Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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I limiti di una classe dirigente

Luca Tentoni - 17.07.2021
Draghi e bandierine

I mugugni del M5s sulla riforma della giustizia sono emblematici non soltanto della difficoltà di stare in una coalizione eterogenea (i pentastellati, però, dovrebbero aver imparato qualcosa durante le due precedenti esperienze di governo), ma soprattutto di come sia complicato far entrare le forze politiche italiane in una logica di riassetto complessivo del sistema istituzionale. Decenni di immobilismo - o di riforme fatte male o con intenti personalistici o ideologici - possono ora essere spazzati via grazie al Recovery Plan e agli impegni assunti dal Paese. Su giustizia, fisco, pubblica amministrazione possiamo e dobbiamo cambiare, ma c'è sempre il problema delle "bandierine" (come le chiama Draghi). Sull'obbligo vaccinale le destre (che sanno di avere svariati sostenitori fra gli scettici, se non anche fra qualche settore "no vax") minacciano le barricate se passerà anche da noi la "linea Macron". Certo, quest'ultimo non è un tema da Recovery Plan (così come non lo è il ddl Zan, sul quale infuria la battaglia) ma ci restituisce bene il senso della situazione. I partiti sono ingabbiati nella coalizione attuale e nell'intelaiatura disegnata fino al 2026 dal programma europeo, ma non hanno affatto intenzione di esercitare la propria ragionevolezza. Pochi mesi con Draghi fanno già fibrillare la maggioranza: lo si vede sulla Rai, che il presidente del Consiglio ha osato toccare indicando Carlo Fuortes come amministratore delegato e Marinella Soldi alla presidenza. In tutto questo si inserisce la pacificazione fra Conte e Grillo che sembra mettere fine alla spaccatura nel M5s. Così, appena ventilata l'intesa per ricomporre le divergenze fra i pentastellati, si è subito posto in discussione l'accordo che aveva permesso il varo del testo sulla giustizia da parte del Consiglio dei ministri. Si può dire che l'ex premier è come Edmond Dantès, il Conte di Montecristo che pareva caduto in disgrazia e che ora sembra pronto per vendicarsi (forse anche su Draghi che, a detta dei nostalgici del precedente governo, è considerato l'"usurpatore di Palazzo Chigi"). Si era detto, mesi fa, che l'Esecutivo di "ampia solidarietà" sarebbe stato l'occasione per mettere ordine nel quadro politico e nei partiti, per far rinascere responsabilità e consapevolezza. Non sembra che l'obiettivo sia stato raggiunto: rischiamo che nel 2023 la destra vinca e imponga la sua versione delle riforme del Recovery (o le blocchi), provocando la più che probabile reazione dell'Ue (col congelamento dei fondi e l'avvio di un contenzioso simile a quello che ebbe luogo nel 2018 sul bilancio italiano al tempo del governo gialloverde). In quel caso, la possibile presenza di Draghi al Quirinale non basterebbe per evitare lo scontro: l'attuale presidente del Consiglio potrà fare da mediatore, non trasformare la presidenza della Repubblica nel padre garante di uno scolaro svogliato e irrequieto. Troppi indizi inquietano: a destra, il documento firmato insieme a leader europei che non hanno molta familiarità con il concetto che conosciamo di democrazia liberale; sul fronte dei pentastellati, l'irrisolta questione su cosa dovrà essere il nuovo Movimento (barricadiero come nel 2013, quindi perennemente condannato all'opposizione, con i numeri modesti che oggi i sondaggi gli attribuiscono, oppure moderato e in concorrenza col Pd, cioè in un terreno già occupato da Letta?); al centro, dove Forza Italia non ha i numeri per essere Biancaneve ma ci sono i sette nani, tutti con percentuali trascurabili ma con leader difficilmente disposti a federarsi. Rieleggere Mattarella non è una soluzione, se non ci si impegna dopo il 2023 - e per tre anni - a proseguire l'esperienza del governo Draghi indipendentemente dall'esito delle prossime elezioni politiche; ma anche quest'ultima non è una via praticabile, perché non si può dire agli elettori che vanno alle urne per scegliere ma poi è già tutto deciso in partenza. Resterebbe la via della maturazione dei partiti, della loro assunzione di responsabilità, del loro essere coerenti con gli impegni presi in sede nazionale ed europea (possibilmente, senza furbizie). Ma se tre anni dopo il disastro dell'eliminazione dal Mondiale l'Italia del calcio è riuscita a risollevarsi, a darsi un profilo serio e a vincere un campionato europeo, dubitiamo molto che nei due restanti anni di legislatura i partiti sappiano compiere uno sforzo che la gravità della situazione impone loro.