Ultimo Aggiornamento:
18 maggio 2024
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La digitalizzazione pervasiva alimenta la disintermediazione sociale

Francesco Provinciali * - 30.09.2023
Digitalizzazione pervasiva

La poderosa avanzata della digitalizzazione ha le sembianze della cancel culture. Da sempre la nostra vita è un’alternanza di abitudini, stili comportamentali e stilemi comunicativi ma con l’introduzione delle tecnologie sempre più avanzate nella nostra quotidianità il cambiamento ha impresso una vistosa accelerazione, le stesse dimensioni spazio temporali dell’essere e dell’agire vanno perdendo i limiti angusti dei confini e delle costrizioni. La galassia di internet, l’universo del web, il metaverso, l’I.A., la robotica e tutte le infinite applicazioni e i loro ulteriori cascami tecnici e operativi costituiscono mondi paralleli dove il virtuale si confonde e si sostituisce al reale. Ciò crea scompensi e dissonanze, non tutto ciò che circola viene dal basso, molto è introdotto nel circuito comunicativo-relazionale da network e media con finalità commerciali e di profitto, influencer e creator sono ad esempio figure professionali nuove che realizzano fatturati mostruosi introducendo nei comportamenti, specie tra i giovani, induzioni e convincimenti, persuasioni e modelli che sovente sono in aperta distonia con le regole che si apprendono a scuola o in famiglia.  L’identità digitale va sostituendo quella anagrafica, i social sono potenti strumenti di informazione e di trasmissione di dati, di motivazione a comportamenti disparati: molto di quanto accade ha una potenzialità di implementazione imprevedibile ma certamente agisce sulla nostra esistenza, non sempre la liceità e il controllo di ciò che viene riversato in quel grande contenitore di flussi e scambi che non ha confini è assoggettato al controllo etico che riguarda l’utilità sociale, la dignità personale, il rispetto della privacy. Cambiano i linguaggi, gli anglicismi prevalgono sul piano della definizione dei concetti, esiste ad esempio un “Internet of Thing”, cioè un internet delle “cose” dove confluiscono a livello digitale e di interfaccia degli scambi semantici e simbolici tutti gli oggetti della nostra esperienza quotidiana.

Che l’inglese sia la lingua universalmente più diffusa è pacifico e assodato, paradossale che sia l’idioma di un Paese che ha scelto l’isolamento istituzionale con la Brexit: per diffondere l’italiano nel mondo forse dovremo affidarci ai viaggi di Papa Francesco. Questo irrompere sul palcoscenico della vita di sigle, acronimi, algoritmi, espressioni lessicali nuove crea problemi di adattamento e produce una sorta di selezione generazionale, di nicchie e target culturali. Il nostro stesso sistema scolastico sta sostituendo l’italiano fluente con il gergo tecnologico di matrice anglosassone, la narrazione con gli acronimi e i test, le sigle sono criptiche e non sempre esplicative, le metodologie introdotte nulla hanno a che fare con la nostra migliore tradizione didattica: basta leggere una circolare, seguire un corso di formazione per i docenti, soffermarsi a decifrare i linguaggi con cui gli alunni si esprimono. Qualcuno sta rovinando la scuola e sono grato al Direttore Paolo Pagliaro per aver riassunto il senso di una mia riflessione su questo tema con un titolo magnifico: “Una scuola fast-food dove prima c’era Manzoni.” C’è un punto essenziale su cui occorre essere espliciti: non si rema contro l’uso e l’introduzione delle nuove tecnologie, la scienza, la medicina, l’istruzione, la nostra vita quotidiana ne hanno tratto straordinari, immensi vantaggi. Ciò che colpisce è un (apparentemente) irreversibile processo che va nella direzione opposta a quello consegnatoci dalla storia e dalla tradizione, da Aristotele, a Newton, a Leonardo, a Kant: la cultura come passaggio continuo dall’esterno all’interno, l’apprendimento, la crescita, la formazione, il radicamento di una personalità, la metabolizzazione del sapere come processo di interiorizzazione.

Ora tutto sembra muovere nella direzione opposta. Riprendo una breve riflessione del grande antropologo francese André Leroi-Gourhan: “Dall’invenzione della scrittura in poi, attraverso una serie di tappe analizzate da una letteratura sterminata, siamo arrivati alla fase attuale, in cui la situazione non è ancora molto diversa in apparenza: la società continua a disporre di tutti i suoi mezzi, ma li trasferisce in maniera crescente in organi artificiali”.

I processi di digitalizzazione favoriscono la trasmissione di dati e informazioni: possiamo tuttavia affermare che producono lo stesso risultato in quanto a comprensione e valutazione? Trovo molto solipsismo nel flusso comunicativo generato attraverso internet e le sue derivazioni, leggo un’implementazione delle condizioni esistenziali di solitudine pur in presenza di una potenzialità relazionale smisurata. Ci sono ricadute sul piano macrosociale poiché – pur nella disseminazione, parcellizzazione e fruizione delle dinamiche informative e di scambio – vengono a mancare i luoghi deputati all’intermediazione, al supporto interpretativo, al contatto umano. La vera comprensione è quella che si realizza tra due o più persone che si parlano: i processi di digitalizzazione pervasiva inducono ad un rapporto non mediato tra l’uomo e la macchina, tra il pensiero-azione e la tecnologia. Come sottolineato dal Presidente CENSIS Giuseppe De Rita….” Transizione ecologica, digitalizzazione sono parole generiche. La società ha bisogno di evoluzioni lente e partecipate”.

Per colmare questa mancanza non bastano i call center, icona dell’incomunicabilità e della frustrazione per il cittadino. Se devo capire un procedimento che mi riguarda, se devo risolvere un problema di difficile approccio non basta mandare o ricevere una mail: questo ruolo di mediazione tra apparati e istituzioni da un lato e utenti dall’altro un tempo era svolto dalle OO.SS, dal mondo dell’associazionismo, del volontariato, dai corpi intermedi dello Stato. Ora tutti sono arbitri che valutano la corrispondenza formale tra domanda e risposta. Pochi sanno capire, pochi sanno spiegare, quasi nessuno riesce ad aiutare. A chi rivolgersi? Nessuno è competente. Così, in un mondo dove la digitalizzazione sembra essere più un feticcio che la reale soluzione dei problemi (il PNRR ha destinato un quarto dei fondi all’implementazione del digitale, di cui 6.14 miliardi di euro nella sola P.A) mentre cresce in modo abnorme il numero dei poveri, le pensioni minime sono da sempre ancorate al palo della miseria, gli anziani, i fragili, i disabili non ricevono assistenza sufficiente, le famiglie sono vittime della speculazione finanziaria e ci sono 14 miliardi di euro di mutui non pagati, ci riempiamo la bocca di app e di coding, password e username, non possiamo vivere senza SPID e veniamo identificati con codici alfanumerici perché non conta più chiamarsi Mario Rossi ma essere ribattezzati con una identità digitale. Francamente una vergogna, persino una cosa inutile: speriamo che i corsi e ricorsi storici riportino un po’ di buon senso.