Un momento inquietante
I fatti di Chiomonte in Val di Susa pongono interrogativi inquietanti. Sono stati messi in rapporto con i tumulti degli antagonisti a Bologna ad inizio della scorsa settimana, ma il nesso è piuttosto ambiguo, sebbene in entrambi i casi si sia assistito alla degenerazione di manifestazioni che si muovevano in modo più o meno pacifico.
Insistiamo sul più o meno. Infatti mentre a Bologna la manifestazione di protesta per la morte del marocchino Fakir indetta un po’ troppo disinvoltamente da un sindaco in cerca di visibilità aveva una modalità denunciataria pacifica, non si può dire lo stesso per quella della Val di Susa che era programmaticamente antagonista, sia pure non necessariamente orientata al tipo di violenza che si sarebbe visto in atto. È significativo soffermarsi sulle differenze tra i due episodi. A Bologna c’è stata una azione dell’antagonismo diremmo ordinario, che cerca lo scontro con le forze dell’ordine ma nel quadro di un tumulto di piazza per quanto molto pesante che ha utilizzato come armi quel che ha trovato per strada. A Chiomonte si è vista in azione una forza militarizzata, addestrata, con divise, organizzazione, strumentazione preparata in precedenza, tutto pianificato. Non si è neppure trattato per la maggior parte di soggetti legati al contesto locale, ma di persone fatte appositamente confluire dall’estero, in maggioranza dalla Francia.
Siamo dunque davanti ad un salto di qualità che richiama alla mente le dinamiche viste negli anni di piombo: ci sono componenti che passano dalla manifestazione “arrabbiata” alla scelta per lo scontro militarizzato. È inquietante. Certamente c’è una non piccola differenza con allora. Mentre in quella fase il mito era la guerriglia partigiana in vista della rivoluzione, ora non si sa esattamente a cosa mirino i violenti che hanno fatto il salto di qualità: non alla rivoluzione nel senso tradizionale del termine che non va più di moda (la conquista del potere per riorganizzare lo stato), ma, sembra, alla conquista di un diritto all’anarchia in cui non deve esistere alcun potere pubblico, ma ciascuno, o meglio ciascuna “tribù” può fare quel che vuole.
La capacità di analisi di quanto sta accadendo da parte delle forze politiche ci sembra molto debole perché, da destra come da sinistra, si ferma alla superfice del fenomeno. Da entrambi i lati si rimane schiavi delle vecchie mitologie, dei modi di pensare ereditati da un passato che temiamo sia irrimediabilmente alle nostre spalle. Da destra tutto è visto come la inevitabile degenerazione dell’opposizione della sinistra all’ordine costituito e di conseguenza si sfrutta il disagio che la situazione genera per chiedere che l’ordine venga ristabilito con l’uso non limitato della forza pubblica in modo da annientare i perturbatori.
Da sinistra tutto è visto come il sintomo di una società squilibrata che non si vuole consentire possa essere rimessa in ordine da lei con metodi che, riconoscendo delle radici comprensibili nelle pulsioni rivoluzionarie, persino in quelle violente, possono far leva sul riportare alla ragione le spinte perturbatrici senza rischiare di mettere in crisi le volontà sociali di miglioramento per quanto possano essere ambigue.
Si tratta, a nostro modestissimo giudizio, di due modi di pensare che non raggiungono risultati comunque apprezzabili. L’ordine costituito non può essere difeso identificandolo con l’equilibrio socio-economico del momento che si vorrebbe congelare così com’è. A fare in questo modo esso diventerebbe, per ripetere una celebre definizione di Emanuel Mounier, un disordine stabilito in quanto tale soggetto ad una delegittimazione continua. L’ordine esistente si difende implementando gli equilibri e raddrizzandone le storture, dopo di che la difesa di questo processo può certamente contemplare anche il contenimento di fuga verso la violenza come soluzione, che sia intrapresa in buona o mala fede fa una differenza minima.
La sinistra deve tornare a capire, come ha già fatto in passato, che l’anarchia non è rivoluzionaria, ma nihilista, per cui è una illusione pensare di cavalcarla domandola a pro di obiettivi di trasformazione razionale: così facendo finirà disarcionata e ridotta all’impotenza. Lo stato, cioè la gestione in mano pubblica dell’organizzazione della convivenza, è un valore, che certo può essere manipolato in modo inappropriato o negativo, ma che in questo caso va restaurato non mandato al macero, mentre comunque è una istituzione che va salvaguardata a tutela di tutti.
Il momento in cui viviamo è molto delicato come avviene in tutte le fasi di transizione che sono caratteristiche per destabilizzare gli equilibri tradizionali, ma proprio per questo si richiede un surplus di razionalità e un approccio carico di modestia nel riflettere su come superare le difficoltà del cambiamento senza passare per la famosa guerra di tutti contro tutti. Capiamo bene che i tempi pre-elettorali, soprattutto in un contesto di radicalizzazione strumentale della riflessione pubblica, non sono i più adatti per operazione del genere di quella che ci permettiamo di suggerire, ma davvero, senza esagerare, ormai è questione di sopravvivenza del nostro sistema democratico conquistato nel contesto europeo di due secoli di evoluzione.


