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Un duello tra deboli?

Michele Marchi - 23.09.2014
Nicolas Sarkozy e Francois Hollande

Tra il 18 e il 21 settembre la politica francese ha effettuato la sua vera rentrée. Prima la quarta conferenza stampa del quinquennato di Hollande, importante perché successiva al rimpasto di governo di fine agosto e alla pubblicazione del velenoso volume dell’ex compagna Valérie Trierweiler. A stretto giro, tra il 19 e il 21, l’ufficializzazione del ritorno sulla scena politica dell’ex presidente Sarkozy. Per molti osservatori è ufficialmente partita la campagna per le presidenziali del 2017. In realtà è presto per dire se Hollande e Sarkozy saranno davvero tra i candidati del 2017 e, ancora più azzardato, pronosticare un ballottaggio tra i due. Al momento si può rilevare che, ripresentandosi uno di fronte all’altro come nella passata campagna elettorale, i due non hanno nascosto le loro debolezze.

 

Hollande, il “non presidente”


Per quanto riguarda Hollande la sua conferenza stampa non è stata, in assoluto, negativa. In fondo non bisogna dimenticare che ci si trovava di fronte al presidente meno gradito della storia della Quinta Repubblica, alla guida di un Paese in difficoltà economico-finanziarie e socialmente e moralmente allo strenuo delle forze. Hollande ha “tenuto” e ha ribadito la sua intenzione di essere presidente sino alla fine (sottointeso del mandato). Non ha però potuto nascondere le sue quattro grandi mancanze.

Prima di tutto la conferma che Hollande potrà anche non essere, in assoluto, un pessimo uomo politico, ma non riesce ad essere a pieno un  presidente della Quinta Repubblica. Laddove si richiede un “monarca”, egli fornisce il profilo di un discreto Primo ministro socialdemocratico. In secondo luogo la famosa “presidenza normale” è divenuta sinonimo di “dilettantismo politico”. Questo si nota nella gestione della crisi economica almeno quanto in quella maldestra dei molti affaires del quinquennato, ma anche nell’incapacità di valorizzare ambiti, come quello della politica estera, nei quali la sua condotta è stata rimarchevole (Mali, crisi Ucraina, coalizione anti-Isis). L’idea sempre più diffusa insomma è stata quella di un certo dilettantismo di casa all’Eliseo. In terzo luogo Hollande non ha mai voluto risolvere la questione PS e più in generale gauche. O meglio, ha pensato di tenere insieme il partito e le sue molte anime inserendole tutte nel governo. Il risultato è stato l’esplosione di fine estate, con i ministri contestatori guidati da Montebourg che hanno pubblicamente rovesciato il tavolo. Infine, ma forse si tratta del problema originario, il tema Hollande e comunicazione politica. Hollande non è stato in grado di produrre, una volta eletto sfruttando l’antisarkozismo diffuso, una sua narrazione del Paese, un discorso sulla crisi e sulla sua idea di Francia e, ancor di più, non ha offerto un racconto su di sé e sul suo modo di incarnare la presidenza. Alla fine tutto ciò che si sa di Hollande proviene dai racconti più o meno intimi delle sue compagne e delle sue amanti.

 

Sarkozy da salvatore della patria a salvatore del partito


Se si passa all’altro fronte, si trova un Sarkozy che, a meno di 24 ore dalla conferenza stampa di Hollande, ha annunciato il suo ritorno sulla scena politica con un messaggio su Facebook, poi rilanciato su Twitter. L’ex presidente correrà per la guida dell’UMP. Nonostante gli oltre otto milioni di telespettatori per la successiva intervista su France 2, anche  sul fronte dell’ex presidente più nubi che raggi di sole. Si è posto in discontinuità rispetto alla campagna elettorale 2012. Ha annunciato una svolta, al di là della destra e della sinistra, e l’idea di fondare un nuovo rassemblement, un partito del XXI secolo. Ha infine ammesso i molti errori, in particolare dell’ultima fase del suo quinquennato. Ha cercato di presentarsi come l’“uomo provvidenziale”, che ritorna per il bene di un Paese squalificato dall’operato del presidente in carica e destinato all’irrilevanza e all’ostracismo internazionali in caso di vittoria di Marine Le Pen. In definitiva meglio l’elan (lo slancio) di Sarkozy piuttosto che le bilan (il bilancio) di Hollande? Fino ad un certo punto. Intanto Sarkozy è costretto a rientrare dalla “porta di servizio” del partito e di conseguenza a depotenzia e di molto l’immagine del “salvatore della patria”, al di sopra della contesa politica. Non aveva grandi alternative una volta esploso il partito nel maggio scorso, questo però inevitabilmente lo esporrà a tutti i rischi di un lungo periodo di opposizione . Anche nella corsa all’Eliseo del 2007, Sarkozy si era innanzitutto conquistato il partito. Nel 2004 era però una sorta di outsider di lusso. Oggi è un ex presidente che si “degrada” e si “abbassa” a livello della “petite politique”. In più il nuovo UMP che vuole rifondare diventerà certo il suo scudo e il suo strumento di attacco, ma non bisogna dimenticare che da questo erediterà (se vincitore del congresso a fine novembre) divisioni, inchieste (non una novità dato che Sarkozy è coinvolto in una decina di affaires) e pesanti debiti. Insomma il sogno di tornare come “salvatore della patria” si tramuta nella realtà di un ritorno come salvatore, prima di tutto, del partito.

 

Le due debolezze


Hollande e Sarkozy appaiono dunque deboli e necessitano l’uno dell’altro per sorreggersi. Hollande nella sua conferenza stampa ha più volte fatto riferimento, senza mai nominarlo, all’ex (e ora neo) rivale. Per sminuirne lo status di candidato alla guida dell’UMP ha ricordato che il presidente deve pensare a governare il Paese e non può occuparsi delle vicende del partito di opposizione. In fondo il ritorno così precoce sulla scena politica di Sarkozy, potrebbe rivelarsi per lui positivo: potrà cercare di far crescere l’antisarkozismo e potrà fare riferimento al bilancio degli anni Sarkozy e così compattare la sinistra.  

Lo stesso Sarkozy ha bisogno di Hollande e del suo fino ad ora fallimentare mandato per compattare i militanti di un partito allo sbando. L’impressione è che, al momento, sia più Hollande a godere del ritorno sulla scena di Sarkozy. Quest’ultimo si è lanciato in un’avventura davvero complicata. Da un lato egli sembra voler imitare Jacques Chirac nel 1976, quando decise di rifondare il gollismo, a seguito dell’elezione di Giscard all’Eliseo e dopo i due difficili anni da Primo ministro. Il lancio del RPR risultò, almeno sino al 1981, piuttosto contraddittorio e lo stesso Chirac giunse all’Eliseo solo dopo i due settennati di “regno mitterrandiano”. Dall’altro Sarkozy sembra ripercorrere le orme proprio di Giscard, sconfitto nel 1981 e poi tentato dalla conquista dell’UDF, come strumento per candidarsi alle presidenziali del 1988. Anche in questo caso gli esiti furono deficitarii, tanto che il candidato, anche se non ufficiale, dell’UDF nel 1988 fu Raymond Barre e non Giscard.

Se dalla storia torniamo però all’oggi, le due debolezze sono evidenti. Ad oggi si può ritenere difficile che i francesi confermino Hollande soltanto perché “non è Sarkozy”, come avvenuto nel 2012. E questo essenzialmente perché hanno potuto “apprezzare” Hollande e rendersi conto delle sue “(in)capacità”. Allo stesso modo un Hollande al minimo nei sondaggi e un Paese nel quale si parla addirittura di crisi istituzionale del modello V Repubblica, non necessariamente si tramutano in una corsa a gettarsi tra le braccia di Sarkozy. Come confermano i sondaggi questo accade per i militanti della destra, ma non, almeno per ora, per l’opinione pubblica nel suo complesso.

In definitiva il ritorno del duello tra Hollande e Sarkozy può essere utile, strumentalmente, ad entrambi. Potrebbe però anche fare il gioco di Alain Juppé, nel campo della destra repubblicana, di Manuel Valls, in quello della sinistra (a patto che riesca a sfilarsi, prima possibile, dalla guida del governo), ma soprattutto di Marine Le Pen e del suo FN. Di fronte a due debolezze, insomma, potrebbe emergere all’orizzonte la “donna forte”.