Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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La nuova geografia della Chiesa. Storia di un prete in Nicaragua.

Claudio Ferlan - 07.08.2014
Padre Miguel d'Escoto

Ha avuto notevole eco la notizia che papa Francesco ha dato il suo assenso perché sia revocata la sospensione a divinis dell’ottantunenne padre Miguel d’Escoto Brockmann, religioso nicaraguense membro negli anni ottanta del governo sandinista.

Perché una notevole eco? Per comprenderlo serve fare un passo indietro e guardare alla storia recente della Chiesa latinoamericana.

 

Il viaggio di Giovanni Paolo II

 

In Nicaragua nel 1979 la rivoluzione sandinista riuscì a deporre la lunga dittatura della dinastia Somoza. Nel nuovo governo la presenza della Chiesa locale non era affatto marginale. Per fare alcuni esempi: D’Escoto aveva assunto la carica di ministro degli esteri, il gesuita Fernando Cardenal quella di ministro dell’educazione, suo fratello Ernesto quella di ministro della cultura. Erano gli anni in cui molti aderenti alla teologia della liberazione guardavano al marxismo come a un efficace metodo di analisi, di promozione della consapevolezza delle storture dell’ordine costituito. Lo consideravano anche un possibile punto di incontro tra la componente cattolica e i gruppi impegnati nella lotta, non necessariamente violenta, contro l’oppressione delle classi disagiate. Letture che non potevano essere condivise da Giovanni Paolo II, vista la storia da cui proveniva.

Il papa polacco ordinò ai preti di rifiutare il coinvolgimento in politica. Fernando Cardenal obbedì a modo suo: lasciò la Compagnia di Gesù e lo stato clericale. Ernesto e Miguel invece volevano restare preti e mantenere l’incarico di governo. Nel 1983 Giovanni Paolo II si recò in visita pastorale in Nicaragua. Ernesto Cardenal lo accolse, in ginocchio, all’aeroporto di Managua. Wojtyla lo rimproverò aspramente in diretta televisiva, contestandogli con estrema severità la partecipazione al governo sandinista e gli ordinò, ancora una volta, di dimettersi. Ernesto rifiutò e fu per questo sospeso a divinis, ovvero escluso da qualsiasi lavoro pastorale con i fedeli, interdetto alla celebrazione dell’eucaristia e dalla confessione. Quel viaggio non ebbe per il papa polacco il consueto successo: il popolo nicaraguense si era schierato con la rivoluzione, e non mancò di farlo sapere a gran voce e con molti fischi.

 

Miguel dEscoto Brokmann: una carriera politica

 

La storia di Miguel d’Escoto richiama quella di Ernesto Cardenal, fatta eccezione per l’eclatante episodio dell’aeroporto: stessa intimazione, stessa reazione, stessa conseguenza. D’Escoto accettò la sanzione canonica, scegliendo di rimanere ministro, carica che avrebbe conservato fino al 1990. In seguito ha ricoperto vari altri incarichi internazionali, tra i quali la presidenza di turno della Sessantatreesima Sessione dell’Assemblea Generale ONU (settembre 2008-settembre 2009), dove, ha scritto il teologo della liberazione Leonardo Boff, nei suoi discorsi citava i papi. 

In tutto questo tempo d’Escoto ha mantenuto l’affiliazione alla propria congregazione missionaria statunitense (Maryknoll), nella quale era entrato in giovane età. Figlio dell’ambasciatore nicaraguense negli Stati Uniti, Miguel aveva completato la sua formazione a New York. Ha sostenuto di avere pianto al momento della comunicazione della sospensione (1985), non tanto per sé quanto per la sua Chiesa che – sono parole sue – “si faceva vedere così piccola”. Abbandonare il popolo nicaraguense avrebbe significato – continua – tradire la rivoluzione sandinista e i suoi martiri, il presidente Daniel Ortega, la propria stessa coscienza. Sostiene poi di non aver mai serbato rancore per la pena comminata da Wojtyla, di non avere rimpianti e di non aver perso l’amore per la Chiesa. È stato un abuso di potere – conclude – e io l’ho accettato come tale.

 

Il provvedimento e le reazioni

 

Da abile diplomatico, d’Escoto ha certamente compreso che l’elezione di Francesco avrebbe potuto cambiare qualcosa per la sua personale condizione e per la politica vaticana in generale. Ha scritto una lettera al papa, manifestando il desiderio di “ritornare a celebrare la Santa Eucaristia prima di morire”. La richiesta ha ottenuto una risposta affermativa. La prima reazione è stata una dedica alla sua gente: “Amato popolo del Nicaragua, il mio sacerdozio è vostro ed è per voi. Sono felice di tornare a celebrare la messa”. Poi ha chiesto al cardinale nicaraguense Miguel Obando Bravo di celebrare assieme. Non deve essere una mera coincidenza che Obando Bravo, ottantottenne, sia stato elevato alla porpora cardinalizia proprio nel 1985. E al tempo i rapporti tra i due non erano certo facili.

La soluzione di questa vicenda induce a credere che la Chiesa stia cercando di voltare pagina, di superare un recente passato nel segno della riconciliazione con una sua parte significativa, per numeri e carisma. E lo fa certificando lo spostamento del proprio centro, oggi molto più vicino alle – ormai solo presunte – periferie, geografiche ed esistenziali.