Ultimo Aggiornamento:
28 ottobre 2020
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Un momento confuso

Paolo Pombeni - 11.10.2014
Matteo Renzi e Giorgio Napolitano

Tutti a chiedersi chi abbia vinto nello scontro Renzi-resto del mondo (politico) nella sfida sul jobs act. Pochissimi, ci sembra, a rilevare quanto il momento sia confuso e dunque sia un po’ inutile fare la conta di vincitori e vinti.

I nodi che abbiamo davanti sono infatti più d’uno. Certamente il tema del rapporto tra il premier e il PD non è secondario, ma forse non è neppure il più importante, almeno se lo si considera un tema a sé. Renzi ha al momento molte armi per piegare il protagonismo di una minoranza del suo partito che sembra più in cerca di visibilità che non capace di proporre una leadership alternativa.

Per inciso, notiamo che i rilevi di qualche pur autorevole commentatore come Antonio Polito sul “Corriere” circa il fatto che anche in parlamenti come quello americano, britannico o tedesco ci sono ribellioni dei membri del partito di governo contro il loro leader non dicono per intero la verità. In quei paesi infatti vige un sistema elettorale o maggioritario (USA e UK) o con possibilità di esprimere anche una preferenza alla persona (Germania) per cui gli eletti possono vantare con buone ragioni una scelta diretta dell’elettorato a loro favore. Questo in Italia, con le liste bloccate di partito, non esiste e dunque esiste il dovere morale dell’eletto di accettare le regole di militanza nel partito che gli ha dato l’opportunità della candidatura. Se ritiene di non poterle più accettare dovrebbe rimettere il mandato.

Ora invece siamo arrivati all’estremo per cui alcuni parlamentari PD annunciano di partecipare ad una manifestazione della CGIL contro il loro governo. Il fatto che ciò sia già accaduto ai tempi del governo Prodi non solo non giustifica, ma getta un presagio sinistro su questa contingenza.

Tuttavia il problema forte non è in questo momento la questione in sé del controllo o meno che Renzi può esercitare sulla sua maggioranza. Quello che preoccupa è che in un contesto di questo tipo si sta mettendo a rischio la coesione del sistema in vista di scadenze piuttosto difficili.

Ovviamente non aiuta un clima in cui si è arrivati a mettere in difficoltà la Presidenza della Repubblica per le pulsioni di pubblici ministeri alla ricerca di non si sa bene che cosa. Come si è visto, è stato sufficiente per scatenare autoproclamati esegeti della Costituzione e giuristi improvvisati a mettere a tacere i quali non è bastata una pronuncia molto ben fatta e documentata della Corte d’Assise di Palermo che ha evitato il pasticcio di criminali condannati che si sedevano, sia pure metaforicamente, di fronte al Capo dello Stato nella sede che rappresenta la nazione. C’è da chiedersi se certa gente si renda conto del male che fa al nostro paese a livello di reputazione internazionale, che è un qualcosa di cui in questo momento c’è un bisogno estremo (per dirla banalmente: un paese che si sfascia non attira certo investimenti, erga non si creano posti di lavoro).

E’ in questo contesto che si avviano a scadenza passaggi delicatissimi. Quanto ci sia da far conto sul senso di responsabilità di una parte dei parlamentari l’ha già dimostrato la vicenda della elezione dei due giudici della Corte Costituzionale.

Anche solo a tenere conto dei provvedimenti il cui iter è già avviato ne abbiamo tre piuttosto importanti anche sul piano simbolico: riforma del Senato (e del titolo V); legge elettorale; Jobs Act. Se su ciascuno di questi dobbiamo aspettarci le sceneggiate da guerriglia parlamentare che abbiamo visto sinora c’è da inorridire. Significa avere mesi in cui alla fine saremo sottoposti al ludibrio dell’opinione pubblica internazionale, mentre le forze più o meno dietro le quinte che vorrebbero smontare i cambiamenti che questo seppur iniziale cambio di clima ha avviato sguazzeranno nel torbido della lotta di tutti contro tutti.

In queste condizioni dovremo arrivare al momento della sostituzione del presidente Napolitano al vertice dello Stato. Il Presidente ha già dato molto al paese e immaginarsi di costringerlo a sopportare quel peso oltre la soglia dei 90 anni (che compirà il prossimo giugno) non è davvero buona cosa. Per di più considerando che a portare quel peso non lo aiuta certo la canea di quelli che mettono in giro l’immagine fasulla di “re Giorgo”, del monarca che si sente al di sopra di tutto e che forza l’interpretazione della costituzione (per tacere di accuse anche peggiori).

E’ immaginabile che un passaggio così delicato possa essere gestito con successo dopo mesi di guerriglia parlamentare, con un partito di maggioranza relativa azzoppato da liti interne, con un sistema di opinione che non vorrebbe, comprensibilmente, appiattirsi nel dar via libera al premier a prescindere dalle sue debolezze (che ci sono)?

La domanda è ovviamente retorica, ma va pur posta in un paese schizofrenico dove da un lato quasi tutti lamentano una crisi terribile da cui bisognerebbe trovare la via d’uscita e dall’altro troppi fanno a gara a rendere impossibile qualsiasi operazione di coesione nazionale.

Venirne fuori con un ricorso drammatizzato alle urne non è una soluzione. Anche volendo prescindere dagli acuti rilievi tecnici che Luca Tentoni ha fatto al proposito in un numero passato, elezioni in condizioni come quelle che abbiamo descritto sarebbero giocate sul binomio populista della scelta fra incoronare il leader con un assegno in bianco o bruciarlo definitivamente.

Entrambe soluzioni pessime.