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24 luglio 2021
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Invisibile. Il culto islamico in Italia e l’immagine fotografica

Maurizio Cau - 15.01.2015
Moschea

Tra le reazioni seguite agli attacchi terroristici che hanno scosso la Francia, una delle più discusse e meno felici è stata senz’altro quella dell’assessore veneto all’Istruzione Elena Donazzan. In una circolare ai dirigenti scolastici dell’intera regione ha chiesto di condannare il terrorismo di matrice islamica, espressione di una «cultura che predica l'odio contro la nostra cultura», come dimostrerebbe – in un improbabile e spericolato gioco di specchi analogico – il recente accoltellamento di un uomo italiano da parte di un quattordicenne tunisino.

L’improvvida uscita di Donazzan mostra come in Italia la riflessione sulle forme di integrazione dei “nuovi cittadini” continui a percorrere strade incerte, segnata com’è da una profonda indifferenza (forse varrebbe la pena chiamarla ignoranza) rispetto al paesaggio sociale e culturale della comunità musulmana italiana. L’origine di questa indifferenza, vera e propria anticamera del pregiudizio, va del resto imputata, almeno in parte, agli stessi organi di informazione e di approfondimento, che nei rari tentativi di dare voce alle posizioni articolate e complesse del mondo islamico italiano non sembrano voler oltrepassare lo stereotipo.   

 

Uno sguardo oltre lovvietà

 

Un affascinante strumento di riflessione sul problema dell’integrazione della comunità musulmana italiana è offerta da un recente lavoro di documentazione di Nicolò Degiorgis, un giovane fotografo bolzanino che ha pubblicato un viaggio fotografico nei luoghi di culto della comunità islamica del Nord-Est (Hidden Islam, Rorhof 2014). Si tratta di un libro premiato con uno dei più importanti riconoscimenti della fotografia internazionale (l’Author Book Award dei Rencontres d'Arles) e oggetto di grande attenzione da parte della stampa quotidiana europea (la lunga discussione nata da un articolo del Guardian sul volume di Degiorgis è a sua volta diventata un libro).

Capannoni, negozi, supermercati, appartamenti, stadi, palestre, garage e discoteche: i luoghi della liturgia della seconda religione d’Italia sono relegati in spazi marginali, le cui destinazioni d’uso primarie raccontano di una profonda discrasia tra la rilevanza che il culto islamico sta assumendo nel nostro Paese e la scarsa disponibilità mostrata verso il suo pieno esercizio (in Italia sono solo 8 le moschee ufficiali, a fronte di quasi un milione e mezzo di musulmani). Muovendo da un approccio anti-ideologico Degiorgis mostra in altre parole le contraddizioni di un Paese che riconosce la libertà di culto ma costringe alla semiclandestinità il suo esercizio. Il racconto si articola secondo due direttrici: immagini in bianco e nero dei luoghi di culto ripresi dall’esterno a cui si alternano fotografie a colori in doppia pagina ripiegata che mostrano l’interno di quegli stessi ambienti. Un efficace espediente narrativo per descrivere con rigorosa asciuttezza la separazione dal contesto urbano e sociale circostante che si consuma nell’atto della preghiera e la tensione che ancora si genera nel rapporto tra la religione islamica e l’Italia.

L’intento di Degiorgis non è di carattere tradizionalmente documentario. La sua ricerca fotografica si pone infatti come obiettivo quello di dare forma a una geografia sociale della minoranza musulmana nel Nord-Est italiano, seguendo un approccio simbiotico tra documentazione fotografica e ricerca scientifica. È la dimostrazione di come nel contesto attuale il fotografo non sia più solo un fotografo, ma sia diventato una sorta di ricercatore che usa le immagini per interrogare questioni irrisolte della realtà contemporanea. Hidden Islam è nato, non a caso, dalla collaborazione con un gruppo di ricercatori della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste impegnato in un progetto sui metodi dell’integrazione multiculturale.

 

Pensare per immagini

 

Come sottolinea nella prefazione Martin Parr, uno dei più noti fotografi internazionali, «un aspetto affascinante della fotografia è che può parlare di luoghi e idee di cui altrimenti non avremmo conoscenza». Soprattutto quando è affiancata da una adeguata riflessione teorica che ne supporta il delicato statuto documentario, essa svela uno straordinario potenziale conoscitivo, capace non solo di registrare ciò che il dibattito pubblico non sembra in grado di cogliere, ma anche di gettare una luce oltre le banalità dell’ovvio. Lo ha ricordato lo stesso John Berger, uno degli intellettuali che ha riflettuto con maggior acutezza sull’essenza dell’immagine fotografica, sostenendo a più riprese che la fotografia rappresenta un mezzo per verificare, confermare e costruire una visione della realtà. In fondo ciò che il lavoro di Degiorgis fa è proprio questo, costruire una visione della realtà. È quello che il grande Luigi Ghirri chiamava «pensare per immagini». Tornano alla mente, in questo senso, le parole di Goethe usate ormai cent’anni fa da Walter Benjamin per riflettere sulle implicazioni teoriche della fotografia di August Sander: «esiste una forma delicata di empirismo che si identifica così intimamente con il suo oggetto da trasformarsi in teoria».

Il paesaggio civile e culturale italiano è in mutamento e c’è bisogno di occhi e di sguardi che lo sappiano leggere, interpretare, raccontare. Il significato di un libro come Hidden Islam non è dunque solo di tipo topografico, di «misurazione» e di «descrizione» dei luoghi, ma è quello di contribuire alla non facile definizione dell’identità culturale italiana, la cui omogeneità è ormai più presunta che reale. In questo senso il lavoro di Degiorgis costituisce un convincente racconto sociale in forma visiva capace di fornire un contributo importante alla comprensione politica del presente. Sarebbe bello che sul tavolo dei presidi veneti trovasse posto, accanto alla circolare dell’assessore Donazzan, una copia del volume.

 

 

 

 

Fonte delle foto: http://www.rorhof.com/books/hidden-islam