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Terza Repubblica e ricambio delle leadership

Luca Tentoni - 27.02.2016
Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi

I soggetti politici maggiori della nascente Terza Repubblica hanno in comune una caratteristica: sono tutti “partiti del leader”. Si è giunti a questo punto per le vie più svariate. Il Pd, partendo dalla lunga tradizione “classica” della “Ditta”, ci è arrivato dopo una serie di avvenimenti: lo strano risultato elettorale del 2013; le primarie che hanno condotto Renzi alla guida del partito; il repentino “cambio della guardia” a Palazzo Chigi fra Letta e lo stesso ex sindaco di Firenze, che ha così unificato premiership e leadership. Il M5S è nato come “partito di Grillo”: il rapporto fra il vertice (il portavoce) e la base di simpatizzanti ed elettori è stato mediato attraverso la “Rete” di Internet e dei social network. Quello fra il “padre padrone” di Forza Italia Silvio Berlusconi e i sostenitori “azzurri” è invece stato caratterizzato da un abile uso delle tecniche di comunicazione di massa quali la televisione. Infine, il quarto “partito del leader”, la Lega, ha avuto sempre un legame quasi fisico fra il Capo (Bossi) e il territorio. A questo proposito, l’avvento di Salvini ha mutato in parte le forme comunicative (aggiungendo i social network e soprattutto la televisione) ma ha conservato la natura leaderistica del Carroccio. Oggi, dunque, il sistema politico italiano è nelle mani di poche persone, ma che indicazioni abbiamo circa il futuro? I partiti personali come Forza Italia sembrano quasi tutti destinati a seguire la sorte dei loro fondatori: nei momenti migliori giungono a percentuali anche molto elevate (quasi sempre inferiori, però, al 30% dei voti) mentre nelle fasi di crisi del leader resistono attestandosi su "nuclei duri" del 4-5%. E’ quanto accaduto alla Lega nel 2012-2013 che, fino a poco prima, era stata "di Bossi" e che – non a caso – si è poi risollevata proprio perché, pur essendo un “partito del Capo”, è stata in grado di darsene un altro (Salvini), a differenza da tutti gli altri. C’è infine chi (le liste di Segni, Dini, Di Pietro, Fini) ha invece conosciuto l’esclusione dal Parlamento e sostanzialmente l’estinzione. Le capacità espansive dei soggetti politici “personali” o “personalizzati” (cioè di quelli che sono nati così o lo sono diventati, come il Pd) risultano legate alla possibilità di andare oltre il semplice mantenimento dell'elettorato tradizionale del partito e alla necessità di strutturare l'offerta politica non su un "marchio" (che resta uguale) ma sul "gestore". A ben vedere, molti grandi partiti italiani sembrano diventati ristoranti dove si va fidandosi delle capacità dello chef. Non è detto che, finita la stagione del cuoco rinomato, ci siano successori all'altezza della situazione. Ma, finchè il problema resta confinato ad un soggetto, all’uscita di scena o alla sconfitta di una personalità che guida il partito (com’è avvenuto alla Lega nel 2012, al Pd nel 2009, all'Idv nel 2012, a Scelta Civica nel 2013, a Forza Italia dal 2011) il sistema ne risente solo parzialmente. Il guaio è che se la Terza Repubblica sarà strutturata - come e più della Seconda - sulla "democrazia del leader" (riprendendo il titolo di un recente saggio di Mauro Calise) rischieremo di trovarci ad avvertire la necessità di un governo e di partiti basati su personalità carismatiche, senza che i soggetti politici siano in grado di assicurare la crescita di nuovi “capi”. La difficoltà di "allevare" nuove generazioni e di aumentare gli spazi per le leadership potenzialmente alternative già presenti all'interno del partito può rivelarsi esiziale per il sistema. L'esito (voluto o meno dagli attuali protagonisti della scena politica) può essere quello della frase di Luigi XV: Après moi, le déluge. Ma un sistema dei partiti già fiaccato dall'astensionismo, dalla disillusione, dal venir meno di alcuni "motori" (la spinta berlusconiana, ad esempio, non è più sufficiente per tenere in quota il centrodestra e quella salviniana non lo è ancora) può, soprattutto in presenza di una nuova legge elettorale che premia un solo partito (in particolare il leader e i suoi fedelissimi che possono candidarsi nei listini bloccati) e di una riforma costituzionale che - almeno nelle intenzioni e nella prima applicazione - potrebbe e vorrebbe dare più poteri al Premier/Leader, “riconvertirsi” in caso di bisogno (ed eventualmente in fretta) in una democrazia parlamentare come quella della Prima Repubblica nella quale il potere era plurale e i partiti tutt'altro che personalistici o personalizzati? Allo stato attuale, le leadership non sembrano assicurare una continuità o una successione nel medio-lungo periodo: mentre Grillo si sta già discostando – sia pur lievemente, ma in modo sempre più deciso - dal suo Movimento, Renzi annuncia che resterà a Palazzo Chigi al massimo altri sette anni e Berlusconi sta per compiere ottanta anni. Siamo proprio sicuri che il diluvio non si avvicini e che i leader attuali stiano prendendo le contromisure necessarie per evitare che esso si abbatta su una democrazia fragile e in piena, lunga e sofferta transizione? Dove sono le seconde linee? È vero o no, ad esempio, che in Forza Italia oggi si vive una situazione non dissimile da quella dei primi anni Duemila nel centrosinistra quando Nanni Moretti poteva salire sul palco e dire agli astanti che con quei dirigenti non si sarebbe vinto nulla per parecchio tempo? Nello stesso partito più tradizionale per vocazione e struttura, il Pd, è ancora certo che dopo Renzi il posto al vertice del partito o di Palazzo Chigi sia pronto per Maria Elena Boschi, oppure il logorio recente di certe battaglie politiche e mediatiche ha reso meno scontata una “successione nella continuità” da attuare qualora il premier dovesse lasciare il campo? I singoli problemi che riguardano i rispettivi partiti sono affare dei loro elettori, certo. Ma, se a livello sistemico le crepe negli scenari futuri si moltiplicano, è l'intero sistema democratico ad avere un grosso problema da risolvere, perchè se durante la Seconda Repubblica è stato “in campo” almeno un competitore forte (Berlusconi per un ventennio, Prodi per due elezioni vinte dal centrosinistra), la Terza potrebbe finire per non averne alcuno. L’offerta elettorale non può limitarsi al leader, tralasciando il bagaglio politico-programmatico (e ideologico: ma di questo non si è più certi) obbligatorio per un partito destinato a durare. E’ pur vero che il presente e il futuro sono dei “partiti pigliatutto”, spinti dalla necessità ad assumere posizioni sfumate pur di “catturare” un elettorato più vasto del proprio campo tradizionale, ma è altrettanto vero che – così facendo – l’unico punto unificante e qualificante diventa il leader. Una personalità carismatica senza programma o un partito con una base ideologica possono vincere le elezioni; un partito con leader deboli (mai cresciuti dai tempi nei quali erano fra le “seconde linee”) e con un programma senz’anima non può che durare l’espace d’un matin. Nel giro di cinque o dieci anni – o forse molto prima – il sistema politico nato per essere personalista e maggioritario può ritrovarsi all’improvviso – in una temperie socioeconomica non agevole - senza protagonisti in grado di recitare parti impegnative. Una “Repubblica dei leader” senza capi carismatici sarebbe come la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari di Buzzati.