Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2024
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Europee, tutti contro tutti

Luca Tentoni - 10.02.2024
Meloni e Salvini

In questi mesi si vanno intensificando duelli che, almeno all'apparenza, hanno del paradossale. La Lega, invece di contribuire alla coesione della maggioranza, non perde occasione per intralciare il percorso della Meloni; dall'altro lato dell'emiciclo, il M5s dimentica che per sconfiggere chi governa bisogna limare le differenze e costruire una coalizione alternativa, mentre preferisce mettere in difficoltà il Pd e la Schlein. Si dirà che è fisiologico, in vista di elezioni nelle quali ognuno correrà per proprio conto (le europee) e si voterà col proporzionale (che fisserà fino alle politiche del 2027 i rapporti di forza) che ci sia una guerra aperta fra partiti i quali, teoricamente, dovrebbero cercare punti d'incontro per marciare assieme. Come la logica premiante del sistema elettorale per la Camera e per il Senato (ma anche per le regioni: si veda il caso Sardegna, dove il leghista-sardista ha dovuto lasciare più nolente che volente il posto di candidato presidente della regione al sindaco meloniano di Cagliari) ha spinto Salvini a un matrimonio poco d'amore e molto di convenienza con Fratelli d'Italia (la destra si ritrova sempre unita, quando c'è da conquistare e spartire il potere, cosa che la sinistra non è capace di concepire, immersa nelle sue fisiologiche lotte intestine), così la logica del proporzionale spinge Conte a concentrare tutte le sue forze sul tentativo di sottrarre consensi al Pd, costi quel che costi (tanto, per un partito che è passato dal governo gialloverde a quello giallorosa e al sostegno poi ritirato a Draghi, giravolte e ambiguità sono sempre possibili). Lo si vede anche in politica estera, dove i pentastellati la pensano sostanzialmente in modo non dissimile dai leghisti: cosa da non sottovalutare e che rende ancor più plastico il ruolo di "alleanza ultra-populista" che sfida le due maggiori leadership, quella (forte) rappresentata dalla premier e dal primo partito italiano (FdI) e quella (debole, incerta, confusa) costituita dalla segretaria del secondo partito italiano (il Pd). In questa partita proporzionale, i "secondi" (M5s, Lega) si chiamano fuori dalle alleanze possibili o in corso e adottano entrambi un comportamento da opposizione radicale. Lo si vede anche nella ricerca degli argomenti (il pacifismo non tanto filoucraino del M5s e della Lega) e dell'elettorato da catturare (l'estrema sinistra per i pentastellati, l'ultradestra che tanto è corteggiata dai leghisti). La sfida che ci attenderemmo in un paese normale sarebbe fra maggioranza e opposizione, ma qui la logica è diversa. In palio è il potere: a destra, un parziale riequilibrio dei rapporti di forza che per la Lega sia meno sfavorevole dell'attuale; a sinistra (sempre che il M5s sia di sinistra) la necessità di sorpassare il Pd e di imporgli la supremazia pentastellata, in vista di un tanto sognato (da qualcuno) quanto improbabile ritorno di Conte a Palazzo Chigi (del resto, lo si vede già ora, col partito della Schlein che ha più voti dei Cinquestelle: in Sardegna l'alleanza si fa perchè la candidata è del M5s, in Abruzzo si sceglie un civico, ma nelle altre regioni e nei comuni non si fa nulla, se il candidato non è imposto dai pentastellati, che di fatto pretendono il predominio sull'opposizione e la sottomissione di un già abbastanza compiacente Pd). In tutto questo l'idea di Europa, visto che a giugno si voterà per l'Europarlamento, è un semplice contorno. Va detto, però, che sul Mes il no della Lega e quello delle destre si è sommato (indice che, quando c'è da prendere, come col Pnrr, si è tutti patrioti dell'Ue, ma quando c'è da rispettare le decisioni prese dai partner, ci si dà alla fuga) e che a volere un futuro per l'Unione ci sono rimasti solo Calenda e Bonino insieme alla timida Schlein.