Ultimo Aggiornamento:
14 aprile 2021
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Argomenti

Il viaggio apostolico, un cardine della politica vaticana

Claudio Ferlan - 22.01.2015

La storia sa correre veloce come un jet.

Gennaio 1964: Paolo VI fu il primo papa a salire su un aereo. Volò con destinazione Terra Santa e inaugurò così una nuova stagione nella vita della Chiesa: negli anni successivi papa Montini si sarebbe recato in Libano e India, Stati Uniti, Portogallo, Turchia, Colombia e Bermuda, Svizzera, Uganda e avrebbe portato a termine un lungo giro tra l’Asia e l’Oceania, dall’Iran fino in Australia (25 novembre-3 dicembre 1970).

Gennaio 2015: il viaggio di Francesco fa tappa a Manila dove viene celebrata una messa davanti a milioni di persone. Le stime oscillano tra sei e sette, padre Federico Lombardi – direttore della Sala Stampa della Santa Sede – ha parlato del più grande avvenimento della storia pontificia. Tra Paolo VI e Francesco sono stati tre gli eletti al soglio di Pietro. Fatta eccezione per il brevissimo pontificato di Giovanni Paolo I, di voli se ne contano davvero tanti. Soprattutto per iniziativa di Giovanni Paolo II, “il papa viaggiatore” che fu protagonista di centocinque visite fuori Italia. Ognuna di esse,  diceva Woytila, rappresentava “un autentico pellegrinaggio al santuario vivente del popolo di Dio”. Neppure Benedetto XVI si è risparmiato: ventiquattro volte si è spinto fuori dai confini italiani. leggi tutto

Invisibile. Il culto islamico in Italia e l’immagine fotografica

Maurizio Cau - 15.01.2015

Tra le reazioni seguite agli attacchi terroristici che hanno scosso la Francia, una delle più discusse e meno felici è stata senz’altro quella dell’assessore veneto all’Istruzione Elena Donazzan. In una circolare ai dirigenti scolastici dell’intera regione ha chiesto di condannare il terrorismo di matrice islamica, espressione di una «cultura che predica l'odio contro la nostra cultura», come dimostrerebbe – in un improbabile e spericolato gioco di specchi analogico – il recente accoltellamento di un uomo italiano da parte di un quattordicenne tunisino.

L’improvvida uscita di Donazzan mostra come in Italia la riflessione sulle forme di integrazione dei “nuovi cittadini” continui a percorrere strade incerte, segnata com’è da una profonda indifferenza (forse varrebbe la pena chiamarla ignoranza) rispetto al paesaggio sociale e culturale della comunità musulmana italiana. L’origine di questa indifferenza, vera e propria anticamera del pregiudizio, va del resto imputata, almeno in parte, agli stessi organi di informazione e di approfondimento, che nei rari tentativi di dare voce alle posizioni articolate e complesse del mondo islamico italiano non sembrano voler oltrepassare lo stereotipo. leggi tutto

Bergoglio, Obama e Castro. La forza di andare oltre il punto morto

Enrico Galavotti * - 20.12.2014

Per parafrasare una celebre conferenza del cardinale Lercaro dedicata a Giovanni XXIII due anni dopo la sua morte si potrebbe dire che già oggi la riflessione dei periti in «cose» vaticane e, in modo particolare, su papa Francesco, è giunta a un punto morto.

Nel senso che ormai da mesi c’è una sorta di tacita convenzione che caratterizza la stragrande maggioranza delle riflessioni sull’azione del pontefice giunto dall’Argentina. Si tende insomma a leggerla in parallelo proprio a quella di Giovanni XXIII, il papa che ha convocato il Concilio Vaticano II che è stato recentemente proclamato santo da Francesco insieme a Giovanni Paolo II. Le ragioni sono anche comprensibili, ma c’è un rischio fondamentale in questo tipo di approccio, che è da un lato quello di dissimulare una certa pigrizia nell’analisi di ciò che sta accadendo in Vaticano dal 13 marzo 2013 e dall’altro di non cogliere anche le profonde differenze che esistono tra Francesco e i suoi predecessori, Giovanni XXIII incluso. Contestualmente all’annuncio dei presidenti Obama e Castro di una ripresa delle relazioni diplomatiche, interrotte sin dal fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci del 1961, molte voci si sono rincorse per stabilire un nuovo parallelo tra Francesco e Giovanni XXIII, rievocando appunto l’appello alla pace che papa Giovanni rivolse nell’ottobre 1962 a Stati Uniti e Unione Sovietica, pericolosamente incamminati verso un conflitto nucleare. leggi tutto

Turchia e Santa Sede. La “trasversalità dialogante” di Papa Francesco nella crisi mediorientale

Carola Cerami * - 02.12.2014

Il viaggio apostolico di Papa Francesco, svoltosi in Turchia dal 28 al 30 Novembre 2014, è stato preceduto da un importante vertice sul Medio Oriente, convocato dallo stesso pontefice in Vaticano dal 2 al 4 Ottobre. All’incontro hanno partecipato i Nunzi Apostolici del Medio Oriente, i rappresentati della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York e Ginevra, il nunzio apostolico presso l’Unione Europea e i Vertici della Curia Romana. L’incontro aveva come tema “La presenza dei Cristiani in Medio Oriente” e come obiettivo principale uno scambio di informazioni utili per una visione complessiva dell’intera situazione nella regione mediorientale.

Nel comunicato conclusivo dell’incontro, oltre all’urgenza di garantire assistenza umanitaria alle popolazioni della regione, emerse la forte preoccupazione rappresentata dalla minaccia dell’ISIS e dai gruppi estremisti e fondamentalisti. “Grave preoccupazione – si legge nel documento- desta l’operato di alcuni gruppi estremisti, in particolare del cosiddetto “Stato Islamico” le cui violenze e abusi non possono lasciare indifferenti. Non si può tacere, né la comunità internazionale può rimanere inerte, di fronte al massacro di persone soltanto a causa della loro appartenenza religiosa ed etnica, di fronte alla decapitazione e crocifissione di essere umani nelle piazze pubbliche, di fronte all’esodo di migliaia di persone, alla distruzione dei luoghi di culto”. In tale contesto il documento ribadisce la necessità di leggi tutto

Cattolici in Cina: storia e attualità di una questione insoluta

Claudio Ferlan - 22.11.2014

È notizia degli ultimi giorni quella di un possibile riavvicinamento tra il Vaticano e la “Chiesa patriottica cinese”, necessario preludio all’eventuale inaugurazione di una nuova stagione dei rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica popolare, a oggi ancora pressoché inesistenti.

 

Una questione di sovranità

 

La difficoltà di relazioni tra Roma e Pechino ha radici lontane. Papa Clemente XI nel 1704 sancì l’illegittimità dei metodi missionari introdotti da Matteo Ricci e dai gesuiti, volti a concedere il massimo rispetto alle cerimonie e ai costumi cinesi, nella ricerca di una convivenza tra l’insegnamento cattolico e la tradizione locale. Ribadito nel 1742 da Benedetto XIV, il divieto segnò la fine dell’avanzata cattolica nel Celeste Impero. Decisiva fu la reazione risentita dell’imperatore Kangxi, che alla predicazione gesuitica aveva guardato con benevolenza, fino a promulgare un Editto di tolleranza in favore del cristianesimo (1692). Solo nel 1939 Pio XII avrebbe modificato la linea di condotta romana, consentendo ai cristiani di partecipare alle cerimonie civili. Lo stesso pontefice consentì la costituzione di una gerarchia ecclesiastica locale nel 1946, ma reagì alla nascita della Repubblica popolare cinese (21.9.1949) vietando ai cattolici di cooperare con il regime. Il riconoscimento di Taiwan da parte della Santa Sede (1951) condusse alla rottura dei rapporti diplomatici tra la Cina e il Vaticano. Ufficialmente banditi, leggi tutto

Il risveglio della Chiesa argentina. La ricerca dei “bambini scomparsi” nel periodo della dittatura.

Claudio Ferlan - 01.11.2014

Le nude cifre spesso sanno impressionare più di quanto non facciano pagine e pagine di commenti. In Argentina quattrocento famiglie ancora cercano i “bambini rubati”. Sono i figli delle donne in attesa sequestrati negli anni del terrorismo di Stato, quando le mamme venivano lasciate sopravvivere fino al termine della gravidanza, salvo poi vedere affidati i loro neonati a famiglie legate alla dittatura militare (1976-1983). Ai piccoli era cambiata l’identità, nascosta la verità, impedita la consapevolezza delle proprie origini. I genitori naturali, nella stragrande maggioranza dei casi, non restavano in vita. Sono state le nonne, le Abuelas de Plaza de Mayo ad attivarsi per cercare quei bambini, definiti da alcuni “bottino di guerra”. Di cinquecento che nacquero nelle prigioni clandestine, poco più di un centinaio hanno potuto sapere.

 

La voce dei vescovi

 

Nel fluire della storia ci sono ritardi che impressionano: è nell’ottobre 2014 che i vescovi argentini hanno preso decisamente la parola sul tema dei “bambini nascosti”. Lo hanno fatto attraverso uno spot registrato dal presidente della Conferenza Episcopale nazionale, José María Arancedo, e destinato ad andare in onda sulle reti televisive e radiofoniche nazionali. Il titolo è “La fede muove verso la verità”. Arancedo nel video appare a fianco di Estela de Carlotto e Rosa Roisinblit (presidentessa e vicepresidentessa delle Abuelas de Plaza de Mayo). Parla in nome dei vescovi argentini per chiedere a chiunque abbia notizie sui ricoveri in cui sono stati i bambini sequestrati, o sia a conoscenza dei luoghi i cui i loro genitori sono stati sepolti clandestinamente, di riconoscere il proprio obbligo morale: devono rivolgersi alle autorità competenti. Si spera che il mezzo televisivo e quello radiofonico abbiano la capacità di moltiplicare leggi tutto

Voci del cattolicesimo indiano. Presupposti per un nuovo cammino

Claudio Ferlan - 18.10.2014

Oltre le polemiche tra cardinali, oltre la resistenza della parte tradizionalista alle aperture ipotizzate dagli innovatori, il sinodo sulla famiglia offre l’occasione per volgere lo sguardo a parti della Chiesa universale geograficamente e culturalmente molto lontane da Roma. Una di queste realtà è l’India.


Essere minoranza religiosa


Indirizzati dall’urgenza, musulmani e cristiani hanno ripetutamente unito la propria voce a quella di movimenti sociali impegnati nella lotta per la difesa dei diritti civili. L’allarme suona a causa dei sempre più frequenti attacchi subiti dalle minoranze religiose per mano di estremisti indù. I dati raccolti raccontano di addirittura seicento casi acclarati tra maggio e settembre 2014. Non si tratta solo di violenza e di preoccupazione per l’incolumità e per la libertà di espressione dei fedeli delle religioni minoritarie. È anche un problema politico. Emerge dall’appello dei gesuiti indiani (Jesuits in Social Action) e dal dossier reso pubblico da John Dayal (segretario del consiglio cristiano pan-indiano) come diversi leader politici, nazionali e locali, sostengano apertamente le azioni estremiste e garantiscano sovente l’impunità ai colpevoli di violenze anche efferate. Per avere un’idea dei rapporti numerici attuali nel panorama religioso indiano, si noti che quasi l’80% della popolazione si professa induista, i musulmani si attestano intorno al 13% e i cattolici poco sopra il 2%. leggi tutto

Il sinodo dei vescovi: uno sguardo sul futuro tra dottrina e disciplina.

Claudio Ferlan - 04.10.2014

Questa sera alle 18 inizierà la veglia di preghiera e riflessione che anticipa la riunione della III Assemblea Generale straordinaria del sinodo dei vescovi, prevista per domani, domenica 5 ottobre. Il tema scelto per l’assise è molto ampio: “Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”. Le discussioni della vigilia si sono però concentrate su questioni che possono apparire marginali, quali soprattutto la liceità della comunione ai divorziati risposati e l’alleggerimento del procedimento per la nullità canonica del matrimonio.

 

La chiusura dei cinque cardinali


Una rilevante eco sui mezzi di comunicazione ha avuto l’annuncio dell’uscita del libro Remaining in the Truth of Christ. Marriage and Communion in the Catholic Church (Ignatius Press, edito in Italia da Cantagalli con il titolo Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e Comunione nella Chiesa Cattolica). Tra gli autori vi sono cinque cardinali: Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra, Velasio De Paolis, Gerhard Müller (prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, l’antica Inquisizione). A muovere l’interesse non sono tanto i contenuti, in verità ben poco innovativi e in qualche caso semplice rielaborazione di scritti noti. Risalta piuttosto come alcuni cardinali prendano palesemente posizione contro le tesi esposte da un altro porporato, Walter Kasper, che nel febbraio scorso ha tenuto di fronte al concistoro una lunga relazione teologica sulla pastorale familiare (pubblicato in Il Vangelo della famiglia, Queriniana).  leggi tutto

Svolta o evoluzione? Le posizioni del Vaticano sulla guerra

Maurizio Cau - 04.10.2014

Il recente intervento del segretario di Stato vaticano all’ONU non è passato inosservato. Prendendo la parola davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il cardinal Parolin ha puntato il dito contro le responsabilità di una comunità internazionale incapace di fronteggiare con forza e coesione i conflitti che stanno infiammando Siria, Iraq e Ucraina: “E’ deludente – ha ammonito Parolin - che fino ad ora la comunità internazionale si sia caratterizzata per le sue voci contraddittorie se non per il silenzio. E’ fondamentale che ci sia una unità di azione per il bene comune, evitando il fuoco incrociato di  veti”. La rapida ascesa dell’ISIS e la minaccia di una guerra civile su larga scala alimentata da un terrorismo religioso in via di trasformazione hanno messo in evidenza lo stallo della comunità politica internazionale, a cui il Vaticano chiede di fornire “una risposta unitaria, basata su solidi criteri giuridici e su una volontà collettiva di cooperare per il bene comune”.

 

Dalla preghiera all’intervento armato


Se confrontata con gli interventi e le azioni che papa Bergoglio ha promosso al principio del suo pontificato, e che miravano a rilanciare il dialogo e la preghiera come strumenti validi ad evitare la guerra, si tratta di un’evoluzione di non poco momento. Le posizioni della Santa Sede in ordine alle complesse vicende internazionali hanno di recente subito un profondo mutamento, come suggerivano in agosto le dichiarazioni rilasciate da papa Francesco al ritorno dal viaggio in Corea del Sud: «È lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. leggi tutto

Un gesuita in periferia. Il viaggio di Francesco in Albania

Claudio Ferlan - 23.09.2014

La domenica trascorsa dal papa in Albania molto può raccontare delle radici storiche e delle linee caratteristiche del pontificato in corso. Fin dai momenti successivi alla propria elezione Bergoglio ha auspicato di essere alla guida di una Chiesa povera per i poveri, capace di aprirsi alla periferia. Le sue attenzioni, i suoi gesti e le sue parole si sono rivolti poi con particolare insistenza alla Chiesa del dialogo interreligioso, della pace e del martirio: spesso infatti Francesco ha ricordato come oggi il numero di persone che perdono la vita per la propria fede sia superiore a quello registrato dal cristianesimo delle origini.

 

Missione e testimonianza


La presenza dei gesuiti in Albania cominciò a consolidarsi a metà del XIX secolo, quando i missionari provarono a rivitalizzare una sparuta minoranza cristiana. Riuscirono a organizzare qualche piccola scuola, ma il loro impegno si concentrava soprattutto nelle missioni volanti destinate ai villaggi più isolati, dove i missionari amministravano i sacramenti per i pochi credenti: matrimoni (a legalizzare la diffusa pratica del concubinato), confessioni e comunioni. Il loro sforzo mirava soprattutto a superare la mentalità della “legge del sangue”, quella che accettava la vendetta privata e la rappresaglia degli offesi contro i parenti leggi tutto