini generali sia condivisa a livello dell’opinione pubblica nazionale e sia in grado di marginalizzare gli avventurieri politici e mediatici che impazzano in questi tempi così caotici. Ci pare che siamo ancora lontani anche solo dall’avvio deciso del processo. Si dice che si chiarirà tutto con il risultato delle elezioni europee, ma ci permettiamo di dubitarne: le lotte intestine tanto nella maggioranza quanto nell’opposizione non le vediamo certo né in attenuazione, né in crisi.