Ultimo Aggiornamento:
27 ottobre 2021
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Renzi alla prova della stabilità

Paolo Pombeni - 27.10.2015
Matteo Renzi e Mario Monti

Sembra un gioco di parole, ma il nuovo nome della legge finanziaria, che ora, come si sa, si chiama legge di stabilità, è molto appropriato per sottolineare il delicato momento che attraversa il governo Renzi. Infatti sembra che le sue opposizioni “interne” non demordano dal tentativo di azzopparlo (che lo facciano le opposizioni “esterne” fa parte ovviamente delle regole del gioco, anche se forse dovrebbero chiedersi quanto queste mosse siano convenienti per loro).

Come sanno tutti quelli che hanno pratica di queste cose, la ex “finanziaria” è uno dei momenti peggiori nella gestione della politica nostrana: alla fine il confronto su di essa assomiglia più ad un suk arabo che ad una ragionevole gestione dei bisogni economici del paese. La relativa novità è che oltre al solito gioco del lobbismo, che c’è ma che si tende a non far vedere, oltre alle manovre delle burocrazie ministeriali che infilano nel testo qualche veleno a traccia delle loro idiosincrasie e lotte di potere, questa volta assistiamo da uno scontro che chiamare ideologico è nobilitare inutilmente una manovruccia politica.

Fallito il tentativo di accendere le passioni sull’esenzione da IMU e TASI di castelli e ville (scomparsa), adesso la battaglia si sta concentrando sull’evocazione di un altro spettro: l’innalzamento del limite dell’uso del contante a tremila euro. Che si tratti di un intervento poco sensato è abbastanza evidente: è un aiuto a un po’ di economia marginale che opera in nero (commercianti e artigiani), ma a cui si vuole dare un “aiutino” sottobanco. Che sia una catastrofe nazionale che rilancerà corruzione e mafia è invece poco credibile, visto che quella roba prosperava tranquillamente anche coi vecchi parametri. Sta emergendo che si tratterebbe di un contentino dato ad Alfano non si sa perché, visto che non gli procurerà i voti necessari al suo partito per galleggiare dignitosamente, ma in questo momento si può capire che al governo serva tenere in piedi questa coalizione.

Proprio per queste ragioni le battaglie della sinistra dem sulla legge di stabilità non sono molto convincenti. Soprattutto non è convincente che ogni cosa serva per dare addosso al governo: adesso l’on. Speranza ci ha messo anche il contenzioso sul vertice dell’Agenzia delle Entrate, attaccando perché l’esecutivo non accetta la tesi della direttrice che si lamenta di vedersi l’Agenzia priva di dirigenza perché 400 dei suoi membri sono stati dichiarati dalla Corte Costituzionale (dalla Corte Costituzionale!) titolari di posizioni illegittime in quanto ottenute senza regolare procedura concorsuale. Qualcuno deve spiegarci che senso ha farsi paladini della legalità, per poi lamentarsi se la Consulta la pretende.

Naturalmente le difficoltà di Renzi non si fermano qui, ma se sulla legge di stabilità dovrà affrontare una guerriglia squinternata senza poter contare su una maggioranza solida il cielo del suo futuro diventerà plumbeo. Quella è una legge che è piena di commi e sottocommi, messa in piedi col duplice obiettivo di far cassa da un lato e di non perdere consenso dall’altro, sicché è un bersaglio ambulante che si presta a cadere in trappole trasversali durante i lavori del parlamento. Chi come l’ex presidente Monti fa il maestrino dalla penna rossa per rimarcare che è una legge ideata per raccogliere consenso a danno del paese, mostra di avere una conoscenza molto superficiale di come funziona la politica, oppure di avere messo in soffitta quella che ha per la sua storia allo scopo di sparare sull’attuale inquilino di palazzo Chigi.

Ora il problema è che Renzi affronta questo passaggio con due grane non piccole da gestire. La prima è la incredibile vicenda romana, con Ignazio Marino che si è messo a fare il Cola di Rienzo appellandosi alla piazza contro il sistema rappresentativo. Per come è ingarbugliata quella faccenda sono enormi gli interessi a far finire tutto in una gigantesca confusa zuffa dentro la quale spariscano le responsabilità dei tanti che hanno ridotto in questo stato la capitale. Ciò che preoccupa è la mancanza di una forza responsabile, sia nel PD che nelle opposizioni, la quale forza capisca che è piuttosto pericoloso continuare a sopportare che si accendano fiamme libere in un deposito di esplosivi.

Né il governo né il PD sembrano avere la forza di tenere sotto controllo questo gioco al massacro. Ciò si unisce all’apertura della battaglia sull’Italicum. Una associazione di giuristi ha aperto una offensiva pericolosa impugnando la legge presso una miriade di sedi giudiziarie sparse nel paese. E’ il chiaro tentativo di trovare il magistrato sensibile al richiamo delle prime pagine dei giornali per imbastire l’ennesimo caso giudiziario che terrà tutto sulla corda finché non arriverà alla Consulta con i tempi non certo brevi che ciò comporta. Questo al solo scopo di gettare altri bastoni nella ruota del carro del Paese, mentre le analisi degli economisti ci avvertono che la crisi non è finita ed anzi probabilmente occorreranno nuovi interventi straordinari della BCE. Non occorrono capacità divinatorie per capire che in un clima di grande confusione politica ci sarà difficile approfittare del sostegno di questi interventi.

Ma del futuro del paese sembra interessi molto poco a queste forze che sono intente solo ai regolamenti dei conti interni alle varie tribù politiche prosperate e stabilizzatesi nel non radioso ventennio della cosiddetta seconda repubblica.