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18 settembre 2019
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L’ampliamento della “base democratica”

Luca Tentoni - 05.03.2016
Aldo Moro

A pochi mesi dalle elezioni amministrative e forse a un anno (o poco più) dalle politiche, è opportuno interrogarsi sulle cause e sulla natura di un astensionismo che sicuramente sarà vasto e forse addirittura maggioritario (almeno alle "comunali"). Va premesso che l'astensione non è da considerarsi automaticamente come un rifiuto della democrazia e degli istituti rappresentativi. Come si è spesso spiegato, l'area del non voto è estremamente composita: oltre a comprendere chi non va mai alle urne per impossibilità di vario genere o per indifferenza, c'è anche chi non ci va perchè non crede nella democrazia, ma anche chi vuole esprimere così la sua protesta e, infine, chi non trova nell'offerta politica e partitica ciò che più gli somiglia o gli aggrada. Un 40-50% di astensionismo (che può peraltro ridursi a un 30-35% alle politiche) non equivale assolutamente alla "secessione" del corpo elettorale e allo strappo del tessuto democratico del Paese. Però qualche riflessione su come recuperare la partecipazione (fermo restando che una buona metà del "partito del non voto" non sarà mai riportata alle urne, proprio perchè la quota di astensionismo fisiologico e di protesta irreversibile è praticamente impossibile da riassorbire) bisognerebbe farla. Si tratta, in altre parole, di riscoprire e riadattare ciò che un tempo si definiva “allargamento della base democratica”, intendendo non solo lo specifico tema della partecipazione elettorale, ma – più in generale – considerando anche la necessità di una “recupero” del rapporto fra cittadini e istituzioni. Un rapporto che negli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo era mediato dai partiti. Allora il problema non stava nella partecipazione ai processi elettorali, perché ancora nel 1976 votava il 93,4% degli aventi diritto: l'astensionismo era appunto circoscritto a casi personali molto limitati, marginali. L’"allargamento della base democratica", perciò, avveniva coinvolgendo i partiti e le masse nel processo decisionale e facendo entrare più soggetti politici nell'area di accettazione del sistema. Oggi, a questa necessità (l’integrazione parlamentare) si aggiunge quella di agire su un secondo versante (quello dell’aumento della partecipazione politica ed elettorale) che è appunto la “riconquista” delle "correnti più fluide" del multiforme ed eterogeneo partito di chi non vota. Nell’attuale fase di transizione verso una non meglio definita Terza Repubblica non si può allargare la base democratica tramite il sistema dei partiti, che non è quasi più – a differenza da quello di quaranta o cinquanta anni fa – in grado di mediare il rapporto con grandi masse popolari. Le differenze fra gli anni ’60-’70 e il panorama politico attuale sono enormi, però qualche spunto di riflessione può essere colto – a mo’ di provocazione culturale -  riprendendo suggestioni di allora. Il pensiero di Aldo Moro, per esempio, potrebbe, se riscoperto, contribuire al dibattito sulle nuove sfide della democrazia italiana. In particolare, l’”eretica” rilettura che nel 1979 ne fece George Mosse in un'importante e discussa intervista sullo statista democristiano, recentemente ripubblicata da Rubbettino. In quella occasione lo storico afferma, fra l'altro, che secondo lo statista democristiano "la politica, in ultima istanza, è determinata dagli individui, la storia è fatta dagli individui e quelli che ne sono alienati devono essere integrati nel processo politico". Come spiega Mosse, "Moro voleva mantenere le strutture sociali e politiche esistenti, ma voleva anche renderle più sensibili, più flessibili e rispondenti ai mutamenti dei tempi, ai mutamenti delle esigenze e dei modi di pensare della gente". La mobilità economica e sociale è dunque "sempre nel quadro di una democrazia parlamentare, che sappia allargare le sue basi popolari tramite l'integrazione delle masse". Molti di questi elementi sono attuali e ancora presenti nel dibattito politico-culturale. Anche ai tempi di Moro si parlava di crisi di partiti: il Corriere della Sera, nel 1969, con articoli di Giovanni Russo e un dibattito pubblicato nel numero dell'11 marzo (con interventi di Norberto Bobbio, Vezio Crisafulli, Francesco Compagna, Leopoldo Elia, Aldo Garosci, Panfilo Gentile e Leo Valiani) apre al grande pubblico una finestra su un tema discusso, in realtà, già dai tempi delle osservazioni critiche di Don Sturzo e degli intellettuali del "Mondo" di Pannunzio, negli anni Cinquanta. Se dunque la partecipazione politica ed elettorale era ai tempi di Moro molto maggiore rispetto ai nostri giorni, restava tuttavia il problema di adattare il regime democratico al mutamento dei tempi, provando a coinvolgere il più ampio numero possibile di persone. Lo scopo dello statista democristiano era di condurre il Paese verso una “democrazia compiuta” come in altri paesi europei, quali ad esempio la Germania. L’ampliamento dell’area di accettazione del sistema avrebbe reso possibile un’evoluzione del quadro politico-istituzionale che invece la scomparsa di Moro ha bruscamente interrotta, bloccando il processo riformatore che avrebbe potuto evitare alla Prima Repubblica la fine ingloriosa del 1992. Allora c’erano ostacoli di vario tipo, nazionale e internazionale, che rendevano l’operazione più complessa. Oggi, invece, i fattori frenanti sono altri: i partiti, per esempio, vivono una delle fasi storiche di maggiore impopolarità, perchè non rappresentano più ampie masse e, anche quando ottengono buoni risultati elettorali, non sono confortati da un reale consenso. Gli indicatori di fiducia nei partiti sono a livelli infimi; solo la personalizzazione della politica permette ad alcuni leader di ottenere percentuali di consenso poco più che dignitose. Siamo, però, in una situazione nella quale domina una sorta di "fiducia a tempo parziale" e circoscritto nei confronti di soggetti politici e delle istituzioni: il contesto (soprattutto in ragione del fatto che il 40% o più degli italiani non si riconosce neppure in un partito al momento del voto) è verosimilmente più grave e pericoloso per la democrazia rispetto a quella degli anni Settanta. L'insidia dei nostri giorni non è quella violenta e drammatica del terrorismo politico, ma quella più "innocente" ma inesorabile della disaffezione, dell'uscita delle masse dalla condivisione della centralità dei valori, delle prassi e degli istituti democratici. Come dice Mosse, “il problema principale della nostra epoca è che in una società enorme, informe e piena di sperequazioni, come quella in cui viviamo, la gente sente l'esigenza di una qualche forma di aggregazione e questa esigenza è soddisfatta solo al di fuori del sistema parlamentare e anzi è stata soddisfatta finora addirittura in opposizione ad esso". E aggiunge: "credo che, per alcuni aspetti, Aldo Moro abbia avvertito questo problema (...) e compreso che ciò che si frapponeva tra la gente e la partecipazione politica non era solo la struttura fossilizzata dei partiti, ma anche quella sensazione che fu espressa da Jean-Jacques Rousseau, il quale diceva che si è liberi soltanto al momento del voto, ma tra un'elezione e l'altra non c'è alcuna libertà. Moro tentò di superare queste difficoltà coinvolgendo nel governo quanti più gruppi possibile". Ora alla struttura fossilizzata dei partiti si è sostituita, come in un'oscillazione completa del pendolo, una forma "liquida" o addirittura "gassosa" delle formazioni politiche. Gli stessi partiti che hanno ancora un qualche tipo di organizzazione hanno comunque strutture e seguito di attivisti (tesserati) infinitamente minore rispetto a quello dei soggetti politici degli anni Settanta. Sclerotizzati ieri, poco strutturati o "virtuali" oggi, i partiti non sembrano avere la forza e le capacità di assolvere al compito di ampliare l'area di partecipazione democratica e di consenso alle istituzioni repubblicane se non tramite messaggi leaderistici, i quali tuttavia restano legati alle alterne fortune dei capi carismatici. Così, resta aperto il problema: se il processo democratico che Moro voleva favorire non riuscì – in parte anche per i limiti di partiti allora ancora rappresentativi e "potenti" - e se oggi la via del coinvolgimento delle masse grazie al ricorso a convergenze politiche non è più praticabile (perchè inefficace: l'ampliamento della maggioranza parlamentare non corrisponde più ad un aumento del consenso popolare) non resta che cercare risposte altrove. Moro puntava dal vertice ad allargare "la base popolare del potere" attraverso il coinvolgimento dei partiti, ma faceva lo stesso dalla base consigliando la politica a non rovinare quel che il sociale va di per sé costruendo: tra realtà e potenzialità, spiegava, esiste quello spazio che deve essere occupato da una fattiva iniziativa politica. Tuttavia la democrazia dei leader, dei partiti "leggeri", della Rete non sembra assicurare quella mobilitazione generale e quell’attenzione al fermento sociale che sarebbe opportuna per permettere a milioni di persone di "sentirsi di nuovo a casa" nel sistema democratico rappresentativo. Così, da un lato, l’eventuale sperimentazione sul piano parlamentare di “equilibri più avanzati” appare oggi improduttiva – se non controproducente - ai fini dell’aumento del consenso popolare nei confronti delle istituzioni rappresentative. Dall’altro, invece, la mancanza di una base comune sulla quale costruire per coinvolgere non solo soggetti politici ma corpi sociali alla ricostruzione di un “idem sentire” repubblicano, rende difficile il dialogo fra i partiti e un elettorato sempre più distante (se non ormai assente). La via che Moro tentò di aprire negli anni Sessanta e Settanta è ormai chiusa, mentre quella della "politica 2.0" non ottiene ancora - in termini di partecipazione e coinvolgimento - i risultati sperati. La stessa transizione fra Seconda e Terza Repubblica è caratterizzata più da strappi e contrapposizioni che da comportamenti “inclusivi”. Così, senza che all’orizzonte sia ancora apparsa una terza via per uscire dall’impasse, le suggestioni antisistema si fanno sempre più forti e agguerrite.