Partiti impantanati nella pre-tattica
D’accordo, ormai è estate, per di più il caldo è opprimente, per cui l’attenzione verso la nostra vita politica interessa quel che resta dei militanti e dei professionisti del ramo, molto scarsamente l’opinione pubblica generale. Eppure quasi tutti sono convinti che la campagna elettorale per le elezioni politiche (che non si sa ancora se saranno il prossimo aprile o il prossimo ottobre) sia già robustamente iniziata, anche se a noi sembra che i partiti, ma ancor più i loro leader per ora siano impegnati in quella che una volta si chiamava pre-tattica.
Si stanno facendo i conti con un quadro che, come abbiamo già avuto modo di scrivere, non è più quello di prima, perché sconta una frammentazione più radicata di quel che si prevedeva. Le novità sono il partito di Vannacci, che cresce nei sondaggi, e l’arcipelago dei centristi, dove c’è di tutto e di più.
Si dice giustamente che l’ex generale non ha fatto altro che riassemblare gli “animal spirits” che avevano già evocato disinvoltamente sia la Lega che FdI. La differenza è che questi credevano di agitarli tanto per fare un po’ di propaganda populista e raccogliere voti, riservandosi poi di gestirli con moderazione o di lasciarli cadere nelle sedi politiche più tradizionali, mentre quello non si pone, almeno per ora, il problema di che fare del suo consenso ottenuto raschiando il fondo di pregiudizi e paure, perché intanto gli basta imporre la sua figura. Così adesso la destra-destra è prigioniera del ricatto a tenere fede al suo passato populismo e deve considerare che privata di quel tipo di consenso manicheo difficilmente ha i numeri per prevalere nelle urne.
Se volesse recuperare quel consenso, può solo sperare che Vannacci alla fine sia più che altro interessato ad un rapido successo personale, sicché lo si può acquisire, o, se preferite, comprare offrendogli posizioni importanti nella futura coalizione di governo. È quanto si sta già cominciando a fare, sebbene l’ex generale sia abile e non si venda per un piatto di lenticchie. Ha già detto però che se la coalizione attualmente al governo accetta le sue “linee rosse” un accordo si può fare. Siccome quelle linee sono proclami che più o meno la destra ha già cavalcato, non è che sia un’operazione difficile: tanto sempre e solo di parole, anche se molto velenose, si tratta.
Il punto è come collocare il nuovo venuto nei travagli che interessano le varie leadership di quel campo, a cominciare dalla posizione di Salvini per finire con quella di Tajani, ma è qualcosa che verrà studiato e articolato nei prossimi mesi.
Per quanto riguarda l’arcipelago cosiddetto centrista il problema è tutto del cosiddetto campo largo. I vertici dei due partiti più importanti, PD e M5S, non hanno ancora deciso se quel segmento di elettorato è davvero nelle mani delle molte sigle che lo affollano, o se invece è formato da soggetti che alla fine sono indecisi fra l’astensionismo e l’adesione, magari turandosi il naso, ai partiti maggiori. Certo anche per la coalizione PD+M5S+AVS acquisire la cosiddetta gamba moderata sarebbe un buon guadagno a garanzia di una vittoria nelle urne che a contare solo sulle loro forze appare piuttosto incerta. Però anche qui c’è un problema di prezzi da pagare. Se la vittoria alle elezioni si ottenesse grazie ai voti di uno o più partiti di centro, certo questi chiederebbero uno spazio non misurato sul loro peso specifico, ma sull’apporto decisivo che quel piccolo peso ha dato alla vittoria. In un contesto in cui gli appetiti per la spartizione del potere non sono né piccoli, né pochi, il problema è di difficile gestione.
A differenza di quel che succede nel destra-centro però, il campo largo ha un problema preliminare, che è l’individuazione, obbligatoria con la legge elettorale in via di approvazione, del candidato premier. Questa è la famosa mela stregata che è stata buttata nel campo dei centristi: per chi voteranno questi? Anche qui la questione ha due facce. Da un lato ci sono le scelte dei leader, che si posizionano alla ricerca del santo protettore e patrono per sé stessi. Renzi lo ha già fatto per Schlein in maniera francamente imbarazzante in uscite televisive. Si dice che invece la più quotata alternativa, che è la coalizione civica di Onorato, sia a favore di Conte, anche se si ha l’impressione che questa sia più la strategia dei suoi ispiratori (Bettini & Co.) che del gruppo dirigente di quella nuova formazione.
Dal lato opposto però non si saprebbe dire se poi i potenziali elettori di ispirazione centrista siano soggetti che in numero significativo vorranno buttarsi nell’agone dei gazebo: è un elettorato d’opinione, in gran parte poco attratto dalle liturgie delle lotte di partito e/o fazione.
Vedremo come andrà a finire. L’estate tradizionalmente è più tempo di sceneggiate e di provocazioni per vedere come potrebbe andare, piuttosto che una fase di maturazione di solide strategie di medio se non di lungo periodo. Intanto si vedrà come si evolvono la situazione internazionale e la politica europea, due fattori che sull’elettorato pesano relativamente a meno di eventi particolarmente drammatici, ma che impattano e non poco sui calcoli delle classi dirigenti, che, nonostante tutto, contano ancora più di quello che si è disposti a credere.
di Paolo Pombeni


