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24 luglio 2021
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Renzi: serve il classico “chiarimento politico”

Paolo Pombeni - 29.10.2015
Francesco Monaco

A fronte di una situazione che sembra impazzita servirebbe proprio impostare quello che una volta si chiamava “un chiarimento politico”. Perché ci pare difficile si possa andare avanti con un panorama che rischia di diventare la classica notte nera in cui tutte le vacche sono nere.

Vediamo di mettere in fila alcune considerazioni. Partiamo dalla puntata attuale della soap opera Marino. Adesso il sindaco, dimissionario ma non troppo, accentua la sua immagine di novello tribuno e il PD romano non pare in grado di prendere una solida posizione sul suo caso. Certo in un clima in cui tutti temono per il proprio futuro, visti i foschi responsi dei sondaggi, domina il dire e non dire, il dissimulare senza mettersi in urto con la dirigenza nazionale del partito, ma resta il fatto che a contrastare l’agitazione mediatica del novello Cola di Rienzo non c’è alcuna autorevole controparte.

Passiamo alla situazione interna al PD nazionale. Ogni scusa è buona da parte della minoranza per dare contro al governo. Non si tratta di diversità di posizioni sempre legittime, si tratta della strumentalizzazione di qualsiasi episodio. Il grido dell’on. Speranza,”giù le mani dalla dr. Orlandi”, era abbastanza surreale, visto che: a) il governo, almeno ufficialmente, non aveva sfiduciato la direttrice dell’Agenzia delle Entrate; b) le critiche che le si muovono sono quelle di considerare poco accettabile che anche per la sua alta dirigenza valgano le regole generali del diritto (il che non è proprio quello che ci si attenderebbe da chi è al vertice di un delicato meccanismo che proprio le regole deve far rispettare). Se poi si considera che tutto nasce dall’intemerata di un sottosegretario che è a capo di un partitino sfasciato e senza peso diviene ancor più difficile capire la ragione di tanto clamore.

Arriviamo al punto in cui, a nostro modesto avviso, si raggiunge il vertice del surrealismo politico: la proposta dell’on. Franco Monaco di una scissione concordata nel PD. Appoggiato dall’on. Carlo Galli, il parlamentare è arrivato alla conclusione che il PD di Renzi non è più un partito di sinistra. E’ una tesi discutibile, ma che ha un buon numero di consensi e dunque sin qui niente di nuovo: se l’on. Monaco si sente “di sinistra” e pensa che il partito in cui è stato eletto non lo sia più ha tutte le ragioni per uscirne e mettere in piedi, se ci riesce, qualcosa più rispondente alla sua idea di sinistra.

Quel che risulta francamente incomprensibile è il prosieguo del ragionamento. Il destino di questa scissione sarebbe che i due nuovi partiti, il PD di destra e il PD di sinistra, dovrebbero poi fare una coalizione per ridare vita al famoso centro-sinistra col trattino. Sono raffinatezze del ragionamento politico che ci sfuggono: se Renzi è di destra (lasciate stare la piccola furberia di considerarlo “di centro”) e fa una politica coerente con questi presupposti, perché la sinistra dovrebbe dargli una mano a governare? Se pensa di poterlo condizionare nell’alleanza a fare una politica che sia anche nell’interesse della sinistra perché non lo condiziona grazie alla dialettica interna al partito?

Il fatto è che per Renzi è venuto il momento di scendere su un terreno che ai leader del suo tipo piacciono poco: quello del chiarimento ideologico. Credere che tutto si risolva nella semplice costruzione di un vasto consenso elettorale è ingannevole, perché il consenso, anche in tempi poco ideologici come i nostri, ha bisogno di qualche ancoraggio di pensiero. Il tema di cosa sia destra e cosa sinistra a XXI secolo ormai iniziato, la riflessione su cosa significhi promuovere la nostra costituzione, il dibattito sul rapporto tra i poteri e dei poteri con le grandi burocrazie pubbliche, il ragionamento sul ruolo che deve avere la dialettica intorno al lavoro e alla produzione di ricchezza , sono tutte cose che un partito di governo non può lasciare in mano agli scontri spettacolarizzati nei talk show.

Il problema è che Renzi non ha più un partito attrezzato per dibattiti politici degni di questo nome. E’ comprensibile che quelli che devono governare facciano fatica ad occuparsi di queste tematiche fuori della ristretta visione che se ne può avere nei dibattiti (ma sarebbe meglio dire, spesso nelle gazzarre) parlamentari e nelle polemiche alimentate dai media in crisi di audience. Un po’ è sempre stato così, ma una volta c’erano i cosiddetti intellettuali organici che aiutavano i propri partiti a non perdere la bussola dell’elaborazione politico-culturale.

Se davvero l’attuale governo pensa che sia necessario ricostruire un clima di “fiducia” nel paese, deve accettare che questo non nascerà se si lascia corso libero a questa guerriglia permanente di tutti contro tutti, a questo uso spregiudicato di tutti gli stereotipi ereditati da un passato di cristallizzazioni ideologiche, se non addirittura di semplici slogan. E’ abbastanza ovvio che affidare direttamente al governo la gestione di questa operazione culturale non sia scevro di pericoli: un governo dovrebbe fare altro e sono i suoi sostenitori che dovrebbero farsi carico, dall’esterno di ingaggiare la battaglia ideologica di sostegno.

Tuttavia se la situazione attuale con le macerie del passato che continuano ad ingombrarla non offre un contesto favorevole allo sviluppo di queste forze intellettuali positive, forse non andrebbe rifiutato a priori che una qualche forma di promozione della svolta intellettuale potesse essere messa in azione.