Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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Bergoglio, Obama e Castro. La forza di andare oltre il punto morto

Enrico Galavotti * - 20.12.2014
Barack Obama e Papa Bergoglio

Per parafrasare una celebre conferenza del cardinale Lercaro dedicata a Giovanni XXIII due anni dopo la sua morte si potrebbe dire che già oggi la riflessione dei periti in «cose» vaticane e, in modo particolare, su papa Francesco, è giunta a un punto morto.

Nel senso che ormai da mesi c’è una sorta di tacita convenzione che caratterizza la stragrande maggioranza delle riflessioni sull’azione del pontefice giunto dall’Argentina. Si tende insomma a leggerla in parallelo proprio a quella di Giovanni XXIII, il papa che ha convocato il Concilio Vaticano II che è stato recentemente proclamato santo da Francesco insieme a Giovanni Paolo II. Le ragioni sono anche comprensibili, ma c’è un rischio fondamentale in questo tipo di approccio, che è da un lato quello di dissimulare una certa pigrizia nell’analisi di ciò che sta accadendo in Vaticano dal 13 marzo 2013 e dall’altro di non cogliere anche le profonde differenze che esistono tra Francesco e i suoi predecessori, Giovanni XXIII incluso. Contestualmente all’annuncio dei presidenti Obama e Castro di una ripresa delle relazioni diplomatiche, interrotte sin dal fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci del 1961, molte voci si sono rincorse per stabilire un nuovo parallelo tra Francesco e Giovanni XXIII, rievocando appunto l’appello alla pace che papa Giovanni rivolse nell’ottobre 1962 a Stati Uniti e Unione Sovietica, pericolosamente incamminati verso un conflitto nucleare. Ma c’è una differenza fondamentale tra l’annuncio clamoroso del 17 dicembre 2014 e la crisi dei missili dell’ottobre 1962: mentre Obama e Castro, con due messaggi concordati, hanno inteso rivolgere un pubblico ringraziamento all’opera di mediazione svolta dalla Santa Sede, né il cattolico Kennedy, né tantomeno il primo segretario Kruscev spesero una parola per accreditare a Giovanni XXIII alcun merito nella soluzione della crisi dei missili. L’appello di papa Giovanni, certo genialmente concepito in modo da non reiterare l’ennesimo plauso all’Occidente atlantico e l’ennesima condanna verso le democrazie popolari, fu piuttosto impiegato strumentalmente dai leader di Stati Uniti e Unione sovietica per dare seguito ad un accordo segreto già raggiunto che prevedeva, tra l’altro, la definitiva rinuncia statunitense ad invadere l’isola caraibica.

Così come le sperticate (ma, beninteso, giustificate) lodi che oggi si rivolgono alla diplomazia vaticana, rievocando la stagione “aurea” dell’Ostpolitik inaugurata, appunto, da Giovanni XXIII e poi guidata da Agostino Casaroli tendono a tralasciare un dato fondamentale. E cioè che quella linea diplomatica si attuò tra mille difficoltà e resistenze interne alle mura vaticane e che durarono praticamente sino alla caduta del muro di Berlino, facendo dei diplomatici di scuola casaroliana personaggi paradossali: ad un tempo tra i più preparati, e non solo per gestire i rapporti con l’Oltrecortina, ma allo stesso tempo guardati con sospetto lungo tutto il pontificato di Giovanni Paolo II e, per proprietà transitiva, di Benedetto XVI.

È evidente quindi come ciò che è accaduto in questi ultimi giorni sia il prodotto di un’insieme di elementi combinati, più che il mero revival inerziale di personaggi e stagioni di mezzo secolo fa. Anzitutto della necessità, per Barack Obama, di superare il suo punto morto: quello cioè di un presidente azzoppato dalle ultime elezioni di midterm e che, come è capitato a tutti i predecessori a fine corsa, inizia a chiedersi come sarà ricordato nei manuali di storia. Appurata l’impossibilità di sanare il ginepraio mediorientale, Obama ha lucidamente colto l’opportunità che si apriva sul fronte continentale e, forse anche facendo tesoro dell’esperienza di ciò che è accaduto in Nordafrica e in Iraq, ha preferito giocare una parte da protagonista, piuttosto che correre poi ai ripari nel momento in cui la famiglia Castro dovrà definitivamente cedere le redini del governo. C’è quindi da considerare il versante di Cuba, cioè di uno Stato prostrato da mezzo secolo di embargo e che, sino all’altro ieri, non riusciva a uscire dal proprio punto morto: cioè dal non vedere corrisposti in alcun modo i segnali di ammorbidimento che già l’ultimo Fidel Castro aveva dato. Infine va considerato il ruolo giocato da Francesco, che a sua volta ha lavorato per superare il punto morto in cui si trovavano le relazioni tra Santa Sede e Cuba: per il pontefice argentino non era sufficiente, evidentemente, il fatto che finalmente sull’isola si fosse trovato uno spazio per la pratica religiosa e pur non avendo mai messo piede sull’isola (a differenza di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) ha sentito che era necessario e urgente fare qualcosa di più per tutti. C’è però una cosa che rende oggi Francesco davvero simile a Giovanni XXIII, vale a dire la sua credibilità personale, anche presso ambienti distanti dal suo credo religioso. Si tratta di un capitale difficile da cumulare, ma Bergoglio, formatosi in un contesto difficile come quello argentino, sa che non è flettendo i muscoli che si possono risolvere i complicatissimi problemi di questo inizio secolo. Come ha ricordato agli ambasciatori ricevuti il 18 dicembre, sono i «piccoli passi» e le «piccole cose», che «finiscono sempre per fare la pace, avvicinare i cuori dei popoli, seminare fratellanza».

 

 

 

 

* Docente di Storia del cristianesimo all'Università di Chieti-Pescara