Ultimo Aggiornamento:
21 novembre 2020
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Via della seta, Trieste e Genova: chi esce e chi resta

Francesco Provinciali * - 31.10.2020
Via della seta

Il Memorandum del marzo 2019 sottoscritto da Italia e Cina aveva previsto l’individuazione delle aree portuali di Genova e Trieste quali“ terminali europei della via della seta”, a significare un accordo strategico sul piano geopolitico e geoeconomico , fortemente voluto dai ‘5 stelle’ nel primo governo Conte.

Dopo lo tsunami pandemico che ha investito il pianeta, questo tema è stato accantonato per dar spazio ad emergenze sanitarie ed economiche ben più gravi e pressanti: sarebbe interessante sapere se quella destinazione d’uso dei due porti italiani sopravviverà a tutto quel che è accaduto dopo, compresi i dubbi sulla genesi della pandemia, gli altri accordi commerciali su telefonini, monopattini e mascherine non omologate UE,  le tesi complottiste sul virus da laboratorio, supportate dalle dichiarazioni della virologa cinese Ly Me Yang (intervistata a fine settembre da Maria Luisa Rossi Hawkins) : "Presto pubblicherò un altro rapporto, oltre a quello che ho già diffuso. Conterrà molti dettagli specifici su come sia stato sviluppato il virus e su chi era in possesso delle sostanze utilizzate. A quel punto tutti potranno vedere che ho ragione". Purtroppo queste affermazioni non hanno avuto seguito e ci si chiede se la scienziata in questione fosse a libro paga di Trump (come qualcuno ha maliziosamente spifferato) oppure se sia stata zittita o punita, come accadde al primo medico cinese che rivelò l’esistenza del virus, quel Li Wenliang, deceduto troppo in fretta per la stessa malattia che aveva scoperto. Che ne è stato della ricercatrice che aveva tra l’altro sostenuto il complice silenzio dell’OMS sull’eziopatogenesi del visus Covid 19?

Molto di quello che sta accadendo al centro e nei paraggi di questa ancora non compiutamente spiegata pandemia che sta dilagando senza freni a livello planetario non viene detto o è oggetto di controverse interpretazioni sul piano scientifico e delle decisioni politiche.

In Europa – in questa fase la parte del mondo più colpita insieme agli USA (a pochi giorni dalle Presidenziali, qualcuno dubita che non sia un caso questo coincidente picco apicale) – ma giù giù a cascata guardando in casa nostra e osservando i DPCM ‘Governativi’ e le ordinanze dei ‘Governatori’ viviamo una contingenza sofferta, incerta, contradditoria che crea conflitti di potere, affermazioni e smentite, confusione, ansie e panico viscerali. Viviamo il presente con l’incertezza che il domani sia peggiore, all’evidenza di fatti, con decisioni politiche e valutazioni scientifiche che alimentano il terrore cercando di spegnere la rassegnazione.

Il tema del Memorandum andrà certamente ripreso: c’è una parte consistente di Paesi che adombrano azioni risarcitorie nei cfr della CINA: di essi non farà parte l’Italia, secondo l’autorevolissimo Direttore di Limes Prof Lucio Caracciolo: “Le strategie risarcitorie non credo abbiano grande possibilità di successo. Sono però un segnale che paesi non amici della Cina intendono lanciare a Pechino. In ciò supportati da Washington. L’Italia non sarà fra questi. A conferma della sua recente svolta filocinese”.

Alcuni recenti articoli hanno riconsiderato il tema, alla luce di una recente novità che interessa il futuro asset strategico del Porto di Trieste.

A cominciare da quello apparso su “Italia oggi” del 29 settembre u.s.che qui testualmente replico e riporto. ”Al porto di Trieste si parlerà tedesco. Hamburger Hafen und Logistik Ag (Hhla), operatore del porto di Amburgo, d’accordo con i soci Icop e Francesco Parisi, diventerà a fine anno, con la sottoscrizione di un aumento di capitale, primo azionista della piattaforma logistica di Trieste, una delle più grandi opere marittime costruite in Italia negli ultimi 10 anni la cui realizzazione è appena terminata.
Il progetto della Piattaforma Logistica ha consentito di recuperare all’utilizzo portuale un’area di 12 ettari, che è stata successivamente integrata con l’adiacente Scalo Legnami realizzando un terminal di 27 ettari, dotato di un doppio attracco e raccordato alla ferrovia. Questo progetto, con un investimento di oltre 150 milioni reso possibile dall’apporto finanziario dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, è stato sviluppato dalla società PLT, costituita dalla impresa di spedizioni internazionali Francesco Parisi S.p.A., dall’impresa di costruzioni Icop S.p.A. e dall’interporto di Bologna.
L’integrazione della Piattaforma Logistica con le aree circostanti è stata ulteriormente rafforzata con la firma il 27 giugno 2020 del secondo Accordo di Programma per l’attuazione del progetto di riconversione industriale e sviluppo produttivo nell’area della ferriera di Servola – Trieste. Le parti pubbliche intervenute sono ministero dello Sviluppo economico, il ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, l’Agenzia del Demanio, l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, il Comune di Trieste.
Le parti private sono state il Gruppo Arvedi e Icop. L’accordo di Programma rappresenta un passaggio fondamentale verso una fase di nuova industrializzazione del territorio, in cui vengono coniugati sviluppo avanzato e sostenibilità. In base all’accordo è prevista la bonifica e lo sviluppo delle aree dell’area caldo della ferriera di Servola per una superficie pari a 25 ettari con investimenti pari a € 98 milioni”.
Questo articolo fa il paio con un recente  intervento dell’editorialista Dario Di Vico su Il Punto del Corriere della sera. In esso il giornalista conferma l’interesse della Germania per il porto di Trieste – il che vuol dire acquisto di quote azionarie e investimenti- per un progetto che interessa i traffici commerciali da Trieste verso il nord Europa.

Si aggiunga la recente, interessantissima e ampia riflessione di Corrado Bianchi Porro sull’Osservatore (CH) del 24 ottobre u.s., intitolata “Il grande carro cinese: campa cavillo”, un articolo da leggere e meditare nella sua documentata e lucida concisione, come è nello stile dell’illuminato giornalista.
Ora, poichè Trieste e Genova erano state individuate come terminali portuali della “Via della seta” nel Memorandum Italia-Cina del marzo 2019 è di tutta evidenza una potenziale uscita del porto di Trieste da questo accordo, se prevarrà- come sembra dalle intese in via di definizione – un interesse prevalente della Germania.
A questo punto Genova (porto antico e PSA di Prà) resterebbe l’unico dei due bacini a rimanere nell’alveo progettuale italo-cinese della citata via della seta.
Ciò intuitivamente potrebbe significare che questo asset strategico interesserebbe l’area mediterranea dei traffici commerciali import-export dell’Europa, facendo capo a Genova che potrebbe dunque rimanere. se si intende bene il senso della bipartizione, unico terminale europeo marittimo della via della seta.
Sarebbe interessante un chiarimento politico nel medio termine, prima di ulteriori “rilanci”.

Ora dobbiamo leccarci e curarci le ferite atroci di questa pandemia devastante che sta sconvolgendo le nostre vite ma non possiamo esimerci dal riconsiderare – come direbbe il compianto filosofo Emanuele Severino- un ripensamento sullo ‘stato attuale del mondo’ e sugli sviluppi futuri, per ora coperti dai coni d’ombra di decisioni disparate, a volte confuse e prive di visione e lungimiranza, assunte dalla politica e supportate da un mondo scientifico spesso in disaccordo, nel disorientamento generale che ci pervade.

Cosa ne sarà di Genova e del suo porto non riguarda o interessa solo chi come me è genovese ma gli orientamenti geoeconomici del sistema-Italia, se saremo capaci di superare questa crisi angosciante ed epocale che ci sta tormentando.

 

 

 

 

* Già dirigente ispettivo MIUR