Ultimo Aggiornamento:
03 dicembre 2022
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Fronte del Donbass: il ritorno del “dio della guerra” staliniano

Leonardo Goni * - 01.06.2022
Verdun

Abbandonato, per ora, il progetto di conquistare l’intero territorio ucraino, l’armata russa ha concentrato i suoi sforzi per il controllo dell’Ucraina meridionale e orientale, dove il conflitto si sta trasformando in una guerra di posizione, un enorme tritacarne stile Prima guerra mondiale, fatta di trincee e soprattutto di massiccio uso di artiglierie.

Il Donbass nuovo Verdun, come titolava, alcuni giorni fa, lo Spiegel? Forse, ma con le tecnologie di un secolo dopo, come i missili e i droni per l’acquisizione degli obiettivi, che permettono a chi designa i bersagli per l’artiglieria, di vedere, rapidamente, le posizioni del nemico e dirigere un fuoco preciso. Precisione ulteriormente assicurata dall’utilizzo di proiettili a guida laser in grado di colpire con ben pochi margini di errore.

In questo teatro di operazioni i russi stanno applicando la "tradizionale" strategia già usata durante le loro offensive nella Seconda guerra mondiale, basata su forti concentrazioni di artiglieria per spianare ogni difesa e scuotere il morale dei difensori sottoposti ad un martellamento incessante, per minarne la capacità di resistenza.

Per Stalin l'artiglieria costituiva infatti "il dio della guerra" e la dottrina d’impiego sovietica, ereditata dall’armata di Putin - come evidenziato dagli esperti militari occidentali – prevede la concentrazione massima di fuoco possibile su un singolo bersaglio utilizzando più batterie (unità base composta da 4/6 cannoni) o interi gruppi (ciascuno composto da 3 batterie, quindi 12/18 pezzi).

Nei calcoli dell'artiglieria russa, la densità del fuoco è misurata dal numero di colpi che cadono in un’area bersaglio di un ettaro, in un minuto di tempo. Sempre secondo le analisi occidentali, i manuali d’epoca sovietica indicano tra i 25 e i 30 colpi per ettaro, al minuto, quale densità minima accettabile contro la maggior parte degli obiettivi, prevedendo densità di fuoco anche maggiori contro bersagli in movimento.

Poiché però un proiettile di artiglieria (cal. 152 mm.) pesa circa 50 chilogrammi, per garantire anche solo 10 minuti di fuoco con quella celerità di tiro, occorrono ben 300 colpi, quindi 15.000 kg di munizioni, per ettaro. La logistica diventa quindi un fattore essenziale nel sostenere qualunque azione offensiva “da manuale”. I russi lo dovrebbero sapere e probabilmente i depositi di munizioni, ereditati dalla Guerra fredda, dovrebbero essere ancora ben forniti, anche se oramai depauperati dei più sofisticati proiettili guidati. Inoltre le truppe di Putin possono utilizzare, per rifornire il fronte del Donbass, di linee di rifornimento interne, per ferrovia, dalla regione di Belgorod, che gli ucraini non sono ancora riusciti ad interrompere.

Le truppe di Kiev si trovano, al contrario, da un lato a disporre di un numero inferiore di pezzi di artiglieria, per controbattere la pressione russa sul Donbass, - il tiro di controbatteria è quello mirato a distruggere a distanza, con i propri cannoni, quelli dell’avversario - dall'altro anche gli attuali invii di materiale di artiglieria occidentale, enfatizzati dai media, ma numericamente, per quanto se ne sa, ancora limitati, li costringono ad affrontare anche un problema logistico. Non solo per quanto riguarda l’approvvigionamento di munizioni, dato che le scorte di proiettili occidentali apparirebbero ridotte, rispetto agli stock russi, facendo forse prefigurare un curioso parallelo con la "Shell crisis" del 1915, ma anche un problema di compatibilità, poiché i calibri occidentali sono diversi da quelli di origine ex sovietica e quindi hanno munizioni, tra loro, incompatibili. Senza dimenticare l’ulteriore problema causato dei tempi tecnici richiesti per l'addestramento all'impiego di queste nuove forniture.

Per gli ucraini, inferiori nelle dotazioni di artiglieria, la difesa del Donbass passa per la trasformazione del territorio in una nuova Verdun, con difese in profondità non solo in senso verticale, quindi ripari e postazioni a prova di missili e grossi calibri, ma anche in senso orizzontale, predisponendo linee di difesa successive in modo che in caso di sfondamento nemico ci sia sempre una nuova barriera ad ostacolarne l’ulteriore avanzata.  

La fase attuale del conflitto sembra dunque evidenziare una guerra dove artiglierie e logistica sono essenziali. Forse ai russi suona ancora amara l’esperienza dell’agosto 1914, quando subirono una sconfitta strategica nella battaglia di Tannenberg, sul fronte orientale, all’inizio della Grande guerra. In quella località il “rullo compressore russo” che aveva invaso la Prussia orientale, venne fermato dai tedeschi, inferiori di numero, ma che disponevano di una maggiore e più efficiente artiglieria e una migliore catena logistica che permise loro di far fuoco a volontà, mentre l’artiglieria russa aveva problemi di rifornimento così gravi che le batterie zariste ricevettero l’ordine, alla vigilia della battaglia decisiva, di limitare i colpi a non più di 4 al giorno, per cannone.

 

 

 

 

* PhD, Università di Bologna, storico militare e giornalista