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16 ottobre 2019
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Renzi e l’europeismo: bino e forse trino

Michele Marchi - 11.10.2014
Matteo Renzi e Angela Merkel

Dopo l’introduzione del Trattato di Lisbona e quella conseguente del presidente fisso del Consiglio europeo, la presidenza di turno dell’Ue ha perso parte della sua rilevanza. A questo dato strutturale si deve aggiungere che l’attuale semestre di presidenza italiano sta risentendo della complessa congiuntura successiva alle elezioni europee del maggio scorso. In particolare la nascita della nuova Commissione ha tempi tecnici piuttosto lunghi, così come intense sono le audizioni parlamentari alle quali si devono sottoporre i Commissari incaricati. In definitiva il margine di manovra “politico” del presidente di turno in circostanze così eccezionali è ulteriormente ridotto. Eppure in alcune recenti occasioni Matteo Renzi ha fornito una descrizione piuttosto chiara e anche, a suo modo, coerente del tipo di europeismo che la “sua” Italia vuole, o almeno vorrebbe, incarnare. Più che nel discorso di avvio del semestre, pronunciato di fronte al Parlamento europeo, quando Renzi si è limitato a un non originale richiamo all’anima europea da contrapporre alla fredda e grigia eurocrazia, l’europeismo di Renzi lo si è scorto nell’azione. L’ex sindaco di Firenze offre il meglio di sé quando riesce a dispiegare il suo volontarismo e il suo approccio pragmatico e a-ideologico. Nella “battaglia” per ottenere la poltrona di Alto Rappresentante per Mogherini e al recente vertice milanese sulla disoccupazione si è mostrato, in tutta la sua evidenza, il Renzi pensiero/azione a proposito del ruolo italiano nel processo di integrazione europea. La battaglia per ottenere la poltrona di Alto Rappresentante e quella conseguente per imporvi un candidato considerato non particolarmente “forte”, è stata prima di tutto una scommessa “personale” di Renzi. Egli ha messo in gioco la sua leadership e ha fatto pesare il 40% ottenuto alle elezioni europee. La nomina di Mogherini è la “sua” vittoria e seguendo questa lettura la scarsa esperienza dell’oramai ex ministro degli Esteri italiano diventa un atout, piuttosto che un limite. Renzi ha mostrato, ci si passi la battuta, di avere la stoffa di un novello Caligola. Come molti hanno correttamente rilevato la poltrona di lady Pesc, in realtà, è tra le più ambigue della Commissione. Mogherini si trova alla guida di un apparato di ampie dimensioni, ma svuotato di efficacia politica, poiché la politica estera resta ancora prerogativa quasi esclusiva degli Stati Nazione. Renzi ha dunque combattuto per una scatola vuota? Per certi aspetti sì, ma si può trovare un’altra lettura della campagna per ottenere il posto che fu di Catherine Ashton. Da quando è arrivato a Palazzo Chigi, Renzi si è messo alla testa di un fronte più o meno coeso di Paesi che invocano un impegno europeo per la crescita, piuttosto che sul fronte dell’austerità. Nel momento in cui si assegnavano le poltrone della Commissione Renzi sembra aver fatto una doppia considerazione. L’Italia, con le sue difficoltà strutturali, non sarebbe stata più di tanto credibile nel pretendere un Commissario di area economica (vedi la fine di Moscovici, “scortato” da Katainen, paladino dell’austerity). D’altra parte Renzi ha compreso che il vero piano politico dell’Ue è oramai quello intergovernativo. Di conseguenza sarà lui, in prima persona, a condurre un eventuale scontro con Merkel. In definitiva Matteo Renzi sembra aver preso atto che la crisi economico-finanziaria ha contribuito ad un’accelerazione accentuata del metodo intergovernativo nella gestione dell’Ue e mostra che la “sua” Italia ha l’ambizione di svolgere un ruolo laddove si negozia a livello di Capi di Stato e di governo. Ma c’è un’altra faccia della medaglia, emersa nella conferenza stampa al termine del summit europeo sulla disoccupazione. Renzi ha incassato i complimenti del cancelliere Merkel sul Jobs Act e ha rilanciato affermando che l’Italia ha dimostrato la sua credibilità. Ha promesso le riforme e le sta attuando. E’ evidente che in questo caso il Presidente del Consiglio parlava al proprio partito e a chi nel Paese non mostra di apprezzare i suoi tentativi di riforma a 360°. Questo approccio non è altro che la versione 2.0 del “vincolo esterno”. Andreotti nel 1991 per portare l’Italia nello SME, Amato e Ciampi tra il 1992 e il 1993 per condurre le riforme necessarie ad un futuro rientro e soprattutto Romano Prodi per “agganciare” l’Italia al nucleo di testa dei Paesi della moneta unica tra il 1996 e il 1997, hanno utilizzato il “vincolo”, di volta in volta pungolo in grado di riformare un Paese altrimenti bloccato. Alla versione classica del “ce lo chiede l’Europa”, Renzi ha aggiunto “se lo facciamo, conteremo di più in Europa”. In definitiva Matteo Renzi nel dispiegare il suo “doppio europeismo” mostra di conoscere la storia del Paese e allo stesso tempo è consapevole che l’Ue, dall’unificazione tedesca in poi e alla luce della serie di tentativi abortiti di reale riforma in senso federale, si è oramai fissata su una logica completamente intergovernativa. Egli ha fatto suo anche il cosiddetto paradosso della Germania e dell’euro. La moneta unica nasce come “atto di sottomissione” per Berlino, che deve rinunciare al marco forte per ottenere il via libera (in particolare francese) all’unificazione (ma in realtà detta le regole della nuova moneta). Di conseguenza dall’idea originaria di avere una Germania più europea, si è giunti ad un euro in definitiva tedesco e, più in generale, ad un’Europa, nel suo complesso, tedesca. È questo uno dei lasciti principali della fine della Guerra fredda nello spazio dell’integrazione europea. A questo punto manca solo un elemento per tramutare l’europeismo (storico e pragmatico) di Renzi da bino in trino e forse per aggiungere un po’ di efficacia all’esercizio della sua leadership nella complicata partita intergovernativa. Preso atto che la linea economico-finanziaria sarà Berlino a dettarla ancora per anni, Renzi potrebbe giocarsi parte della sua credibilità (destinata a salire se dovessero concretizzarsi alcune delle decisive riforme oggi solo promesse) in un maturo rapporto con l’asse franco-tedesco (senza fantasticare su un improbabile “cuneo” da porre tra Berlino e Parigi) e in un rinnovato attivismo nell’area geopolitica di riferimento, quella mediterranea e, più nello specifico, adriatico-balcanica. Il percorso avviato da Matteo Renzi, pur con tutti i limiti e le incertezze del caso (non ultimo il peccato originale di essere giunto alla guida del Paese senza una chiara legittimazione elettorale) è importante anche sul fronte europeo. Più che “cambiare verso”, Renzi sta tentando, faticosamente, di fare coincidere l’orario dell’orologio della sinistra italiana con quello della storia. Impresa forse titanica, considerati i ritardi cronici di questa cultura politica. Ma per questo ancor più meritevole di interesse.