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20 luglio 2019
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L'analisi del sabato. La campagna elettorale permanente

Luca Tentoni - 24.10.2015
Luigi De Magistris e Piero Fassino

Il 2016 sarà un anno ricco di "test" politici. Avremo addirittura due grandi competizioni: quella in primavera per il rinnovo dei consigli comunali e l'elezione dei sindaci (in particolare di quelli di Roma, Milano e Napoli) e il voto, in autunno, per il referendum confermativo costituzionale. Il sistema politico italiano è "abituato" a sopportare il peso delle polemiche che una campagna elettorale comporta: dal 2008 in poi abbiamo avuto politiche (2008), europee (2009), regionali (2010), amministrative e referendum (2011), amministrative (2012), politiche (2013), europee (2014), regionali (2015). Normalmente il voto si concentra fra aprile e giugno, così da dar luogo ad una battaglia che inizia (teoricamente) a febbraio per concludersi alle soglie dell'estate. Il prossimo anno non sarà così. Avremo una campagna elettorale pressochè permanente, una sorta di partita da giocare in due tempi: le comunali in primavera, il referendum in autunno. Ci sarà spazio per eventuali rivincite. Probabilmente, i due appuntamenti non saranno vissuti soltanto guardando a ciò che l'elettore dovrà effettivamente decidere (la scelta dei sindaci, il "sì" o il "no" alla revisione costituzionale) ma anche - se non soprattutto – concentrandosi sui rapporti di forza fra maggioranza e opposizioni, fra partiti dell'opposizione (non solo all'interno della stessa "famiglia politica" - Lega e FI - ma anche con altri soggetti politici quali il M5S), forse persino fra diverse concezioni del proprio partito (il Pd) o del proprio schieramento (Berlusconi e Salvini). Diverrà palese quella "campagna elettorale permanente" che già nei fatti caratterizza il nostro sistema e che ha un'influenza non marginale sulle scelte politiche di governo e partiti. Anche se non avessimo le due consultazioni previste per il 2016, il "comportamento" delle forze politiche non sarebbe eccessivamente diverso. La grande importanza che si attribuisce ai dati dei sondaggi, infatti, fa in modo che persino talune decisioni non siano prese sulla base di una linea ben precisa ma vengano "dettate" da una sorta di "sentire comune" più o meno virtuale (considerando anche la presenza di una vasta fascia di intervistati che "non sa", non risponde o dichiara che forse - in quel determinato momento, però, che non è quello nel quale si è effettivamente chiamati alle urne - non voterebbe). L'esposizione o sovraesposizione televisiva dei leader, la scelta dei temi da enfatizzare o sopire, persino le modifiche a provvedimenti legislativi in preparazione o già all'esame delle Aule parlamentari, sono tutti soggetti al "fascino" della campagna elettorale permanente che, nel caso del Pd, appare anche sostanzialmente come una sorta di continua battaglia precongressuale. La "forma" contemporanea della democrazia incoraggia la dipendenza delle forze politiche da fattori e impulsi che fino a venti o trenta anni fa erano marginali, se non inesistenti. Ciò, tuttavia, non è sufficiente per considerare il mondo politico come "vittima" delle caratteristiche sociali e comunicative del nostro tempo. Inoltre è vero che i riflessi delle elezioni nelle regioni francesi, nelle “municipali” spagnole o austriache o in un Land tedesco finiscono per avere un'eco che va oltre i confini nazionali e può segnare l'avvio di una stagione diversa per il Paese nel quale la consultazione si svolge. Ognuno ha i suoi "test", dunque. E molti, come noi, hanno anche una certa attenzione ai sondaggi. Nel caso italiano, tuttavia (che non è unico, ma riveste caratteristiche peculiari) è ormai acquisito il fatto che la politica viva di una mobilitazione permanente e che non sia possibile impostare una linea d'azione di medio-lungo periodo senza trovarsi continuamente ad affrontare esami reali o virtuali. In questo ambito, si aggiunge un ulteriore elemento di "fluidità" del quadro politico. Dall'inizio della legislatura, infatti, abbiamo avuto due governi (uno dei quali in carica da circa 20 mesi), ma la composizione della maggioranza di governo ha subito trasformazioni e adattamenti frequenti, forse non ancora definitivi. Ci si è avviati con un'intesa Pd-centristi-FI, poi il partito di Berlusconi è uscito dalla coalizione di Letta (salvo gli alfianiani, che hanno costituito il Ncd), quindi - con Renzi - si è assistito a nuovi arrivi nella maggioranza di singoli parlamentari o di piccole formazioni centriste. Nel frattempo, Scelta civica ha vissuto un processo di sostanziale diaspora dei propri eletti, cosa che in misura minore ma consistente è avvenuta anche in Forza Italia (senza contare che pure il M5S ha perso, strada facendo, un certo numero di parlamentari). I gruppi centristi si sono aggregati, disgregati e riaggregati sotto diverse denominazioni e composizione. In occasione del voto sulla riforma costituzionale, infine, i parlamentari vicini a Verdini si sono schierati a favore del ddl di revisione del bicameralismo e del Titolo V, prefigurando un eventuale futuro ingresso nella coalizione che sostiene il governo Renzi. Frattanto, nel Ncd emergono spinte diverse, verso il Pd da un lato e verso l'opposizione dall'altro. Nel Pd la battaglia fra minoranza e maggioranza prosegue senza sosta. Tutte queste turbolenze rappresentano l'altra faccia della medaglia della "campagna elettorale permanente", quella che non si disputa nelle piazze, in televisione o direttamente nelle urne, ma nelle aule parlamentari. Il riflesso di questo continuo movimento, in altri tempi, sarebbe stato un rapido avvicendamento di governi. Ora, invece, l'Esecutivo è stabile ma la maggioranza (di riflesso, anche l'opposizione) è diventata abbastanza "flessibile", soprattutto considerando i numerosi cambi di gruppo. L'impressione è che, anzichè scaricare la tensione di questo movimento all'interno del sistema, il meccanismo che sembra essersi autoalimentato nel corso di molti anni e che ha caratterizzato la Seconda Repubblica (in particolare, l'ultimo quinquennio) produca i suoi effetti all'esterno, incoraggiando un calo della partecipazione elettorale che peraltro è già fisiologico in tutti i regimi democratici. Nel 2016, la competizione continua (prima le amministrative in due turni, poi il referendum costituzionale) metterà alla prova la tenuta della partecipazione popolare. Campagne elettorali legate al merito (anzichè ai risvolti politici del voto) possono coinvolgere maggiormente e motivare gli italiani ad andare alle urne. Un'eccessiva valenza pro o anti governativa delle due competizioni, invece, può produrre disinteresse e disaffezione, rafforzando ulteriormente il già nutrito "partito del non voto".