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17 aprile 2024
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Dalla partitocrazia all'oligocrazia

Luca Tentoni - 02.09.2023
Politici e Twitter

Il progresso sta allontanando i rappresentanti dai rappresentati. La disintermediazione sta trasformando il rapporto fra cittadini ed eletti in quello fra followers e leader. Durante la Prima Repubblica, fino alle prime Tribune politiche (1960) nessuno aveva mai potuto vedere un personaggio politico se non guardando le foto sui giornali o partecipando ai comizi. I partiti "entravano in casa", o quasi: avevano sezioni dovunque, erano presenti in alcuni casi persino sui posti di lavoro o comunque si facevano vivi attraverso associazioni di categoria o sindacati collaterali ai principali soggetti politici. Il rapporto fra leader e cittadini era dunque quasi "fisico", almeno per il primo ventennio della Repubblica, ma anche in seguito, fino alla metà degli anni Novanta, era ancora basato su una rete di contatti e di relazioni che passavano per strutture di partito (un po' meno per i comizi, perché la televisione cominciava a far conoscere meglio i leader, che iniziavano a partecipare negli anni '76-'80 - da "Bontà loro" in poi - ai primi talk show). Il numero degli iscritti ai partiti, sebbene in costante calo, restava a quote comunque ragguardevoli. Il crollo della Prima Repubblica ha - di fatto - portato allo smantellamento di questo sistema (tranne che per pochissimi partiti). La Seconda Repubblica è nata sotto il segno di quelli che Berlusconi chiamava "clubs", cioè comitati elettorali col compito di portare il Verbo del Cavaliere al popolo (o, meglio, di vendere metaforicamente il prodotto Forza Italia ad una massa il più possibile ampia di consumatori, già sedotti e indirizzati verso modelli subculturali appropriati allo scopo durante dieci anni di azione delle televisioni private). Dalla Repubblica della "partitocrazia" (che sullo strapotere dei partiti si fondò e finì per morirne, abusandone) si passò alla Repubblica dei leader (il "partito del capo") nella quale - in costanza di un regime parlamentare - si arrivava ad un premierato elettivo di fatto, con due leader (Berlusconi e Prodi) che incarnavano i maggiori schieramenti. Si finiva per scegliere l'uno o l'altro. In questo, il Cavaliere era più abile, anche perché - a differenza di Prodi - era proprietario del partito di gran lunga più votato della sua coalizione. Votare Berlusconi voleva dire scegliere il centrodestra e solo dopo Forza Italia e i suoi alleati; il "patto con gli italiani", che voleva essere l'apice del rapporto diretto con gli elettori, diventò di fatto un contratto fittizio con tanto di grancassa mediatica col quale si illudevano i cittadini che il Cavaliere avrebbe davvero lasciato la politica se non avesse adempiuto ai suoi impegni. Non essendoci ancora i social network, non c'era neanche modo di leggere i post o i twitt di chi forse si sentiva preso in giro da una comunicazione che fingeva di essere orizzontale e partecipativa ma era in realtà verticistica e unilaterale, per non parlare degli opuscoli inviati per posta che esaltavano il Capo alimentandone il culto. Il centrosinistra, da par suo, seppe reagire debolmente; quando poi decise di scendere sullo stesso piano dell'accentuazione della figura del leader - al tempo di Renzi - finì per ritrovarsi nel 2018 al minimo storico dei voti. La crisi economica, che nel 1992 aveva contribuito ad abbattere la Prima Repubblica e nel 2008-'11 aveva mostrato le limitazioni di un governo (quello di centrodestra) ampiamente inadeguato nel gestire i conti pubblici del Paese, travolse i partiti nel biennio 2011-'13, facendo arrivare al 25% dei voti un soggetto politico populista che esaltava il dilettantismo dei propri eletti (un leaderismo al contrario, quello dell'"uno vale uno") accompagnato però dall'accentramento in Grillo della linea politica. Il modello della Seconda Repubblica che crollò fra il 2011 e il 2018 era una via di mezzo fra un modello neo-partitocratico e l'affermazione dei leader come dominatori indiscussi dei propri soggetti politici (questi ultimi ridotti a figure serventi, anche grazie a sistemi elettorali utili per forgiare gruppi parlamentari ad immagine e somiglianza dei capipartito). Avevamo, dunque, un'oligarchia temperata, nella quale c'erano sovrani assoluti (quelli del "partito del leader") insieme a soggetti politici ancora "plurali" (in quanto a classe dirigente) e (più o meno) contendibili. Le elezioni del 2022 ci hanno fatti entrare in una terza fase, quella che potremmo definire dell'"oligocrazia" nella quale quattro o cinque leader controllano i principali partiti del Paese e la premier ha in pugno contemporaneamente il governo, la sua coalizione, il suo partito, le nomine nelle partecipate di Stato e soprattutto alla Rai (un potere che Berlusconi ebbe, in effetti, ma che non impedì alla Lega di far cadere il governo nel '94, ai centristi di fare altrettanto nel 2005 e alla crisi economica - oltre che alla defezione dei finiani - di provocare la fine dell'ultimo governo del Cavaliere nel 2011). Oggi la Meloni è il prototipo della disintermediazione assoluta: non si concede quasi mai alle conferenze stampa (almeno Berlusconi lo faceva), usa gli "appunti di Giorgia" per imporre la sua "narrazione", gestisce il potere nel Paese, nel governo e nel suo partito dimostrando di non avere cedimenti o debolezze (peraltro, non ha un passato o un presente che la rendano ricattabile o indagabile, mentre il Cavaliere passava molto tempo a difendersi dai processi). La comunicazione della Meloni è unidirezionale, non c'è contraddittorio, è direttamente calata dall'alto. E' come se avessimo già attuato l'elezione diretta del premier (a costituzione invariata, segno che il sistema è molto più flessibile di quanto sembri) perché se un provvedimento come la tassazione degli extraprofitti delle banche passa senza che un vicepresidente del Consiglio ne sappia qualcosa e con un ministro dell'Economia più o meno coinvolto nella scelta, è evidente che abbiamo una persona sola al comando (e Salvini che lo sa, ne soffre). Berlusconi e Renzi, che attuarono anch'essi un misto di disintermediazione e di "partito del capo", sapevano però confrontarsi con la stampa e talvolta anche con i followers (al fiorentino Twitter piaceva e non si risparmiava quando si trattava di rispondere ad alcuni utenti critici); ciò nonostante, finirono entrambi male: il Cavaliere perse nel 2018 la leadership (in voti) del centrodestra, dovendo persino vedere il nuovo capo Salvini fare un governo senza FI e FdI (senza poter dire nulla in contrario, perché la Lega era il primo partito dell'ex Cdl) mentre il fiorentino, dopo il successo alle europee, perse di fila il referendum costituzionale, la presidenza del Consiglio e (pesantemente) le elezioni del 2018, uscendo dal Pd per fondare un partitino personale. Tutta archeologia, ormai. Il presente è il potere "monarchico" della Meloni, ma anche l'impossibilità del M5s di avere una linea senza Conte o la ferrea presa di Salvini su una Lega più - a tratti - mugugnante che realmente riottosa, per finire con un Pd ormai in mano alla Schlein (ne sanno qualcosa i presidenti di regione che cercano un terzo mandato ma dipendono dal suo volere). Tutti questi protagonisti della scena, più Calenda e Renzi nei propri partiti centristi, hanno il controllo ferreo dei soggetti politici principali del Paese. Sono leader che hanno solo followers: ascoltano spesso - almeno pare - più i sondaggi che la voce della "base", forse perché è più facile e non comporta contestazioni od obiezioni. La nuova Repubblica è fatta di "cerchi magici", di leader assoluti, di accentramento del potere in pochissime mani, di disintermediazione: in sintesi, è un'oligocrazia. Che però, dal punto di vista formale e in parte anche materiale, rispetta tutti i canoni democratici.