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28 ottobre 2020
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Lo scoglio libico

Paolo Pombeni - 03.03.2016
Intervento militare italiano in Libia

E’ bene non sottovalutare l’impatto che a questione libica potrebbe avere sulla navigazione del governo Renzi. Rischia di diventare uno scoglio piuttosto difficile da evitare, comunque la si inquadri.

Innanzitutto sta già facendo riemergere un pacifismo puramente ideologico che da qualche anno era entrato in sonno. Naturalmente torna il solito argomento fasullo della presunta violazione dell’articolo 11 della Costituzione che, secondo queste valutazione vieterebbe qualsiasi guerra che non fosse puramente difensiva contro un aggressione esterna. Non è così, perché il “ripudio della guerra” la riguarda “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e non è facile immaginare che opporsi all’avanzata dell’Isis offenda la libertà di qualche popolo, né che un tentativo di pacificare la Libia possa essere inquadrato come risoluzione di una controversia internazionale.

Il fatto è che la nostra Carta parlava di “guerra” nei termini in cui la si poteva concepire nel 1946-48 ed è curioso che quelli che ritengono che la definizione che essa dà della “famiglia” vada storicizzata a quel momento non ritengano necessario fare altrettanto per la nozione relativa alla guerra.

Ovviamente altra cosa è discutere se un intervento militare nel caos libico sia in grado di raggiungere i risultati di pacificazione del territorio a cui mira. Questo però andrebbe bilanciato con una considerazione che cerchi di capire se il lasciar correre le cose come sono possa portare a risultati migliori.

In fondo la vera questione è tutta qui ed è qui che si aprono i problemi per il nostro paese. Due sono infatti gli interrogativi in campo. Il primo è se l’Italia possa permettersi di avere a circa 400 chilometri dalle proprie coste qualcosa che assomiglierebbe all’Afghanistan in mano ai talebani e Al Qaeda. Il secondo è se convenga accettare che quella matassa sia sbrogliata da altre potenze che hanno già cominciato ad occuparsene. Per quanto possa sembrare diversamente, non sono domande che abbiano le risposte facili che magari verrebbero in mente a partire da qualche pregiudizio ideologico.

Il tema della sfida alla nostra sicurezza che può essere costituita da una base in mano all’anarchia e con pesanti infiltrazioni dell’Isis (per non dire più brutalmente: in mano a quest’ultima) non può essere sottovalutato. E’ vero che le minacce di natura terroristica di cui si parla continuamente e che i nostri servizi di intelligence confermano non sono necessariamente connesse con la situazione libica, perché si parla di infiltrazioni che possono arrivare anche attraverso le ondate di profughi che arrivano per la cosiddetta rotta balcanica, ma non è meno vero che per i terroristi poter contare su un “santuario” relativamente a portata di mano sarebbe un vantaggio non da poco.

Quanto al secondo tema, cioè la disponibilità di altre potenze a farsi carico della pacificazione libica, si tratta di un problema di natura diversa, che però sempre problema è. In questo caso si avrebbe alla fine una pacificazione della Libia che se non proprio ci espungerebbe, di sicuro renderebbe la nostra presenza marginale in un contesto in cui abbiamo investito molto in passato e in cui abbiamo interessi economici non trascurabili. In un momento di difficile ripresa economica come quello attuale non sarebbe una prospettiva augurabile.

Il risultato di queste riflessioni è che l’Italia non potrà star fuori dall’avventura libica, ma ciò significherà gettarsi in una inevitabile diatriba parlamentare. Con le fibrillazioni attuali non c’è davvero da illudersi che i numerosi avversari di Renzi rifiutino per amor di patria di cavalcare l’onda emotiva che sarà generata dalla decisione di essere parte rilevante di un’operazione militare. E’ uno di quei casi che riporteranno gli antagonisti e non solo in piazza e che spiazzeranno molte persone.

Da questo punto di vista è da rilevare che il governo ha fatto poco (e male) per preparare l’opinione pubblica all’evento, forse sperando sino all’ultimo che lo si potesse evitare. Tuttavia non è così e adesso si dovrà affrontare un  passaggio difficile.

Con le amministrative alle porte già non sarà facile, ma non lo sarà soprattutto tenendo conto delle strategie che mettono in campo i cinque stelle, la sinistra dem (più l’estrema sinistra) e un centrodestra in cerca di rivincite. Il tema del sì o no alla guerra, quello dell’interesse nazionale, quello dei nostri rapporti con gli USA (e più in generale con gli alleati occidentali), sono questioni capaci di richiamare in vita antiche diatribe che, lo si voglia o meno, sono entrate nel DNA della nostra politica militante.

Eppure Renzi non ha alternative a gestire con la massima determinazione questa problematica. Sfuggire ad essa non gli sarà possibile, ma ciò significa che dovrà per forza di cose andare alla ricerca di alleanze parlamentari: operazione che gli farà pagare un doppio prezzo, quello di dare in mano ai suoi avversari l’arma della denuncia dell’inciucio con quelli che geneticamente non sono di sinistra, e, sul versante opposto, quello di essere costretto questa volta a pagare sull’unghia un sostegno che per lui diventerebbe davvero vitale.