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01 ottobre 2022
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La rielezione di Macron: una analisi a freddo

Michele Marchi - 30.04.2022
Le Pen e Macron

Come ricorda un’espressione francese, sarebbe forse il caso di “prendre du recul” nell’osservare e giudicare la rielezione di Emmanuel Macron. Occorre guardarla con maggiore distacco, compararla e non limitarsi al bicchiere mezzo vuoto o perlomeno gettare un’occhiata anche a quello mezzo pieno.

Astensione record (sopra il 28%), appena tre punti sotto il picco più alto, nell’inclassificabile ballottaggio del 1969. Si trattava di elezioni a due mesi dalle clamorose dimissioni di de Gaulle, con i comunisti giunti terzi al primo turno, il loro leader che si esprimeva per l’astensionismo e un ballottaggio scontato nell’esito tra Pompidou e il centrista Barre.

Voti alle estreme ancora in crescita e che se sommati al primo turno superano il 55%. E infine la percezione, ricordata da Macron in apertura al breve discorso post-elettorale, che una parte importante del voto al presidente uscente al ballottaggio sia giunto per bloccare l’avanzata di Le Pen e dunque non debba essere considerato un voto di adesione al suo progetto o di sostegno alla sua leadership (e i due milioni abbondanti di voti persi tra il ballottaggio del 4 aprile 2002 e quello di cinque anni fa lo confermano).

Detto ciò sarebbe scorretto non ricordare anche gli elementi positivi per Macron presenti nella rielezione. In termini di voti ottenuti al ballottaggio (18,7 milioni), solo Chirac nel 2002 (ma sappiamo a che livello fu la “chiamata alle armi” del tutti contro Jean-Marie Le Pen) e per poche decine di migliaia di voti Sarkozy nel 2007 hanno fatto meglio, oltre naturalmente allo stesso Macron nel 2017 (quasi 21 milioni di voti). Bisogna poi aggiungere che Macron si è aggiunto al generale de Gaulle nella speciale classifica dei presidenti della V Repubblica rieletti non venendo da una coabitazione. Occorre ricordare che in realtà de Gaulle nel 1965 è stato confermato, ma la sua prima elezione nel 1958 non era avvenuta a suffragio universale diretto. Come detto gli altri due presidenti rieletti, Mitterrand nel 1988 e Chirac nel 2002, lo sono stati dopo rispettivamente due anni e cinque di coabitazione.

Sfumata, almeno in parte, l’immagine di Macron “mal eletto” si passa ora al tentativo di sfatare il mito del “III turno legislativo, ovvero che il voto del prossimo 12-19 giugno si tramuterà automaticamente in una rivincita di tutte le forze anti-Macron presenti nel Paese e che di conseguenza, come richiamato da Mélenchon, si aprirà per il presidente eletto una coabitazione.

Prima di tutto occorre ricordare che da quando è stata introdotta la riduzione del mandato presidenziale da sette a cinque anni e spostato il voto legislativo immediatamente dopo quello presidenziale, Chirac (2002), Sarkozy (2007), Hollande (2012) e Macron (2017) hanno potuto contare su consistenti maggioranze all’Assemblea nazionale.

In secondo luogo si devono citare tre importanti elementi che paiono differenziare almeno in parte il quadro rispetto a cinque anni fa. Nel ballottaggio del 2017 Macron aveva lasciato la vittoria a Le Pen in soltanto due dipartimenti. Allo spoglio dell’aprile 2022 Marine Le Pen arriva davanti al rivale in 28 dipartimenti. Senza “traslare” i voti presidenziali sulle circoscrizioni del voto legislativo, la diffusione territoriale del voto Le Pen è sicuramente aumentata. Secondo elemento caratterizzante del voto 2022 da non trascurare: Macron al ballottaggio si è portato a casa tutte le città medio-grandi, mentre Marine Le Pen ha conquistato oltre 1500 comuni medio-piccoli in più e praticamente tutti quelli delle aree rurali e meno produttive del Paese. Insomma la lettura della frattura socio-economico-territoriale del Paese ne uscirebbe confermata. Terzo elemento, questa volta emerso al primo turno, l’irruzione importante del voto Mélenchon nei grandi centri urbani, che al primo turno si sono divisi tra il presidente uscente e appunto il candidato della France Insoumise.

Ecco giungere però un’ultima considerazione. Queste novità rispetto al 2017 potrebbero fare da preludio a risultati migliori per l’estrema destra e l’estrema sinistra alle prossime legislative (la France Insoumise al momento può contare su 18 deputati, il Rassemblement National su 8 e infatti non ha nemmeno il gruppo parlamentare per il quale servono 15 eletti). Ricordando però che il sistema elettorale a doppio turno con soglia di sbarramento alta per accedere al secondo (12,5% degli iscritti) e la probabile alta astensione, porteranno a moltissimi ballottaggi e a pochissimi cosiddetti triangolari. E questo solitamente penalizza le forze estreme e scarsamente coalizzabili.

Vi è poi una dimensione di radicamento territoriale e di forza degli eletti socialisti (seppur in calo) e della destra repubblicana e post-gollista (Les Républicains superano i cento eletti nel loro gruppo nel Parlamento uscente) ancora una volta da non trascurare. Si è scritto e detto che la dinamica di “prosciugamento” del voto socialista avviata da Macron nel 2017 si è completata nel 2022 con anche l’altra forza politica architrave del bipolarismo della V Repubblica, i post-gollisti rappresentati al primo turno da Valérie Pecresse. Ma troppo poco si è sottolineato come Les Républicains e il PS rimangano partiti presenti e con moltissimi eletti sul territorio. Tutto ciò avrà un peso nelle prossime legislative.

E lo sta avendo anche nelle complicate trattative che si sono aperte a sinistra, con la France Insoumise che si è candidata alla guida di una sorta di nuova “gauche plurielle” con appunto socialisti, ecologisti, comunisti che si vedrà dove porterà. Allo stesso modo all’interno de Les Républicains si evidenzia sempre più la frattura tra chi vuole raggiungere gli eletti e quadri che già dal 2017 è parte della maggioranza presidenziale (i simboli sono i primi ministri Philippe e Castex, ma anche altri due ministri di peso quali Le Maire e Darmanin, rispettivamente Economia e Interni) e chi si vuole candidare a vera opposizione al presidente. L’altro duello è poi quello tra Le Pen e Zemmour, con quest’ultimo a proporre una union des droites che difficilmente un Rassemblement National che comincia ad essere radicato sul territorio e che peraltro sembra sempre più rivolto verso un elettorato popolare che non è certo quello che ha votato l’ex editorialista di Le Figaro.

Come si pone il presidente rieletto di fronte a questo quadro? Ha due obiettivi di breve termine. Far nascere un nuovo governo che dovrà sia rassembler sia esplicitare il programma presidenziale in vista appunto del voto di giugno e contemporaneamente mettere mano alla “sua” République en Marche, prendendo una posizione tra le due opzioni: partito unico della maggioranza presidenziale o federazione di tutti i soggetti politici (oggi se ne contano quasi una decina) disponibili a supportare l’azione di governo?

Dall’altro lato dovrà impostare gli assi programmatici dei suoi prossimi cinque anni a partire dallepriorità da lui individuate: potere d’acquisto (la preoccupazione più diffusa), sfida ambientale (la spia delle difficoltà nel voto giovanile al primo turno avrà un peso) e riforma delle pensioni (da tenere nascosta sino a dopo il voto, considerato il carattere esplosivo per una maggioranza di cittadini che considera la soglia dei 62 anni come inamovibile).

Tutto ciò con lo spettro di una pericolosa involuzione del sistema della V Repubblica. Avendo cioè coscienza dei rischi che ad una legittimità elettorale su una base sempre più ristretta, si accosti una debole rappresentatività delle “molte France protestatarie” all’interno dell’Assemblea nazionale. Le istituzioni della V Repubblica hanno sino ad oggi retto e surrogato questo deficit di rappresentanza politica. Il presidente, memore della lunga e complicata fase acuta del movimento dei gilets jaunes, dovrà evitare che un’ennesima fièvre exagonale possa intaccare la solidità del quadro istituzionale e potenzialmente contagiare l’Europa.