Adesso la preoccupazione è "Dibba"
Quella riforma elettorale che sembrava marciasse spedita e senza particolari intoppi, questione delle preferenze a parte, si sta complicando e non poco per la presenza nel panorama delle forze politiche di ali estreme che si pensa potrebbero scardinare tutti i conti che sono stati fatti.
Prima è arrivata la novità di Futuro Nazionale di Vannacci che mette a serio rischio le speranze del destra-centro di arrivare al fatidico 42% che gli consentirebbe la vittoria col premio di maggioranza. Sembrava che allora fosse spianata la possibilità di vittoria del cosiddetto campo largo (a cui peraltro si vuole cambiare etichetta), ma anche su quel versante si sta affacciando una presenza che scompagina. Si tratta della formazione messa in campo dall’ex grillino, o grillino in servizio permanente effettivo (scegliete voi), Di Battista, formazione dal titolo ultimativo “Schieriamoci”, in cui si pensa potrebbero confluire varie star estremiste dei talk show, da Tomaso Montanari a Francesca Albanese (quest’ultima in verità ha per ora smentito).
I sondaggisti stimano che questo raggruppamento, ove riuscisse a presentarsi, toglierebbe voti al campo largo e aumenterebbe la platea dei votanti, rendendo anche in questo caso molto problematico il raggiungimento del quorum del 42%. Aggiungiamoci che questa incertezza sui risultati renderebbe ancor più problematica la scelta del candidato premier del campo largo, perché diventerebbe dirimente la capacità di Schlein, o di Conte, o del sempre evocato papa straniero di convincere un elettorato che vada oltre i pasdaran dell’uno o dell’altro.
Questo quadro rimette in discussione tutte le strategie che stavano alla base della riforma elettorale, perché l’ipotesi di non avere alla fine un vincitore e di dovere pertanto applicare un sistema semplicemente proporzionale nell’allocazione dei voti torna a mettere tutto nelle mani dei negoziati parlamentari fra i partiti presenti nelle future Camere. Con la complicazione che in questo caso il peso delle formazioni esterne ai due blocchi che si credevano consolidati diventa molto importante.
Non si tratterebbe, aggiungiamo, solo del lavoro di ciascuno dei due campi di aggregarsi forze al loro esterno pagando dei prezzi che non si possono pensare piccoli, ma dell’effetto disgregatore che ciò potrebbe avere nelle due coalizioni. Includere o no Vannacci nel governo ipotetico del centro-destra, così come in questo caso associarsi o meno Azione di Calenda, non è questione su cui vi possa essere una valutazione comune fra FdI, Lega e FI. Altrettanto l’atteggiamento verso una eventuale aggregazione di populismo spinto pilotata da Di Battista porterebbe più di un problema nei precari equilibri del campo largo, non da ultimo perché renderebbe ancor più complicata di quello che è la gestione della quarta gamba di centro, quale che sia la fisionomia, presumibilmente plurale, che assumerà.
Queste riflessioni (parola grossa, ce ne rendiamo conto) stanno spingendo a riconsiderare l’ipotesi di salvare il meccanismo bipolare reintroducendo il ballottaggio fra le due coalizioni più votate, ovviamente se raggiungano un certo quorum (ipotizzabile più o meno intorno al 30-35% ciascuna). Così si avrebbe sicuramente un vincitore cui spetterebbe il premio di maggioranza.
Le obiezioni sono di due tipi. La prima è che così comunque si costringono le coalizioni a fare incetta di consensi, con un mercato che non si può immaginare virtuoso. Lasciamo da parte l’opposizione della destra al sistema dei ballottaggi, che secondo lei favorirebbe le aggregazioni sul principio del fare diga contro il nemico fascista. I tempi sono mutati e a favore della destra potrebbe scattare il meccanismo speculare del fare diga contro i populismi anarcoidi.
La seconda obiezione riguarda la legittimazione di un premio di maggioranza, molto cospicuo in verità, che potrebbe finire per essere assegnato ad una coalizione che in termini assoluti rappresenta una minoranza del corpo elettorale. Infatti è possibile, anzi forse è prevedibile che al ballottaggio ci sarebbe un incremento delle astensioni, perché il confronto si radicalizzerebbe oltre misura incentivando la lontananza dei disinteressati dalla diatribe di schieramento.
Allo stato dell’arte non sapremmo dire come potrà concludersi questa avventura di una riforma elettorale mal progettata e peggio gestita (anche dalle opposizioni). Come si diceva all’inizio pende anche la questione della introduzione delle preferenze o di un qualche meccanismo che consenta all’elettore di avere un ruolo attivo, anziché scegliere semplicemente a chi dare più o meno carta bianca per gestire una fase complicata della nostra storia.
I partiti, quasi tutti a prescindere da qualche manovra di facciata, non ne vogliono sapere di rinunciare a farsi ciascuno una squadra di prescelti fra i fedeli dei vari gruppi dirigenti. Così il pubblico pensa sempre più che il suo ruolo sia sostanzialmente quello di chi assiste alle competizioni sportive (calcio, basket, ecc.): fare il tifo per squadre che non hanno contribuito a formare e al massimo sfogarsi nell’indirizzare moniti, se non insulti a chi dirige lo spettacolo.


