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24 febbraio 2024
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Un leader alla prova

Paolo Pombeni - 09.09.2014
Matteo Renzi - Festa dell'Unità di Bologna

 Se Renzi sia veramente un leader carismatico lo si potrà dire soltanto quando il suo ciclo si sarà svolto per un tempo congruo. Intanto si muove come tale e per ora non sbaglia le mosse. Le caratteristiche al momento ci sono tutte: si è fatto largo a dispetto dell’establishment precedente, ha una cerchia di fidi della prima ora, ha la rigida spregiudicatezza di chi non vuole ammettere debiti verso chi lo ha preceduto, ma soprattutto si affida ad una “narrazione” sul futuro.

Intendiamoci: ci avevano provato altri, come Craxi e Berlusconi, che però avevano due handicap. Non si erano davvero “fatti da sé” come politici (Craxi veniva da una filiera di partito, Berlusconi emergeva sulle macerie di un sistema già distrutto dalle vicende storiche) e la loro narrazione circa i “nemici” del loro progetto era poco credibile. Craxi infatti se la prendeva coi partiti esistenti, pur dovendo continuare a trattare con loro ed essendo inserito nel loro sistema. Berlusconi aveva riesumato il fantasma del “comunismo”, che non solo era un po’ obsoleto, ma soprattutto era divisivo, perché ricompattava una metà del paese contro di lui.

Assai più abilmente la narrazione renziana addita nemici che possono andare bene a tutti: i gufi, i rosiconi, gli alti burocrati, i salotti buoni. Fantasmi senza un volto preciso, contro cui, quando conveniva, hanno in passato sparato tutti da destra e da sinistra. Dunque nemici contro cui si può chiedere il sostegno a tutti, che possono essere caricati di qualsiasi colpa senza offendere veramente nessuno, perché al momento buono si può sempre dire che nel mazzo delle categorie avversarie c’erano accettabili eccezioni.

Domenica scorsa, a chiusura della Festa nazionale dell’Unità, Renzi ha mischiato questa narrazione, che è oggettivamente populista (la ripetuta pretesa di essere il difensore del buon popolo che vuol essere salvato dal disastro che incombe), con la più classica mossa della vera leadership: l’offerta ai suoi avversari interni di salire sul suo carro. Anche qui bisogna intendersi. L’offerta non è certo diretta agli avversari che ha sconfitto (per quelli, al massimo, come nel caso dell’ ex presidente dell’Emilia Romagna, un po’ di retorica buonista), ma ai loro vassalli e clienti. E’ l’offerta tipica della pacificazione: in fondo io vi ho liberato dal vincolo dei vostri vecchi “signori” (la cui inadeguatezza in fondo conoscevate anche voi), adesso potete prendere posto nella nuova battaglia di trasformazione sotto la mia guida.

Riuscirà questa strategia di pacificazione interna? Probabilmente sì, perché coloro a cui ci si rivolge pur sempre “politici” sono, e dunque misurano il grande successo di consenso che ancora arride al premier-segretario, sicché difficilmente rinunceranno a prendere parte alla nuova avventura (tanto a ricredersi c’è sempre tempo …).

Quale è allora il problema che oggi ha di fronte il nuovo leader? La vera sfida è nella necessità di mettere alla prova il paese su un passaggio cruciale: il vasto consenso sulle riforme da realizzare è effettivo (cioè sconta una disposizione a fare sacrifici e a cambiare registro), oppure è quello solito, cioè tutti vorrebbero cambiare, ma per andare, senza traumi né costi, in un nuovo Eden che li riporti ai fasti del passato?  La risposta a queste domande non si potrà vedere solo dai comportamenti delle forze parlamentari, a cominciare da quelle del PD, nei dibattiti sulle leggi di riforma. Non la si potrà desumere neppure semplicemente dalle opposizioni quasi obbligate dei vecchi signori delle corporazioni, il cui ostruzionismo è tanto scontato quanto spuntato più di quel che essi pensano.

La prova arriverà dall’individuazione dei meccanismi per rendere effettive ed efficaci le leggi di riforma. La parte più intelligente dei critici imputa al premier la debolezza della sua squadra. Renzi ribatte che a lui non interessano i vecchi maitre à penser figli di una prima e di una seconda repubblica in cui hanno pontificato moltissimo, azzeccato pochissime analisi, e concluso ancor meno in termini pratici.

Senza stare a discutere se questa sprezzante valutazione sia fondata (temiamo che in buona parte lo sia), ci permettiamo di notare che allora tocca al premier mostrare al più presto la nuova squadra di autorevoli “costruttori” della trasformazione su cui intende basarsi. Benissimo inneggiare ai fabbricanti di rubinetti, ma sa che non sono quelli che lo accrediteranno per una svolta di dimensioni storiche.

Li scelga giovani, vecchi, di mezza età, come vuole lui, ma deve mostrare le gambe su cui si reggerà l’avventura di “cambiare verso” a questo paese, perché la sua ambizione, assai alta, di segnare una svolta non può essere realizzata con un pugnetto di fedelissimi della prima ora e qualche innesto strumentale di politici tratti dalle seconde linee del suo partito in un’operazione di pacificazione con tutte le correnti. Ha bisogno di radicarsi nella società civile, nelle strutture che fanno funzionare la sfera pubblica, nella cultura che fornisce le visioni e le ragioni per credere nel futuro nonostante i sacrifici che questa fiducia richiede nell’immediato.

La “fase tre” di Renzi dovrebbe porsi questo che è insieme un problema e un traguardo, nonché una verifica del vero stato della tempra morale del paese. Se lo farà, la sua caratura di leader verrà confermata e l’immagine caricaturale che alcuni ne hanno dato finirà rapidamente dissolta.