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24 luglio 2021
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L'analisi del sabato. Il partito del non voto

Luca Tentoni ° - 26.09.2015
Alexīs Tsipras seconda vittoria

Anche in Grecia, domenica scorsa, ha vinto il partito del "non voto": l'astensione è salita dal 36,1% di gennaio al 43,4%. Non si tratta di un fenomeno isolato, in Europa, anche se ci sono realtà (come la Catalogna, ad esempio) dove alcuni prevedono una rimobilitazione elettorale in occasione di un appuntamento con le urne che potrebbe essere decisivo per il futuro della Comunità autonoma e della Spagna. Il successo del "partito del non voto", tuttavia, sembra scontato in paesi come l'Italia. I sondaggi, da noi, riportano un alto numero non solo di indecisi, ma anche di intervistati che non sembrano intenzionati ad andare ai seggi qualora ci fossero nuove elezioni politiche a breve termine. La scarsa affluenza alle europee e alle regionali, nel caso italiano, non può farci credere che un eventuale turno elettorale per il Parlamento faccia registrare un'affluenza prossima al 50-60%, ma certo ci fa supporre che il partito del "non voto" possa conquistare posizioni rispetto all'ultimo dato disponibile. Alle politiche del 2013 ha "disertato" le urne il 24,8% degli aventi diritto. Una percentuale alla quale dobbiamo sommare il 2,7% di schede bianche e nulle, per un totale di 12,9 milioni di voti che (in diversi modi) non sono stati espressi. Com'è noto, l'astensionismo ha una componente fisiologica (di chi non va mai a votare oppure non può) e una variabile: c'è, per esempio, chi vota alle politiche ma non alle europee, considerando quest'ultima consultazione poco importante per il futuro proprio e del Paese. E c'è chi vota se esiste un incentivo alla mobilitazione: quando si trattava di decidere a chi assegnare il primato fra Dc e Pci (1976) o nei momenti nei quali la lotta fra centrosinistra e centrodestra era accesa (e fu decisa da un pugno di voti: 2006) molti preferirono partecipare alla contesa, anzichè restare a casa. Nel 1976 si raggiunse un'affluenza del 93,4% (persino superiore al 93,2% del 1972) e ben superiore al 90,6% del 1979 (quando l'ipotesi del "sorpasso" comunista era sfumata). Nel 2006, invece, andò alle urne il 83,6% degli aventi diritto contro l'81,4% del 2001 e l'80,5% del 2008. C'è dunque una parte degli italiani che considera l'astensione fra le scelte possibili e che la preferisce in determinate circostanze, senza tuttavia escludere di poter tornare alle urne in una successiva occasione. L'aumento del "non voto", tuttavia - per quantità e frequenza, nei diversi appuntamenti elettorali nazionali e locali - fa pensare che l'area dell'astensionismo "cronico" si stia ampliando, come se anche questo strano genere di "partito" stesse rafforzando la sua "base" di consensi. Gli indicatori di fiducia nei confronti di partiti e istituzioni, ma anche quelli economici (che hanno un peso nelle scelte elettorali) rafforzano le possibilità che il non voto diventi un'opzione politica pari (se non addirittura, per taluni, più accreditata) rispetto a quelle offerte dai soggetti in competizione. La stessa articolazione in due turni (con ballottaggio eventuale, è bene ricordarlo) dell'Italicum potrebbe accentuare, nella seconda tornata di votazioni, uno scarso afflusso ai seggi. Prendendo come punti di partenza i risultati delle politiche 2013 o delle europee 2014, osserviamo che - se pure i partiti ricorressero a "listoni omnibus" comprendenti più soggetti politici, in particolar modo nel centrodestra - gli elettori dei gruppi classificati dal terzo posto in giù potrebbero agevolmente raggiungere il 30% dei votanti al primo turno. L'incentivo "mobilitante" del ballottaggio (una scelta secca per partito e maggioranza di governo, fra due opzioni) potrebbe non essere sufficiente per mantenere l'affluenza del primo turno e convincere gli elettori "orfani" a tornare ai seggi per contribuire a decidere l'esito della contesa. C'è infatti, nel variegato "partito del non voto", chi di solito va alle urne ma resta a casa soltanto quando il proprio partito (o coalizione) non è ammesso al ballottaggio (accade, con regolarità, in occasione delle elezioni comunali). Nella nostra sommaria analisi, fin qui, abbiamo individuato due tendenze: il "non voto" come scelta politica alternativa (e sovente, ma non sempre, "antisistema") e l'astensionismo aggiuntivo che può scaturire da una mancanza di offerta politica "accettabile". Abbiamo osservato finora, però, solo il lato visibile della luna, cioè il fenomeno numerico dell'aumento di chi non vota, ma non abbiamo ancora considerato un dato spesso sottovalutato: come voterebbero, se "costretti" o indotti da una normativa specifica, gli astenuti? Alcune indagini demoscopiche si occupano anche di questa fetta di elettori. La loro scelta è comunque figlia di un passato nel quale c'è quasi sempre stata una vicinanza politica. La scomposizione dei due poli maggiori avvenuta nel 2013 e gli avvenimenti sociali di questo decennio hanno spinto fasce di elettori ad abbandonare le loro antiche "famiglie" per scegliere quella del non voto. Nell'"altra faccia della luna", insomma, si trovano le motivazioni e le inclinazioni politiche degli italiani che potrebbero - non votando - favorire la vittoria di un soggetto politico sull'altro, oppure - rimobilitandosi - mutare equilibri e rapporti di forza. Per ora, la massa dell’astensionismo sembra continuare ad attrarre con forza elettori, anzichè cederne. Se così fosse anche alle prossime consultazioni politiche (anticipate o meno) qualcuno potrebbe avvantaggiarsi e "vincere per defezione" più che per capacità di catturare consenso. Il compito della politica, tuttavia, è motivare i cittadini con programmi, leader e comportamenti "mobilitanti", perchè pur se è vero che basta avere un voto più dell'avversario per vincere, è altrettanto vero che la democrazia può trarre giovamento da una più convinta (anche se non eccessivamente più numerosa) partecipazione popolare.

 

 

 

 

* Analista politico e studioso di sistemi elettorali

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