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Giro di boa?

Paolo Pombeni - 24.09.2015
Boa in mare

A giudicare dai commenti e dalle reazioni alla riunione della direzione PD di lunedì 21 settembre si dovrebbe presumere che sulla questione riforme siamo al giro di boa. Renzi ha vinto, non sappiamo ancora se una battaglia o la guerra, e la minoranza dem non è uscita annientata, almeno non la sua componente maggiore. Tutto infatti al momento sembra andare verso un onorevole compromesso che consentirebbe a tutti di uscirne bene.

Se pensiamo che non sia ancora detto, è perché il compromesso è inevitabilmente ambiguo, basato com’è più su un astratto riconoscimento di due principi altrettanto astratti (l’impianto della riforma non si tocca; sì, ma il senato deve rimanere elettivo) che non su una reale convergenza circa l’assetto “politico” da conferire alla seconda Camera.

Renzi, che è un comunicatore e un tattico molto abile, è riuscito a mettere in angolo la sua opposizione interna prospettandole un quadro difficilmente obiettabile: al paese della riforma del senato interessa pochissimo, la questione che appassiona la gente è se saremo o meno in grado di uscire da questa crisi. Dunque le politiche economiche e il governo delle emergenze (a cominciare da quella molto visibile dell’immigrazione) sono possibili soltanto se non si manda al macero il ministero guidato dall’attuale segretario del partito. Vedete voi (oppositori) cosa volete fare, sapendo che comunque in parlamento ci sono più forze di quel che immaginate pronte a far in modo, più o meno apertamente, che non salti tutto.

La minoranza ha capito l’antifona e ha abbozzato: o con discorsi alati come Cuperlo, o salvandosi l’anima con fumisterie sulla vera sinistra come D’Attorre, o semplicemente standosene zitta dentro o fuori l’assemblea. Renzi abilmente ha offerto il ramoscello d’ulivo di un accordo sull’elettività del senato da parte dei cittadini, anche se nessuno ha capito come si farà.

Del resto tutti sanno che il mantra del dare ai cittadini la possibilità di scegliersi direttamente i rappresentanti è una di quelle favole consolatorie che ci si racconta da quando a metà Ottocento hanno cominciato a prendere piede i sistemi elettorali a suffragio allargato. In teoria chiunque può candidarsi e chiedere ai suoi concittadini di mandarlo in parlamento, in pratica se non è dentro una “macchina” che lo seleziona, che lo sostiene e che lo impone, le sue chance di farcela sono scarsissime (a meno che non abbia personalmente i soldi e le risorse di vario genere per costruirsi una sua “macchina”).

La faccenda è dunque su quale sezione della “macchina” possa essere in grado di determinare le selezioni, soprattutto tenendo conto che domani sarà questione di una novantina di posti contro i più che trecento attuali. Se fossimo stati ancora nel vecchio universo dei partiti di massa fortemente strutturati e centralizzati il problema sarebbe stato ridotto, ma oggi diventa complicato perché le situazioni locali sono poco controllabili. Lo stesso Renzi lo ha ricordato en passant quando ha citato i casi delle elezioni regionali in Liguria e comunali a Venezia. Questo però da un lato rende tutti incerti, dall’altro eccita le illusioni di rivalsa contro il “dittatore” al vertice del partito e del governo.

Proviamo a spiegarci. Quel che si pensa, anche se non lo si dice, è che se si potessero organizzare le elezioni per il nuovo senato come una normale competizione parlamentare, il gioco delle “primarie” fatte in qualunque maniera darebbe spazio a cercare di rompere qualsiasi strategia dei vertici di partito, perché con pochi posti e dunque con la necessità di raccattare voti qua e là in un contesto di crescente astensionismo crescono le possibilità di colpi di mano facendo leva sul radicalismo dei non molti che “si agitano”. Del resto è un fenomeno che, pur su livelli diversi, si è già visto in elezioni amministrative di vario grado. Fare qualcosa di simile nell’ambito di elezioni all’interno di consigli regionali sarebbe molto più arduo, perché si tratterebbe di assemblee piccole, più controllabili (e anche ricattabili da vari partiti), interessate a gestire sé stesse con uno sguardo al proprio futuro piuttosto che ad accondiscendere ai “furori ideologici” o ai “gruppi di interesse” partitici.

Abbiamo l’impressione che Renzi e la sua maggioranza vogliano evitare di avere, se possiamo scherzare con le parole, “una, cento, mille Venezia”, ma che siano anche consapevoli che raggiungere l’obiettivo con un compromesso che dia alle opposizioni il contentino di vedersi accontentate sulla pregiudiziale astratta non sia così difficile.

Nel momento in cui si affermasse il principio della presenza nel nuovo senato dei presidenti di regione (che, come hanno con giusto orgoglio ricordato Chiamparino ed Enrico Rossi, raccolgono un grande consenso elettorale personale) e si costringessero le candidature entro i “listini” da agganciare ai partiti, il gioco sarebbe fatto: con pochi posti per regione solo chi si piazza nel solco delle “macchine politiche” può avere speranze di spuntarla.

Bersani, che naturalmente non è uno nato ieri in politica, qualcosa deve aver subodorato perché ha accolto positivamente le aperture, ma ha detto che vuol vedere poi le norme concrete. Il fatto è che, messe le cose come si stanno mettendo, non sarà possibile né a lui né ai suoi recedere di nuovo facendo definitivamente la figura dei “mai contenti” che, ottenuto il principio rivendicato (il voto popolare sui candidati), vogliono alzare la posta per fini che a questo punto diventerebbero, almeno per la gente, del tutto oscuri.