Ultimo Aggiornamento:
23 gennaio 2019
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Il populismo: una fuga ribelle dalla modernità

Carlo Marsonet * - 22.09.2018
La conoscenza e i suoi nemici di Tom Nichols

Sono tempi davvero fertili per la rilettura di alcuni classici. In modo particolare, la rivolta populista oggi in atto può essere efficacemente considerata sotto la lente analitica di autori come Tocqueville, Ortega y Gasset e Hayek, solo per citarne alcuni. Se, da un lato, tale “ribellione” è causata da motivazioni contingenti dovute al contesto sociale, politico ed economico odierno, d’altro canto si tratta di un prodotto che in qualche modo è coltivato all’interno della democrazia stessa e, pertanto, ha un’origine più profonda e latente.

Il populismo non nasce dal nulla, evidentemente. Non è, pertanto, la causa prima di una crisi. Piuttosto, si configura come l’esito di uno squilibrio socio-politico-economico, ma anche culturale, causato da eventi o processi che vanno ad impattare sulla struttura di un paese. La globalizzazione, la conseguente perdita di salienza delle democrazie nazionali e il crollo di certezze che si credevano acquisite una volta per tutte alimentano sentimenti di ostilità e rancore nell’ “uomo-massa”, descritto da Ortega, nei confronti di chi attenta al suo status, considerato come un diritto inalienabile, quasi naturale. Costui, tipico prodotto della “democratizzazione fondamentale” e della massificazione delle società opulente, sviluppa in un certo senso una sorta di capricciosa tracotanza senza limiti che lo porta a ritenersi molto migliore di quanto non sia. Con l’inclusione in ambito politico, la fruizione dei più disparati beni e servizi prodotti dal sistema capitalistico, la possibilità di accrescere la propria cultura grazie agli strumenti tecnologici che fallacemente lo portano a ritenersi dotto, egli si sente al pari livello di qualsiasi esperto (si veda a questo proposito il recente La conoscenza e i suoi nemici di Tom Nichols tradotto per i tipi della Luiss University Press).

Questa dinamica, in buona misura, è il prodotto delle tendenze egualitaristiche cui dà vita la democrazia medesima. In altri termini, il regime politico che Tocqueville vide come ineluttabile approdo del mondo moderno fa sì che l’uomo democratico veda nella democrazia un fine, ovvero l’esaltazione dell’eguaglianza e il conseguente appiattimento delle condizioni come valori assoluti e altamente auspicabili. Come scrive l’autore de La democrazia in America, «penso che i popoli democratici […] hanno per l’eguaglianza una passione ardente, insaziabile, eterna, invincibile: vogliono l’eguaglianza nella libertà e, se non possono ottenerla, la vogliono anche nella schiavitù. Essi sopporteranno la povertà, l’asservimento, le barbarie, ma non sopporteranno mai l’aristocrazia». In altre parole, è l’invidia acrimoniosa per tutto ciò che si discosta da lui, che si eleva al di sopra di lui, che assume le sembianze del nemico. È la globalizzazione che rigetta, dal momento che mette in crisi il suo spazio e che lo porta a confrontarsi con chi è altro da sé; è la reiezione per il mercato inteso come processo faticoso da cui può uscirne sconfitto che egli alleva; è la scienza che non conosce assoluti, ma solo verità provvisorie e passibili di confutazioni che detesta; è una politica e una democrazia limitate ch’egli ripugna; è l’individuo liberale che ricerca la libertà e la propria indipendenza che disprezza, giacché si tratta della sua antitesi. Infatti, se l’individuo limitato liberale, tipico – o almeno dovrebbe esserlo – di una democrazia liberale si orienta, per dirla con Sartori, in base al principio «eguaglianza attraverso la libertà, mediante la libertà», l’individuo democratico illimitato ricerca, al contrario, la «libertà a mezzo dell’eguaglianza». Se il primo è consapevole dei propri limiti e del legno storto che contraddistingue l’umana condizione, il secondo ritiene che si possa pervenire alla perfezione ed è privo di quei freni interiori che servono per allevare uno spirito critico e indipendente, ma rispettoso, al contempo, di gerarchie che naturalmente si vengono a creare. Si tratta, quindi, di una sorta di reazione collettivistica della massa alla modernità.

Come si è già detto, vi sono situazioni contingenti, pure comprensibili, che cagionano in parte questa “ribellione”. Le dinamiche globali, ad esempio, comportano perdenti e, dunque, alimentano risentimento e livore verso chi ce l’ha fatta. Per questo motivo, sarebbero necessarie misure che vadano a lenire i seppur parziali effetti perniciosi dell’interdipendenza planetaria. Ma al populismo non bastano semplici riforme, giacché è caratterizzato dal desiderio di estirpare il male alla radice, il quale si identifica, in definitiva, col mondo moderno e liberale contro cui si batte pervicacemente. La sua visione della politica, riprendendo la terminologia oakeshottiana, è costituita, così, da un afflato fideistico, palingenetico e messianico. Il popolo è il soggetto che reagisce all’unisono contro la disgregazione individualistica, sapendo, quasi aprioristicamente e grazie all’azione salvifica del vate carismatico, dove bisogna andare al fine di salvaguardare l’unità del corpo politico sovrano. Come sostenuto da Hayek ne La via della schiavitù, ogni regime collettivistico ha come perni costitutivi un popolo di monadi tutte uguali, amorfe e prive di una propria irriducibilità. Sarà più facile, allora, che esse, in quanto prodotti massificati, «facilmente influenzabili date le loro idee vaghe e imprecise, nonché disponibili a farsi instillare passioni ed emozioni», vengano portate là dove la guida sente che il Giusto si trova. Questa nerboruta connessione tra la base e il vertice – unico tipo di gerarchia che il fenomeno accetta, in virtù delle naturali qualità popolar-populiste riconosciute alla guida carismatica – così, conduce all’individuazione di chi è altro, di chi non fa parte del popolo e, anzi, è una minaccia per la sua vita e il suo benessere. Si costituisce, in tal modo, l’essenza del popolo, inquadrabile primariamente sulla base degli elementi verso cui con veemenza reagisce e a cui con prepotenza si oppone, dando vita a una divisione manichea e potenzialmente esiziale per la realtà sociale, politica, economica e anche culturale.

 

 

 

 

* Studente del corso magistrale in “Scienze internazionali e diplomatiche” presso l’Università di Bologna, sede di Forlì. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi.