Ultimo Aggiornamento:
28 ottobre 2020
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Gli Stati Uniti revocano l’embargo sulle armi verso il Vietnam (pensando alla Cina)

Andrea Passeri * - 11.10.2014
Pham Binh Minh

Il lento ma costante processo di riavvicinamento diplomatico fra gli Stati Uniti d’America ed il Vietnam si arricchisce di un ulteriore snodo, dal profondo valore simbolico e sostanziale. Questo è il lascito dell’ultimo vertice bilaterale fra il Ministro degli Esteri di Hanoi, Pham Binh Minh, ed il suo omologo statunitense John Kerry, tenutosi a Washington lo scorso 2 ottobre. A margine del summit, infatti, la Casa Bianca ha reso nota l’intenzione di procedere verso un deciso rilassamento dell’embargo sulla fornitura d’armamenti verso il Paese asiatico, in vigore ormai dal lontano 1975. Tale decisione, ampiamente prevista dagli osservatori più attenti, appare finalizzata a supportare la modernizzazione dell’apparato militare vietnamita in campo navale, nel quale le forze di Hanoi si confrontano in modo sempre più esplicito con la crescente assertività cinese. Al netto delle rituali smentite di facciata dei portavoce di Pennsylvania Avenue, secondo le quali la revoca dell’embargo deriva unicamente dai progressi – peraltro timidi – compiuti dal governo vietnamita nella sfera della governance pubblica e della tutela dei diritti umani, tale mossa va necessariamente inserita nel mosaico più ampio del “ritorno” americano in Asia orientale, vero e proprio mantra della piattaforma di politica estera dell’amministrazione Obama fin dall’insediamento del 2009. In questo quadro, l’ascesa politica, economica e militare della Repubblica Popolare Cinese, così come la montante propensione dei vertici di Pechino nel mostrare i muscoli nei confronti delle piccole e medie Potenze che popolano il Sud–est asiatico, rappresentano di certo un fattore esplicativo ineludibile nel motivare le strategie di Washington e Hanoi.

 

L’ombra del “Dragone”

 

Come detto, l’alleggerimento sostanziale dell’embargo rappresenta soltanto l’ultima tappa nel lungo e accidentato percorso di socializzazione intrapreso tra Stati Uniti e Vietnam, che già dallo scorso anno avevano sottoscritto un accordo per la fornitura di imbarcazioni destinate alla guardia costiera vietnamita. Queste ultime vengono dispiegate in massima parte nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale, ove due dispute sovrapposte per il controllo degli arcipelaghi delle Spratly e delle Paracel vedono frapporsi, fra gli altri, Pechino e Hanoi. La “questione” del Mar Cinese Meridionale, non a caso, rappresenta storicamente un nervo scoperto particolarmente delicato per la Repubblica Popolare, capace di sfidare apertamente la promessa dei nuovi leaders del PCC di portare a compimento un’ascesa pacifica all’interno della comunità degli Stati.          Tale “braccio di ferro”, che chiama in causa in entrambi i contendenti la nozione stessa di sovranità territoriale, è stato reso ancor più divisivo dall’elevato valore geopolitico del Mar Cinese Meridionale quale crocevia primario – attraverso lo Stretto della Malacca – dell’economia globale: la quasi totalità delle importazioni di petrolio e gas naturale di Cina, Giappone e Corea del Sud, infatti, transita attraverso quest’area marittima. La posizione degli Stati Uniti, tradizionalmente defilati nella vicenda, è stata invece esplicitata per la prima volta nel corso del 2010, quale significativo corollario del già citato ri–orientamento degli sforzi diplomatici americani verso l’Asia–Pacifico. Essa eleva la libertà di navigazione e la stabilità politica nell’area allo status di interesse nazionale primario di Washington, anche se – ad oggi – ha avuto effetti alquanto discutibili nell’indurre i vertici cinesi a più miti intendimenti, come emerso da una serie di episodi che ricorrono con preoccupante ciclicità, come i fermi dei pescatori di varia nazionalità nelle acque contese e le provocazioni reciproche concernenti l’altra grande posta in palio nella competizione del Mar Cinese Meridionale, che riguarda lo sfruttamento degli idrocarburi presenti sotto il fondale marino. L’ultima di queste scaramucce, risalente ai primi mesi del 2014, si è innescata a seguito della decisione cinese di muovere una piattaforma per la trivellazione petrolifera – scortata da decine di imbarcazioni militari – all’interno della porzione di mare reclamata dal Vietnam, scatenando il coro di proteste dei paesi ASEAN, del Giappone e degli Stati Uniti.

 

Il caveat e le letture distorte

 

Il dispositivo messo in piedi dall’amministrazione Obama – che ha ricevuto un consenso bipartisan negli ambienti del Congresso – consentirà il trasferimento di sistemi d’arma e di tecnologie sensibili al Vietnam, a condizione che tali forme di assistenza siano limitate al potenziamento delle capacità di riconoscimento e dissuasione navale della marina vietnamita. Inevitabilmente, questi nuovi spiragli di cooperazione nel settore della sicurezza avvicineranno ulteriormente i due attori, anche se appare prematuro convenire con quegli osservatori che, nelle ultime ore, hanno prefigurato il concretizzarsi di un’alleanza sull’asse Washington–Hanoi in chiave anti–cinese. Molto più plausibilmente, da parte vietnamita tale mossa va invece ricondotta ad un più ampio disegno di diversificazione di partners e fornitori militari, che guarda agli Stati Uniti, ma anche alla Federazione Russa, al Giappone e all’India come interlocutori privilegiati per salvaguardare l’autonomia politica del Paese e un certo grado di libertà di manovra diplomatica all’ombra dell’ingombrante vicino.

 

 

 

 

*Dottorando di Ricerca in Relazioni Internazionali dell’Asia orientale presso l’Università di Cagliari.