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20 aprile 2024
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Se il voto non è più una virtù

Giovanni Bernardini - 09.09.2014
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È davvero un peccato che in Italia i sondaggi attraggano l’attenzione pubblica soltanto in occasione delle consultazioni elettorali, come nel caso della pessima performance offerta dalla roulette dei recenti exit poll. In quelle occasioni il mancato adeguamento dei metodi di rilevazione e la ridefinizione del sistema partitico hanno prodotto previsioni grossolanamente fallaci e puntualmente smentite, gettando discredito sulle potenzialità della disciplina stessa. Un peccato perché tali cadute hanno contribuito a ridurre la statistica alla presunta e improbabile dimensione divinatoria, piuttosto che alla sua più proficua vocazione: avvalersi dei dati raccolti presso un campione significativo per comporre una mappa dell’intera popolazione. E come è implicitamente noto a chi le consulta, le mappe non hanno pretesa di restituire la complessità del reale, ma di fornirne una sua rappresentazione semplificata eppure attendibile, che evidenzi le relazioni tra le componenti e lo spazio in cui si collocano.

Dispiace dunque che non abbiano riscosso maggiore visibilità i risultati di un’importante indagine demoscopica condotta da LasT (Laboratorio sulla Società e il Territorio), un consorzio pubblico-privato che si avvale della collaborazione di studiosi nel settore. L’obiettivo programmatico è superare la profusione di stereotipi e categorie antiquate che hanno impedito a questo paese di conoscere se stesso nelle sue varie declinazioni geografiche, sociali e politiche. Per questa ragione l’inchiesta riflette sull’Italia odierna in termini di capitale sociale, cioè quella “ricchezza collettiva data dalla fiducia, dal senso di responsabilità verso gli altri e le istituzioni, dai comportamenti nei confronti … di ciò che appartiene alla comunità”.

Dall’indagine emergono conferme di tendenze consolidate: è il caso della crescita di una diffusa sensibilità ambientale, laddove il gesto condannato dalla quasi totalità degli intervistati è l’abbandono di rifiuti nei luoghi pubblici. Sebbene l’affermazione di principio contrasti con realtà di degrado presenti nel paese, ciò non toglie che tali comportamenti abbiano almeno perso qualunque legittimità sociale. Diversa ad esempio è la tendenza per l’evasione fiscale, ritenuta “non illegittima” da un quarto degli intervistati, quasi a registrare le diatribe politiche degli ultimi anni. Ancor più grave che la metà degli intervistati ritiega legittimo il sistema delle raccomandazioni in ambito lavorativo.

 

L’irrilevanza del voto?

 

Sul piano politico, tuttavia, il dato più allarmante riguarda l’interpretazione del voto come un atto assolutamente dovuto, a cui non è opportuno sottrarsi: a oggi questo è vero soltanto per un terzo degli intervistati. Anche in mancanza di un confronto diacronico, è plausibile che i dati fossero sostanzialmente diversi in passato, soprattutto per un paese come il nostro caratterizzato da alte percentuali di partecipazione elettorale. Se però la disaffezione al voto è una tendenza recente, ciò non toglie che la disillusione abbia origini più antiche, risalenti probabilmente alla fine della “Prima Repubblica”. Sin da allora il discorso pubblico di casa nostra ha registrato una sorta di rassegnazione consensuale di fronte alla teoria che il calo dei votanti (e dell’interesse per il voto) sia fisiologico per le democrazie liberali: l’adeguamento dell’Italia avrebbe addirittura certificato la sua “maturità” o “normalità”. D’altro canto erano gli anni delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, “cifra della storia” (così la definì un capogruppo parlamentare) che riduceva a scoria ideologica del passato ogni tentativo di proposta critica e alternativa. La personalizzazione politica degli anni successivi ha finito per snaturare lo stesso istituto elettorale: non più strumento in grado di incidere sulle sorti individuali e collettive, rinviate a processi sovranazionali e dichiaratamente a-politici, ma mero referendum pro o contro un singolo leader nel quale il concetto stesso di programma politico è venuto meno. Siamo forse giunti alla stagione di un amaro contrappasso: dopo aver affermato per anni la necessità che la politica si ritirasse da ampi settori della vita economica e sociale, destinati a migliori risultati sotto la guida di una “mano invisibile”, oggi l’esercizio del voto è ritenuto incapace di invertire le sorti della crisi attuale. Lo stesso consenso di cui gode l’attuale premier, e il processo che lo ha condotto alla sua posizione attuale, paiono spesso l’estrema propaggine della recente stagione leaderistica e a-parlamentare; così come la rapida ascesa elettorale del Movimento 5 Stelle è certamente il frutto di un desiderio diffuso di “far saltare il banco” piuttosto che di una compiuta proposta programmatica approvata dagli elettori.

 

La democrazia del futuro

 

Fisiologico anche questo? Eppure non poche analisi storiche di lungo periodo sottolineano quanto il successo del modello occidentale di democrazia postbellica si sia fondato su due colonne portanti: la capacità di generare e ridistribuire ricchezza presso tutti gli strati della popolazione, e la partecipazione alla cosa pubblica attraverso il voto. La crisi ormai conclamata del primo aspetto dovrebbe risultare ancora più inquietante se associata a un declino dell’interesse per il secondo. Vale la pena di ribadirlo e di rivendicare un diritto di critica proprio mentre il Parlamento sta licenziando una riforma che sottrae una delle due camere al voto popolare. Decisione legittima, che certamente non prelude ad alcuna svolta autoritaria paventata talvolta per ragioni di lotta interna o per di ricerca di consenso facile. Ma anche una scelta criticabile di fronte a tendenze rischiose e preoccupanti di disaffezione alla prassi della rappresentanza democratica come quella indicata dall’indagine del LaST. Piuttosto la questione meriterebbe una collocazione adeguata in seno a un serio dibattito sulle sorti del voto e della democrazia, senza che le voci critiche siano tacciate ancora una volta di “ideologismo” e conservatorismo preconcetto come nel recente passato. Da cui, in fin dei conti, non ci sono giunti risultati particolarmente apprezzabili.