Ultimo Aggiornamento:
21 novembre 2020
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Il populismo, la pandemia e gli equilibri politici

Luca Tentoni - 14.11.2020
Vittoria di Biden

Subito dopo l'elezione di Biden alla presidenza degli Stati Uniti d'America, molti commentatori hanno giustamente ricordato che il populismo non scomparirà con Trump (quest'ultimo, anzi, ha ottenuto un numero di voti persino superiore rispetto al previsto). Il fatto che la destra leghista e quella neomissina abbiano perso importanti agganci internazionali (ma non tutti) non ha alcun peso sul consenso che questi soggetti politici hanno nel Paese. La stessa Meloni, peraltro, è alla guida dei conservatori europei e sembra proiettata (più di Salvini, rimasto ancorato a Trump, diversamente dal suo collega di partito Giorgetti) verso la leadership politica - e un giorno forse anche numerica - della destra italiana. C'è da dire, anzi, che la base dell'estrema destra, da noi, è molto meno improntata alla realpolitik di certi suoi rappresentanti: un rapido giro sui social network sarebbe stato sufficiente, nei giorni immediatamente successivi alle elezioni americane, per rendersi conto che Trump era e resta il "capo spirituale" di parecchi elettori italiani. Senza contare che anche in certi ambienti ultraconservatori cattolici - quelli, per intendersi, che fanno fatica a riconoscere Bergoglio come Pontefice e che amano Benedetto XVI - il trumpismo non è certo finito con la sconfitta del magnate americano. Il populismo internazionale e quello italiano, insomma, sono vivi e vegeti soprattutto fra i sostenitori: non è l'esito di un voto (che molti di loro non riconoscono legittimo) che gli farà cambiare opinione. Senza contare che c'è ancora un'importante sponda moscovita al populismo europeo, il quale, quindi, ha subìto un colpo, ma è rimasto in piedi, sebbene un po' traballando. Secondo alcune ricostruzioni - a nostro giudizio verosimili - il fattore decisivo per la sconfitta di Trump è stato il Covid 19: la pandemia ha spostato gli equilibri, incidendo soprattutto nell'elettorato di mezzo fra i due schieramenti e spostando gli incerti verso Biden. La "guerra delle mascherine" ha mostrato - negli USA in modo molto più marcato che in Europa - che chi le indossava aderiva ad un sistema di precauzioni ma anche di valori democratici, mentre chi le rifiutava e negava il virus era fortemente orientato a favore dei leader e delle idee dei sovranisti. Qui veniamo all'Italia: anche nel nostro Paese la pandemia può cambiare gli equilibri politici. Lo ha fatto, alle regionali, col fallimento della spallata che Salvini voleva dare al centrosinistra in Toscana (e con la conferma di Emiliano e De Luca). La prima ondata della pandemia aveva fortemente indebolito la posizione dell'estrema destra leghista e neomissina italiana, affievolendo la spinta propulsiva del 2018-2019. È bene, però, essere molto attenti ad un dato: in tutti i sondaggi la somma delle percentuali di Lega e FdI ci restituisce sempre il 40% delle europee 2019 (con una crescita del partito della Meloni e un calo - di pari entità - di quello di Salvini), quindi non c'è stata, neppure durante la prima fase della pandemia, una riduzione della base elettorale populista, ma solo il suo isolamento rispetto a quella moderata "di mezzo" (che si è spostata occasionalmente verso il centrosinistra) unita all'indebolimento della componente filo destrorsa e sovranista presente nel M5s (finita nell'astensione). Le incertezze e i dubbi suscitati dalla gestione estiva della lotta al Covid 19 e l'arrivo della seconda ondata della pandemia (seguita da alcune chiusure territoriali e da proteste inquinate e "deviate" da frange violente, ma nate da un malessere reale che non va sottovalutato) possono aver dato, insieme all'incomunicabilità fra maggioranza e opposizione di destra (Berlusconi è invece possibilista), nuovo vigore al fronte sovranista proprio ora che in campo internazionale ha accusato il colpo della mancata rielezione di Trump. Alla fine, insomma, le tendenze internazionali hanno un peso, ma ciò che conta è - anche da noi, nel bene e nel male - la capacità o meno di fronteggiare il virus e le conseguenze socioeconomiche e sanitarie ad esso legate. È sulla gestione nazionale di questa emergenza primaria che gli equilibri politici possono cambiare: per questo, la responsabilità di chi governa è oggi, se possibile, ancor più pesante.