Ultimo Aggiornamento:
20 aprile 2024
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Una politica sempre più nervosa

Paolo Pombeni - 27.03.2024
Meloni e Salvini

Mentre il mondo pencola pericolosamente sull’orlo di un burrone, la politica di casa nostra si attorciglia sulle sue debolezze. Lo spettacolo a cui assistiamo non è dei più edificanti, ma, probabilmente, è lo specchio delle incertezze in cui si dibatte questa fase storica.

Ormai si dà per scontato che le elezioni europee, ma anche le concomitanti elezioni amministrative, saranno decisive per capire se il nostro sistema politico si stabilizzerà o meno e in che modi. Quella che fino a non molto tempo fa appariva come l’occasione per una sorta di sondaggio certificato sullo stato di salute dei vari partiti, senza che i suoi esiti potessero spostare molto, è possibile e probabile che sia il tornante per verificare la tenuta o meno dei molti sconvolgimenti che abbiamo vissuto nell’ultimo trentennio.

I partiti maggiori sottovalutano il ruolo che il nostro Paese dovrà giocare in Europa, basta dare un’occhiata alle diatribe sulla formazione delle liste. Tutto viene organizzato sulla base di un meccanismo acchiappa voti senza porsi il problema della delegazione da inviare al parlamento europeo: una sede in cui, se si vuole pesare almeno un poco, bisogna avere non generici “testimoni” di una presunta società civile, ma persone capaci di inserirsi in un contesto molto difficile, fatto di negoziati nell’ombra, di rapporti trasversali, di capacità di percepire in anticipo i temi chiave. È vero che il parlamento conta fino ad un certo punto e che le decisioni forti si collocano fra la Commissione e il Consiglio dei capi di stato e di governo, ma il dogma della rappresentanza qualche effetto lo produce e dunque nell’assemblea parlamentare e ancor più nelle sue commissioni si tessono tele importanti.

Non si può sottovalutare che i partiti maggiori hanno problemi specifici. FdI avrà un numero di eletti molto più alto di quello che aveva e non si sa bene dove troverà le candidature all’altezza. La Lega vedrà falcidiata la sua rappresentanza e non sa come riciclare gli esclusi, così come ha problemi nel trovare candidature di peso. Il PD è impantanato nelle lotte interne, non sa come risolvere il problema del rapporto fra politici sperimentati a livello locale che cercano una posizione (quanto siano all’altezza del contesto europeo è un punto di domanda) e mito delle candidature di testimonianza, a cui si attribuiscono capacità tutte da dimostrare nella raccolta del consenso. M5S è un’incognita, perché come intenda affrontare la formazione delle sue candidature è abbastanza oscuro, visto che sembra puntare più che altro a raccogliere adesioni per così dire di pregiudizio politico e di antipatia verso la politica.

A noi sembra che si sottovaluti in generale la connessione che si stabilirà fra gli esiti del “sondaggio” europeo ed i risultati delle elezioni amministrative. Prendiamo per esempio il caso dei Cinque Stelle: al primo livello sembrano stimati ad un consenso intorno al 15%, al secondo livello finora hanno raccolto percentuali di gran lunga inferiori (circa la metà quando è andata bene). Può un partito con questa forbice di risultati essere un punto di riferimento nel nuovo sistema politico? E la prevista buona, talora ottima affermazione di FdI può offrire alla premier Meloni un supporto adeguato se non riesce a risolvere il problema della qualità della sua classe dirigente?

La Lega di Salvini viene ritenuta la grande incognita. Si dà per scontato un suo ridimensionamento pesante che l’attuale segretario cerca di contenere spostando il suo partito sul fronte del populismo di estrema destra. È una strada che, anche nel caso di una successiva messa da parte del leader attuale, non sarà poi facile abbandonare per un ritorno ai vecchi lidi.

E che dire del PD che da un lato pretenderebbe una posizione di guida dell’opposizione e dall’altro non riesce a lasciar emergere un gruppo dirigente che si indentifichi in un progetto adeguato per quel ruolo? La contrapposizione fra la linea Schlein con il suo inseguimento delle candidature simbolo, peraltro non si sa di cosa, e la linea dei politici di professione che sembrano cercare più un posto per ognuno di loro che l’incarnazione di una proposta politica all’altezza dei grandi temi in campo, non ci sembra indice di salute.

Ripetiamo che poi tutta questa situazione andrà verificata negli esiti delle elezioni amministrative, perché se è vero che la grande politica internazionale e di conseguenza europea peserà non poco d’ora innanzi, è altrettanto vero che poi è necessario governare i territori che sono i luoghi dove si deve rispondere alle necessità della gente.

Più di un osservatore ritiene che un esito probabile delle elezioni europee sommate a quelle amministrative potrà essere l’indebolimento se non l’avvio della dissoluzione dei due grandi blocchi. Il destra-centro non si sa come potrebbe reggere ai contraccolpi del ridimensionamento leghista e dell’eventuale rafforzamento di FI, con una leadership di Meloni esaltata dai numeri ottenuti, ma non si sa se capace di rimettere ordine nel suo campo. Il fu “campo largo” (ormai la definizione di centrosinistra qui ha perso significato) dovrà affrontare l’incognita di M5S che non si sa come uscirà da quel mix e il problema di un PD che dovrà fare i conti su come mettere fine ad una lotta intestina fra la stagione di un movimentismo inventato e sorretto dai media e quella di un professionismo politico che non riesce più a frasi tramite di un tessuto sociale significativo.

Un bel rebus a cui la politica risponde con il nervosismo dei colpi bassi reciprochi e delle piccole sceneggiate a pro dei vari fan club: osservare la vicenda Santanché, il pasticcio di Bari giusto per richiamare i titoli degli ultimi spettacoli.

In questo contesto il sogno o se preferite la proposta di un “centro” rigeneratore della politica non sembra proprio in grado di decollare. Anche qui manca il vero leader che sia ad un tempo carismatico e federatore: senza quello è difficile sparigliare le carte.