Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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Vittima della pace: a sessant’anni dalla morte di Alan Turing, colpevole di omosessualità

Giovanni Bernardini - 14.06.2014
Statua di Alan Turing

La scelta di fissare sul calendario una ricorrenza attorno a cui catturare le menti e cuori di un’intera nazione non è mai un mero esercizio di memoria. La monumentalizzazione di un anniversario non è legata soltanto all’esigenza di “ricordare”, di preservare il passato dalla progressiva scomparsa dei testimoni e dai mutamenti del quadro storico e culturale. Una decisione simile, soprattutto se presa da autorità politiche, è animata dall’intenzione di proporre gli eventi in chiave morale e didattica. Certamente le celebrazioni per i settant’anni dallo sbarco in Normandia hanno corrisposto ai canoni del genere: capi di stato da mezzo mondo, persino da paesi allora sconfitti e da altri oggi in guerra tra di loro hanno ricordato “il giorno più lungo” in cui un’operazione militare imponente e terribilmente rischiosa segnò l’inizio della fine per la tirannia nazifascista. Molti non sopravvissero, e forse un silenzio rispettoso e grave è l’unico omaggio degno delle sterminate distese di croci che ricordano il loro sacrificio. Quelli che hanno avuto la sorte di vedere giungere a compimento i loro sforzi, e che finora il tempo ha risparmiato, non hanno voluto mancare l’occasione di tornare in quei luoghi. La cronaca ci ha persino riportato la curiosa e toccante epopea di un reduce britannico “fuggiasco” dalla sua casa di riposo, le medaglie nascoste sotto all’impermeabile, per partecipare alle celebrazioni di cui era legittimo protagonista.

 

La guerra di Turing

 

Un’amara coincidenza ha voluto però che il giorno successivo alla commemorazione del D-Day, cioè il 7 giugno, ricorresse il sessantesimo anniversario della morte di Alan Turing. Un altro reduce britannico? Non esattamente, anche se combatté e vinse la propria guerra parallela mettendo al servizio del mondo libero le sue capacità intellettuali. Allo scoppio della guerra, Turing era già un genio di prim’ordine nel campo della matematica e della logica, e le sue teorizzazioni anticiparono di anni il primo modello di computer e i successivi sviluppi dell’intelligenza artificiale. Durante il conflitto fornì un contributo fondamentale alla decodifica dei messaggi inviati dall’esercito tedesco per mezzo della nota macchina “Enigma”. Per quanto sia notoriamente difficile valutare il reale peso di tali avvenimenti in guerre di lungo corso, la vittoria di Turing e della piccola comunità scientifica internazionale che collaborava con lui costituì un momento fondamentale anche dal punto di vista simbolico: persino sul piano scientifico il mondo libero e democratico si rivelava superiore alla tirannide e quindi destinato a sovrastarla. Com’è noto, tuttavia, i meriti dei servizi d’intelligence non ricevono ricompense pubbliche. Per tale ragione, senza alcun encomio o menzione, a fine guerra Turing tornò al suo lavoro incomprensibile ai più.

Il tempo di pace non gli fu altrettanto favorevole, per una semplice ragione: Turing era gay. E la democratica, liberale, laburista Gran Bretagna del dopoguerra considerava e puniva l’omosessualità alla stregua di un “atto osceno”, come alla fine del secolo precedente. Soltanto le rivoluzioni dei costumi degli anni ’60 avrebbero finalmente spinto le autorità a cancellare l’omosessualità dalla lista dei crimini. Troppo tardi per Turing: nel 1952 una corte lo riconobbe colpevole di una relazione intrattenuta con un altro uomo. La “benevolenza” del giudice gli fornì un’alternativa al carcere: un trattamento ormonale obbligatorio per ridurre la libido. Un anno di iniezioni di estrogeni provocarono mutazioni umilianti al suo fisico, tra cui impotenza e sviluppo del seno: violazioni del suo corpo e della sua identità francamente difficili da distinguere dagli esperimenti messi in opera dalla barbarie che egli aveva contribuito a sconfiggere.

Due anni dopo, ad appena 42 anni, Turing si toglieva la vita. Molti decenni sarebbero passati prima del riconoscimento dei suoi meriti di guerra; altri ancora prima che giungessero il perdono ufficiale della Corona e le scuse del governo. Di fronte alle quali, tuttavia, in molti hanno lamentato come una simile riconsiderazione non fosse applicata alle centinaia di vittime meno illustri di quelle stesse leggi.

 

Nulla è scontato

 

Già durante la guerra, molti intellettuali statunitensi si erano interrogati sul senso di combattere per un paese che ancora preservava segregazione e razzismo. La risposta fu quasi sempre che, a fronte di una barbarie senza redenzione, era imperativo preservare un regime almeno tendenzialmente democratico, e continuare a lavorare per la sua evoluzione. A conclusioni simili giungeva Albert Camus nel suo capolavoro “Lettere a un amico tedesco”: rispetto agli altri che combattevano dalla parte sbagliata, la lotta dei giusti doveva aspirare a “salvare l’uomo”, a “dare alla giustizia tutte le possibilità che l’uomo sa concepire”. Una degna commemorazione di Alan Turing come eroe di guerra e vittima della pace sarebbe un atto utile e non solo dovuto per ammonire che libertà e democrazia non sono mai scontate, nemmeno oggi. Che esse sono destinate a fallire se non costituiscono un processo mai terminato di inclusione, rispetto e garanzia universale di diritti. E che tutto questo non può essere il dono di nessuno, ma la conquista di tutti.