Ultimo Aggiornamento:
01 ottobre 2022
Iscriviti al nostro Feed RSS

Democrazie, dittature e autodeterminazione dei popoli

Francesco Provinciali * - 12.03.2022
Autodeterminazione

Dello studio della storia – materia che langue nei programmi delle scuole di ogni ordine e grado fino alla soppressione della traccia storica nel tema di maturità (ove non si elimini del tutto il tema stesso) – mi ha sempre affascinato il fatto che essa possa essere rievocata, scritta e narrata in modi diversi a seconda dei contesti geografici e dei sistemi scolastici dei Paesi di riferimento. Un’osservazione persino banale, non fosse che a seconda di come e di dove si riavvolge il nastro degli eventi umani, essi possono assumere interpretazioni, spiegazioni e narrazioni del tutto differenti tra loro, ove non apertamente antitetiche ed opposte. Senza andare troppo lontano si consideri quanto divergano le retrospettive dei fatti e delle vicende nei libri di storia “italiani” e in quelli “sudtirolesi”, rispetto al Risorgimento, al 900, in particolare alle due guerre mondiali, alla lotta di liberazione): due visioni metabolizzate da punti di osservazione e di interessi diversi, persino reciprocamente antitetici, entrambi però legittimi.

Una breve riflessione per evidenziare quanto sia difficile prospettare in modo univoco e condivisibile una narrazione degli eventi che hanno dato costrutto alla storia dell’umanità. Ciò può esser utile per capire come – oltre ai fenomeni demografici di stanzialità, crescita e radicamenti dei popoli, oltre le migrazioni di varia natura, non si possa immaginare una configurazione “dell’ordine mondiale” senza tener conto dei continui sommovimenti che i conflitti bellici hanno da sempre provocato. Il principio di autodeterminazione dei popoli è una aspirazione che resta latente o si esprime e si realizza a seconda dei contesti geografici e soprattutto dei modelli strutturati di esercizio del potere costituito.

In una democrazia questo principio si manifesta nell’ordine delle cose in modo che il concetto di nazione sia il più aderente possibile a quello di Stato. In una dittatura o in un regime dove le oligarchie sono stratificate il principio stesso di rappresentanza viene fortemente condizionato, la stratificazione del potere assomiglia ad una piramide ad acuta verticalizzazione. Gli eventi di questi giorni ci raccontano di un popolo – quello ucraino - che ambisce a esser parte di un contesto geopolitico dove poter esprimere autonomia e indipendenza. L’invasione ordinata da Putin è il tentativo – manu militari- di riappropriarsi di un territorio che un tempo le apparteneva: sono esigenze contrapposte, la prima legittima la seconda autoritaria e colonizzatrice.  In un bellissimo saggio del 2020 di Furio Ferraresi sulle peripezie della democrazia negli intrinseci rapporti tra potere e rappresentatività, forme dirette e indirette della partecipazione popolare sul discrimine che corre tra politica e società si coglie come lo stesso Max Weber pensasse alla democrazia come ordinamento statuale perfettibile, esprimendo un’oscillazione tra rivendicazione di diritti e regole di ingaggio e funzionamento degli apparati.  Si dice che la peggior democrazia sia preferibile alla migliore dittatura e i fatti di questi giorni lo stanno confermando. In Ucraina il principio dell’autodeterminazione del popolo muove verso la democrazia e il mondo occidentale come affrancamento dall’inglobamento in un potere eterodiretto, inoltre esprime un forte radicamento territoriale, un legame con tradizioni diverse e non sovrapponibili ad altre. Geopolitica e geoeconomia costituiscono oggi due chiavi di lettura interrelate che spiegano come ai concetti di popolo e nazione si contrappongano mire espansionistiche proiettate – senza tante remore – alla conquista del mondo. “Non abbiamo nemici ma solo interessi” diceva Henry Kissinger e questo spiegava allora la strategia della più grande potenza mondiale: tenere aperte le porte del dialogo e del confronto, del commercio e dell’interscambio da una posizione di primazia, ora perduta.

Il nuovo ordine mondiale vede il forte radicamento di spinte egemoni: Russia e Cina si stanno muovendo alla conquista del pianeta, sono cambiati gli equilibri di forza, la disinvoltura che usa la forza come arma di convincimento ci riporta al secolo scorso dove i totalitarismi e l’uso della violenza volevano popoli sottomessi, annientati e nazioni cancellate. Perché c’è differenza e non poca tra populismi e nazionalismi da un lato e legittime aspirazioni al radicamento territoriale come espressione di libera autodeterminazione. Unirsi attorno ad una bandiera, difendere i confini, battersi contro l’azzeramento delle proprie tradizioni e della propria storia sono la parte positiva e non negoziabile dei diritti civili che sottendono la democrazia e con essa le proprie libertà, sedimentate nella storia e risultato di avvenimenti e di scelte che costituiscono il “genius loci” di una comunità. Quando si dice che siamo ai margini di un possibile ribaltamento dell’ordine mondiale si intende esprimere preoccupazioni e angosce legate al pericolo di veder cancellati secoli di storia e con essi l’icona stessa, condivisa, pacifica, motivata e irrinunciabile della propria identità.

Ecco, in un mondo che dimentica il passato e le sue non remote tragedie, l’umanità rischia di soccombere e rimuovere i simboli della propria appartenenza: la bandiera, la terra, la Patria, le radici della propria storia.

Eppure ci sono persone, associazioni, cenacoli che vorrebbero applicare il principio in base al quale in queste situazioni colpe e malafede sono equamente distribuite.

E perciò si muovono verso iniziative prevalentemente coreografiche o di facciata, in nome di una demagogia oggi imperante, figlia del globalismo e del malinteso egualitarismo.

Lodevoli iniziative. Sarebbe magnifico liberare anche qualche palloncino al cielo, organizzare fiaccolate, riunirsi intorno ad un tavolo per proporre abbracci e strette di mano.

Ma "aprire tavoli di concertazione non serve più, da tempo".

Qui ci troviamo di fronte ad un dittatore definito per eufemismo ‘autocrate’ , circondato da un cenacolo di oligarchi, lucido nel perseguire obiettivi di distruzione, annientamento di una Nazione,  che nega il principio di autodeterminazione dei popoli.

Dei "tavoli" per la pace Putin non se ne fa niente. Non gliene può importare di meno. Se non è ci chiaro il concetto questo vuol dire che non lo conosciamo bene.

Altrimenti non avrebbe incarcerato migliaia e migliaia di suoi connazionali dissidenti: tra cui alcuni bambini che deponevano dei fiori.

La storia si ripete e Putin è il nuovo Hitler del XXI secolo, la Corte di giustizia dell'Aja lo metterà sotto accusa per crimini di guerra.

Ma lui ha fatto sapere che per raggiungere i suoi obiettivi militari è pronto a distruggere il mondo.

Nella città di Kharkiv i militari russi hanno ucciso 2000 civili: oltre cento di loro erano bambini.

Ripeto: bambini innocenti e inermi ai quali è stata tolta deliberatamente la possibilità di vivere.

Circa i "tavoli" un tempo ormai lontano erano una conquista della democrazia ora sono una scelta spesso autoreferenziale e decadente di nichilismo, che serve per salvare la propria coscienza semplicemente parlando, esternando, usando vuote figure retoriche di stile buonista e girotondino.

Ma se tra noi c'è ancora chi pensa che vittima e carnefice, Caino e Abele sono "uno che vale uno", e che sono "uguali" ..... temo che abbiamo imboccato la via della decadenza della nostra civiltà.

Chi vuole contribuire alla pace è sempre benvenuto purché rechi con sé il senso della misura.

Sarebbe bellissimo riunirsi e decidere di inviare a Putin le colombe della pace. Ma all'atto pratico... sarebbe una soluzione ininfluente e comunque irrealizzabile: attorno ai tavoli si siedono tra l’altro affabulatori mestieranti e professionisti che vogliono soverchiare il proprio interlocutore. L’importante è sempre “uscire” con un documento di esecrazione ma anche di invito alla concordia: dimentichiamo i morti e prendiamoci per mano, tutto alla fine si ricompone nel nulla.

Tutto azzerato, tutta colpa dell’incomprensione

Mi vengono in mente i monsignori di cui parlava Voltaire: "coloro che sono più impegnati a gareggiare nel distinguersi tra di loro che nell'assomigliare a Cristo" .

Tutto sommato è più gratificante affidarsi in modo convinto alla preghiera, valendo questo principio per ogni religione del mondo.. E per fare questo non serve sedersi intorno a un tavolo, basta inginocchiarsi e invocare con fede la mano protettrice di Dio.