Ultimo Aggiornamento:
19 giugno 2024
Iscriviti al nostro Feed RSS

La dissoluzione delle regole, la vera transizione dal reale al virtuale

Francesco Provinciali - 08.06.2024
Geoffrey Hinton

Piccoli e grandi segni ci rappresentano una crescente accelerazione nel processo di transizione tra la realtà consolidata dei comportamenti prevedibili e delle abitudini che ci conservano, verso le incognite del virtuale, che in modo più onesto e ortodosso potremmo definire il luogo dove tutto è possibile.

Ci sono contrasti stridenti che vanno come schegge impazzite in direzione opposta. Siamo stati affascinati e poi subito impauriti dalla digitalizzazione pervasiva che guida i processi di transizione: oggi tutto è transeunte, il valore della vita, l’autocontrollo, il senso del limite, l’identità.

Tempo fa ragionavamo con il Prof. Vittorino Andreoli sul concetto di “realtà aumentata”: l’incipit era l’avvento del Metaverso e ci si chiedeva se non fosse sufficiente fermarsi a conoscere e rispettare la realtà “normale”, il concetto stesso di normalità. Perché – ci si domandava – dobbiamo creare un mondo esterno a quello in cui viviamo ed accreditarlo come frontiera della futura esistenza? Perché rinunciare alla ragionevolezza, alle regole, all’uso del pensiero critico e- con esso- della stessa coscienza, intesa come consapevole certezza ad un tempo razionale e morale?

In quei giorni Geoffrey Hinton - considerato il padrino dell’intelligenza artificiale- pioniere della ricerca sulle reti neurali e sul “deep learning”, lasciava Google con una motivazione che faceva riflettere: “i programmi di IA hanno fatto passi da gigante e ora “sono piuttosto spaventosi. Al momento i robot non sono più intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo”, aveva affermato alla BBC prefigurando scenari distopici impensati persino dalla fantascienza. “Il chatbot potrebbe presto superare il livello di informazioni di un cervello umano, mentre ‘cose’ come GPT-4 oscurano una persona nella quantità di conoscenza generale”.

Una rappresentazione immaginata alle soglie di un baratro ormai prossimo.

Si cercano perciò regole che ci consentano un approccio ed un uso strumentale dell’intelligenza artificiale, conservando la nostra dimensione umana: le macchine al servizio della persona e non il contrario. Questo è il tema del momento ma trovo mistificazioni e incertezze nel dibattito in atto.

Se ne parla come se si trattasse di merce da scegliere negli scaffali dei supermercati, come se tutti fossero esperti venditori per fiduciosi e superficiali clienti.

Contemporaneamente molti segni di impazzimento collettivo nelle azioni di vita quotidiana ci convincono che qualcosa sta cambiando, dentro e fuori di noi. Assistiamo ad uno sgretolamento di valori, in nome della tolleranza ammettiamo tutto, rinculiamo sulle tradizioni, perdiamo il senso della ragionevolezza, il relativismo etico privo di ancoraggi ci conduce all’omologazione culturale e all’imbecillità collettiva. Osserviamo dunque intorno a noi: a forza di mettere in discussione principi e riferimenti ideali, ci fermiamo all’apparenza delle cose, guidati dalla cancel culture e dal politically correct, idolatriamo privacy e trasparenza mettendo le manette ai polsi delle relazioni sociali.

Facili all’indignazione e sempre alla ricerca delle colpe degli altri, commossi alle fiaccolate ma pronti ad impugnare il coltello per aggredire e vendicare.

Gli studenti e i genitori che picchiano gli insegnanti (un preside è finito in ospedale con 90 gg di prognosi), le bande di minorenni che compiono atti delittuosi: sentivo al TG di una gamba tagliata col machete, di una bici fatta piombare addosso ad un ragazzo dall’alto di un muro, inchiodandolo per questo sulla sedia a rotelle. Senza contare i quotidiani femminicidi, gli abusi sessuali in danno dei minori, le storie di violenza aberrante che giungono dalla cronaca. Vien da pensare quanto ciò dipenda dalla caduta di freni inibitori, quanto dall’emulazione (i modelli televisivi sono eloquenti: armi, coltelli, sgozzamenti, sangue a fiotti), quanto dal senso di impunità, quanto dal valore effimero che stiamo attribuendo alla vita. Qui il virtuale e i social tracciano percorsi devastanti, aprono scenari senza confini. Cosa ci sta succedendo? Che cosa consapevolmente o inconsapevolmente facciamo per rendere sempre più disinibita e conflittuale la vita? La violenza è palpabile ovunque: le guerre – ormai possiamo parlare di terza guerra mondiale – ne sono l’irrefrenabile espansione. Se non sappiamo gestire la democrazia, la libera convivenza, le relazioni umane, il confronto delle culture, la nostra stessa più intima identità come possiamo pensare che tutto improvvisamente si ricomponga, che ci si fermi sulla soglia del cupio dissolvi? Aveva ragione Vico quando parlava di “corsi e ricorsi storici”. Con il 900 non si è fermato l’orrore degli olocausti e dei genocidi, tutto si ripete, la civiltà conseguita e le norme stabilite non ci hanno convinto. Putin ripete Stalin e Hitler quanto ad efferatezza, in Israele e in Palestina si perpetua la tragedia dell’orrore perenne. Quanti bambini sono stati uccisi dalla scelleratezza umana?  Non c’è luogo del mondo dove si viva in pace: quella senz’armi e quella interiore.

E insieme a questa carneficina della violenza fisica, dentro e fuori di casa, nelle trincee o nei paesi rasi al suolo, nell’ecatombe della polvere e dell’odore della morte, c’è la violenza simbolica, ingannevole e silente sua sorella del male.

La sensazione è che qualcosa di irreparabile possa accadere: nella vita quotidiana saltano i limiti del rispetto e della dignità, l’onestà è conculcata nell’umiliazione, la famiglia si va disgregando e con essa la scuola, un tempo il tabernacolo dei valori che contano nella vita.

Qualcuno le ha rovinate entrambe, ribaltando a poco a poco e rendendo inutile lo scopo stesso della loro sussistenza. Siamo tutti colpevoli, “ciechi e supponenti” come mi ha scritto Paolo Crepet, indifferenti e soli, incapaci di gestire un rapporto d’amore, di esprimere una relazione di empatia, tra incompetenza, insensibilità, approssimazione, ignavia: tutti vittime disorientate e incerte nel nebuloso limbo dell’effimero, incapaci a distinguere tra il valore della vita e la sua dissoluzione.